Le “cattive signorine” di via Conte Verde

di Marina Rota

Loro erano “le signorine” per antonomasia. O meglio, per rifarsi alla famosa Cocotte di Gozzano, “le cattive signorine”. Si chiamavano Wanda, Yvonne, Maruska, Luana, Katia, Lulù, o con altri nomi che la fantasia di allora associava a trasgressioni esotiche.
Nelle case chiuse usavano rossetti violenti, si tiravano le sopracciglia all’insù, indossavano veli trasparenti da odalisca e vestaglie aperte rimaste incise nella memoria dei frequentatori, ma era impossibile distinguerle dalle altre ragazze, quando al mattino uscivano per prendere il caffé o andare dal parrucchiere.
Un tariffario d'epocaA Torino, i frequentatori delle signorine disponevano di un’ampia scelta, a seconda della disponibilità economica o della curiosità del momento: dalle case di pessimo livello di via Conte Verde, a quelle di via Principe Amedeo (una decente e una elegante, frequentata dagli ufficiali, in cui trascorrevano ore felici anche alcuni professori prima di recarsi all’università); dalle due attigue di via Fratelli Calandra, di profilo medio-basso, a quelle più raffinate di via Massena, via Michelangelo e via Cellini, fino ad arrivare al top del lusso rappresentato dalla maison di corso Raffaello, in cui i clienti, professionisti che parcheggiavano le auto in corso Massimo d’Azeglio, potevano anche usufruire del servizio di “libero” (la cameriera si assicurava che per strada non passasse nessuno nel momento in cui usciva il cliente).
Nello stesso signorile casino di corso Raffaello si mormora facesse bella mostra una collezione di falli di cristallo Lalique (soprannominata nella sua interezza “l’inno al Gigetto”), che attualmente decora il camino di una nobile casa milanese. Impensabili, questi ninnoli di lusso, in via Conte Verde, dove i gruppi di gaudenti si recavano accompagnati dal canto “Alé alé alé/andoma a ciolé/ a-j’e l’America an via dij Plissé” (“via dei Pellicciai” era l’antica denominazione di “via Conte Verde”) e dove riecheggiava la litania sempre uguale della tenutaria:”Allora, ci decidiamo, su da bravi carini, sveglia, andoma a pié l’aria al Valentin!”. Litanie e richiami delle maîtresse (“È arrivata Luana, la figlia della padrona!”, “Abbiamo la Katia dalle poppe imperiali!”, “Chi va con la bella bolognese?”, oppure “La bionda è libera/ragazzi in camera!”, cantata sulle note della ritirata militare) risuonavano per strada d’estate, quando le finestre erano aperte: le serrande dovevano essere, appunto, sempre chiuse, per non offendere il senso del pudore dei passanti e dei dirimpettai.
Le case di tolleranza, luoghi sospesi fra bonarietà provinciale e abominio, fra trasgressione e rispettabilità borghese, non hanno solo ispirato, in ogni epoca, canzoni, opere d’arte, letteratura (esauriente, a questo proposito, Giovanotti, in camera! di Guido Vergani) e cinema, (chi non ricorda il discusso Paprika di Tinto Brass, o la sfilata della “quindicina” nell’Amarcord di Fellini, o Totò cerca casa, in cui una famiglia piccolo borghese va a vivere in un casino, con conseguenze grottesche?); ma hanno anche creato termini divenuti d’uso comune nel nostro linguaggio.
Di certo, secondo le testimonianze degli ex clienti, è da sfatare il più diffuso luogo comune che identifica il “casino” nel disordine o nella baldoria, perché probabilmente nessuna istituzione statale fu meglio disciplinata e più ordinata delle case di tolleranza, ad iniziare da un regolamento del 1860 firmato da Camillo Cavour (che le istituì per le truppe francesi, già abituate a frequentare i postriboli oltralpe) nel quale si stabilivano anche le tariffe delle case di piacere, suddivise in tre fasce: “prima classe lire 5, seconda dalle lire 5 alle lire 2, di terza classe, al di sotto di lire 2”. Nel 1862, dopo la morte di Cavour, la tabella venne completata dal ministro Rattazzi, il quale precisava che le tariffe erano riferite ad un solo “trattamento”, e che il “colloquio semplice” era da calcolarsi in 20 minuti. Quando il cliente si recava alla cassa dichiarava alla tenutaria la sorta di colloquio che desiderava: la “semplice”, la “doppia”, la “mezz’ora intera”, in qualche caso “la svelta” detta anche “alla buona”, la più conveniente, le cui tariffe erano riportate in un cartello all’ingresso.
Foto d'epocaOgni casa poi aveva le sue peculiarità: molte offrivano agevolazioni a studenti, militari, “giovanotti di primo pelo”; in alcune sapone e asciugamano erano gratuiti, in altre calcolati a parte, ma in tutte le case di piacere erano vietate risse e baldorie. Le si poteva frequentare dai diciotto anni in su (una tappa agognata, per la quale spesso si era disposti a contraffare i documenti), mentre le signorine dovevano essere maggiorenni, secondo il Testo Unico di Pubblica Sicurezza. Non circolavano droghe, né alcool (al massimo si offriva il tè nei bordelli di lusso come in corso Raffaello); e nemmeno registratori per ricattare i clienti; ed era obbligatorio, per motivi di sicurezza, lasciare all’entrata armi, ombrelli e bastoni; disposizione osservata di più che nei moderni aeroporti.
Le ragazze, anche quelle orgogliose di essere state prescelte dall’attore, dal politico o dal campione sportivo del momento (che accedevano, come i sacerdoti, da entrate secondarie), non rivelavano l’identità, né le inclinazioni sessuali dei clienti, mantenendo, più che il segreto professionale, quella sorta di ritrosia ereditata dall’ambiente contadino dal quale in gran parte provenivano.
Le “pensionanti” dovevano sottoporsi ad esami di laboratorio disposti dall’ufficio di igiene e a visite mediche settimanali per evitare il diffondersi delle malattie veneree, (ma la gonorrea, meglio nota come scolo, si contraeva anche nelle case di via Massena o di via Cellini…); ogni quindici giorni cambiavano casa e città (la famosa “quindicina”), disposizione motivata dalla necessità di stimolare la curiosità dei clienti con un rinnovo delle file e forse anche dal timore che i “colloqui” degenerassero in rapporti affettivi.
Un’ipotesi non remota, questa, come testimoniano non solo le canzoncine del tempo (“Mondana mondana perché/perché tu mi vuoi abbandonar?/ Eppur vedi ben che per te/ tutto ho dato anche il poco denar!”), ma anche i numerosi matrimoni che furono celebrati, dopo la chiusura delle case, fra le signorine e i militari che avevano usufruito dei loro servizi.
E il ricordo imperituro di certe ragazze, come Milena di via Fratelli Calandra, che non usciva mai dalla casa: bella, educata, e così saggia da investire tutti i suoi guadagni nel mattone.
Durante la guerra ’14-18 esistevano anche i bordelli di retrovia, con signorine che, assoggettate a veri tour de force per spirito patriottico (anche 60 marchette al giorno), si presentavano alla chiamata avvolte soltanto nel tricolore, sollevando il morale delle truppe.
Le direttrici di sala o maîtresse, figure leggendarie, rappresentavano una sorta di “grande madre”: amanti, amiche, confidenti, dominavano l’ambiente con la loro spiccata personalità, con interventi dettati dall’umore e dal profilo del bordello; controllavano la situazione delle marchette-gettoni metallici con un foro centrale infilati in un’asta, che recavano inciso il nome della casa- e, con la loro familiare bruschezza, invitavano ad un’attività più continuativa, aiutandosi anche con divertenti cartelli come quello che minacciava, a caratteri cubitali: “Giovanotti! Le signorine lavorano! Si raccomanda di non intrattenerle con le bagatelle inutili!”
Cartelli per i clientiUna chiara avvertenza, questa, per coloro che facevano flanella (termine originato, secondo Tinto Brass, dallo sfregamento della stoffa dei pantaloni contro le sedie, e rimasto, questo a ragione, ad indicare gli oziosi e i fannulloni); e cioè i giovanotti a corto di lire che stazionavano nella sala comune per curiosare, chiacchierare, scherzare con le ragazze, annusando quell’atmosfera peccaminosa carica di fumi e profumi, senza “consumare”. Alcuni irridevano apertamente la maitresse (come la Gisella di via Fratelli Calandra :“Buonasera, Madama Gisella/siamo venuti per fare flanella!”). Contro di loro le tenutarie affilavano i loro strali in modo spesso immaginifico. A volte, per allontanarli, spegnevano le luci e, al grido di “O figa o fuga!”, si armavano di insetticida – il famigerato flit- e nebulizzavano i nullafacenti, di modo che, rientrati a casa, venissero smascherati da mogli e madri. Peggio ancora andava in certi bordelli di infima classe, dove pare che le maitresse usassero perfino la frusta.
Alcune non erano estranee a moti di sincera umanità: ad esempio nel 1938, durante una discussione sulle leggi razziali (che fra l’altro vietavano alle “razze inferiori” di frequentare i casini, e ciò nell’indifferenza delle classi alte), la maitresse di via Fratelli Calandra commentò, “Ma pёrché, pòvri fieuj, a l’han nen ‘l picio parej d’j àutri?”.
Il clima quasi familiare era sottolineato dal fatto che intere famiglie talvolta vivessero nei casini (in quello di Venaria, ad esempio, abitava il custode con moglie e figli) e dall’organizzazione interna, simile a quella di un educandato femminile, scandito da regole severe e dotato di mensa.
Ma come reagiva Torino a questo fenomeno?
In modo ambivalente: al pietismo della Marchesa Giulia di Barolo, per la quale la sessualità era “un peccaminoso dovere da cui bisogna emendarsi” e si poneva quale obiettivo la redenzione, a costo di indicibili penitenze, delle ragazze perdute, faceva da contraltare la saggezza mondana di Cavour, il quale prescrisse che ogni tenutaria accantonasse una percentuale dei ricavi delle prostitute per assicurare loro una pensione. Intendeva così evitare che, a fine carriera, finissero affogate, come spesso succedeva, nella povertà e nell’assenzio (descriveva questa realtà una popolare canzone “Quand mi j’era giovna stasìa al prim pian / l’avìa na serva e quàtr gargagnan /  Adess che son veja e le pupe ‘m van giù / l’hai gnanca pi al fià d’crié: feramiu!”)
D’altra parte, le case di tolleranza, dal punto di vista morale, occupano un posto singolare nella nostra storia; “tollerate” dallo Stato, lo erano anche dalla Chiesa: frequentarle non costituiva un peccato. Tanta indulgenza era figlia della concezione della vita matrimoniale di allora, secondo la quale l’unione santificata non doveva essere contaminata dai bassi istinti maschili, che quindi era opportuno sfogare extra moenia, in luoghi gestiti dallo Stato. D’altro canto, quasi tutte le donne del mestiere erano pie; non era raro incontrarle a messa alla Consolata, e le tenutarie non mancavano di far benedire le loro case i cui androni talvolta, come quello ‘medio’ di via Principe Amedeo, erano decorati da santini e lampade votive. I bordelli, insomma, erano considerati non solo una garanzia igienica, ma anche una sorta di baluardo morale.
Lo stesso Indro Montanelli, nel suo libello Addio, Wanda!, dedicato a una famosa maîtresse che intraprese il mestiere per far dispetto al suo amante Italo Balbo, e divenne la tenutaria di una maison milanese frequentata da giornalisti e scrittori, sosteneva che il colpo di piccone alle case chiuse faceva crollare “l’intero edificio basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia”, perché era nei postriboli che queste istituzioni trovavano la più sicura garanzia.
La notizia dell’approvazione della Legge Merlin dopo un lungo e tormentato iter legislativo fu accolta con costernazione dagli habitué, che iniziarono le cerimonie d’addio già giorni prima; i burloni organizzarono i finti funerali della prostituzione di Stato; i più sentimentali, fra qualche lacrima, si concessero l’ultimo abbraccio alle signorine – che ad ogni buon conto lasciarono i loro indirizzi per proseguire eventualmente i “colloqui” in privato. 

 

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.