Mariano Parisi l’ha messa quando ha capito che i capelli, e non l’ingegneria, erano la sua vera vocazione

di Marco Doddis

Lui la testa a posto pare averla messa da un pezzo. Ora, dal momento che apprezza parecchio i benefici personali di questa operazione, sta tentando di fare lo stesso sugli altri. 
La prima cosa che attira l’attenzione di chi visita il suo sito Internet è un box nella home page: “Pensiamo al futuro. mettiamo le teste a posto” recita la scritta. Fortuna che, a sciogliere i dubbi sul messaggio, ci pensino tante faccette colorate e diversamente pettinate sistemate intorno. 
Non si tratta dello slogan di un politico, ma del motto di un parrucchiere. Lui si chiama Mariano Parisi, vive e lavora a Torino, ha origini napoletane e si è formato in giro per l’Europa. Nella frase di apertura del sito, che è suo ma soprattutto del salone che ha fondato, si racchiudono tutti gli aspetti di una personalità complessa, lontana anni luce da quella di un semplice acconciatore.
Quando entriamo nel suo posto di lavoro, tra Corso Regina Margherita e Via Garibaldi, lo sorprendiamo in compagnia di un gruppetto di ragazzi intento a spiegare alcuni segreti dell’hair styling. Sì, perché Mariano è anche un insegnante, uno che, parole sue, “morirebbe senza mettere a disposizione degli altri il proprio sapere”. Iniziamo a comprendere: siamo in presenza di qualcosa di ben diverso rispetto al nostro vecchio barbiere sotto casa; qualcosa di unico, almeno nel panorama cittadino. 
doddis-2Mentre attendiamo di bombardarlo di domande ci lasciamo intimorire dai grossi specchi di fronte a noi. Pure loro sembrano consigliarci di curare un po’ di più la chioma, pettinandola almeno. Puntualmente, Mariano congeda i suoi allievi (i poverini devono fare anche i compiti!) e ci libera da ogni tricotica elucubrazione. Nel senso che accantoniamo la nostra conflittuale relazione con i capelli, per soffermarci sulla sua. Una relazione letteralmente ereditaria: “A Napoli, mia madre e i miei zii avevano un salone; mio nonno, un’accademia. In pratica sono cresciuto così: mentre i miei amici andavano a giocare al pallone, io andavo in negozio. Il primo taglio l’ho fatto a soli nove anni”.
Tutto lineare, no? Ragazzino con la passione dei capelli diventa gradualmente un affermato parrucchiere. Macché. “Il percorso non è stato così rettilineo. Mia madre non voleva che facessi il suo mestiere. Così, una volta trasferitomi ad Aosta, studiai prima da perito meccanico, quindi da ingegnere. Mi sono laureato al Politecnico di Torino in Ingegneria delle Telecomunicazioni”. Continuiamo a sbandare. E poi, gli chiediamo, hai fatto l’ingegnere? O il parrucchiere?. “No, niente di questo. L’ingegnere non volevo farlo e ho continuato a studiare: ho seguito un corso di educazione ambientale che mi ha arricchito tanto. Soprattutto, mi ha insegnato a insegnare”. 
Il momento di svolta è stato come un’illuminazione: il giorno in cui Mariano ha compreso di voler fare del proprio hobby un lavoro, la sua vita è diventata una pallina in un flipper, rimbalzando a Londra, Parigi e Barcellona, le città con le più importanti scuole del settore. In ciascuna ha imparato a incanalare il suo talento in un rigido percorso di formazione; soprattutto, ha sviluppato una coscienza artistica personale. “L’artigiano diventa artista quando smette di pensare al suo lavoro come a qualcosa di ripetitivo e inizia a essere creativo”. Certo, parole sante. Ma non è esagerato applicare questo ragionamento a chi, semplicemente, taglia dei capelli? “Assolutamente no. Qualsiasi trasformazione di volumi, partorita da una visione individuale, è design, quindi arte”. Amen. 
doddis-3Il curriculum di Mariano dà l’impressione di essere un enorme arcobaleno: dalla progettazione di format didattici per aziende (ha scritto anche manuali) all’attività di formazione in giro per l’Europa, dal lavoro per il Teatro alla Scala a quello per le Olimpiadi del 2006 (“ero art director e gestivo i saloni olimpici”), dalla collaborazione con alcuni tra i più noti hair-stylists del mondo a quella con grandi fotografi (“un nome su tutti è l’americano Jeff Burton”). E poi sfilate, cinema, televisione e chi più ne ha più ne metta. Costretto dalla nostra insistenza a scegliere l’attività più appagante, non ha dubbi: “A parte l’insegnamento, che amo perché mi consente di mettermi sempre in discussione, credo che il clou della mia carriera sia stato la presentazione di mie collezioni: si tratta di vere e proprie collezioni di trucco e parrucco, per le quali, tra l’altro, non uso mai modelle professioniste”. Un arcobaleno che brilla nel cielo spesso uggioso di Torino. “Il salone e l’accademia funzionano molto bene e devo dire che non risentiamo più di tanto della crisi”, afferma Mariano senza badare alla scaramanzia. “Sono contento di non aver seguito il progetto iniziale, che prevedeva l’apertura del solo centro di formazione”.
Tutto bene, dunque. Mariano inizia a sbirciare l’orologio: deve tornare al lavoro. La puntualità è parte fondamentale della sua filosofia, di un modus operandi finalizzato all’eccellenza. 
Cerchiamo di trattenerlo. Vogliamo sapere almeno un’altra cosa: dove ha intenzione di arrivare. “Sicuramente voglio continuare a insegnare. Solo così il mio sapere potrà resistere allo scorrere del tempo. Per il resto, da un po’ di tempo mi sto specializzando negli effetti speciali”. Astronavi? Uomini blu che volano in 3D? “No, no. Voglio dire che sto perfezionando la mia abilità nella realizzazione di particolari tipi di make-up per il cinema”. A tal proposito, il nostro si lancia in un appello dal forte sapore piemontese: “la regione, dice, produce tanti talenti nel mio campo. Sarebbe bello se avessero maggiori possibilità di lavoro. Per esempio, un’istituzione come la Film Commission, per altro molto abile a valorizzare il territorio, potrebbe ricercare i professionisti del make-up sul posto, invece di lasciare che le produzioni cinematografiche e televisive li facciano venire da fuori”. 
Non c’è altro da aggiungere, anche perché l’orologio reclama seriamente attenzione. Ma le lancette hanno poco da temere: Mariano non arriva in ritardo. La testa lui l’ha messa a posto da tempo.

 

 

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