La lenta scomparsa del paesaggio piemontese

di Gabriele Guccione

cover-giugno11Villette a schiera, centri commerciali e capannoni industriali, spesso vuoti. Il paesaggio piemontese sta mutando lentamente. A spiccare nella pianura o sulle colline non sono più i vecchi cascinali, circondati dai campi, con le vie d’accesso segnate da lunghe file di platani e pioppi; oppure le pievi romaniche tra i filari e le colline del Monferrato, ma cubi vuoti di cemento prefabbricato, strade asfaltate, cartelloni pubblicitari.
Negli ultimi 15 anni nella sola provincia di Torino sono stati “consumati” 7.500 ettari di suolo libero, l’equivalente di una città grande quanto il capoluogo. Il fenomeno del cosiddetto “consumo di suolo” è ormai sotto gli occhi di tutti. Da anni architetti, ambientalisti e agricoltori denunciano il problema e chiedono di proteggere il paesaggio dalla cementificazione. Ma l’avanzata del cemento non si arresta, anche perché ogni autorizzazione edilizia porta denaro fresco nelle casse dei comuni, tappando le falle di una finanza pubblica sempre più debole e incerta.
La riduzione dei trasferimenti finanziari,
 spiega il professor Fabio Minucci, docente di Pianificazione territoriale al Politecnico di Torino, ha incentivato i comuni a utilizzare le tasse che derivano dalle autorizzazioni edilizie per fare cassa e garantire i servizi”. Il dato è impressionante: “A livello nazionale, fa notare Minucci, solo nel 2008 i Comuni hanno incassato dagli oneri di urbanizzazione 3 miliardi e 208 milioni di euro, con una crescita del 58% rispetto al 2000”. Le tasse che i costruttori pagano per poter costruire (i cosiddetti “oneri di urbanizzazione”) in origine dovevano servire a pagare servizi pubblici, strade e scuole per i nuovi residenti dei quartieri in costruzione. Poi nel 2001 è arrivata una legge dello Stato (la n. 380) che ha consentito l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti e la manutenzione ordinaria.
capannoni-1L’avanzata del cemento ha costretto il paesaggio a indietreggiare. “In questi anni abbiamo assistito progressivamente a una perdita di identità del paesaggio”, rileva il professor Marco Devecchi, docente di Pianificazione del paesaggio presso l’Università di Torino e coordinatore della Rete degli Osservatori piemontesi del paesaggio. “Questo ha significato l’omologazione e la proliferazione di capannoni prefabbricati, villette e centri commerciali, dove un tempo c’erano filari di vite e campi di cereali. Il paesaggio è una risorsa economica importante per la nostra regione: è motore di turismo e di sviluppo sostenibile, per questo va tutelato. Non è accettabile che, nonostante il grande numero di case vuote, si continui a costruire”. Secondo una ricerca dell’Agenzia Territoriale per la Casa, tra il 2001 e il 2007 sono stati realizzati in provincia di Torino 135.599 nuovi alloggi; un dato che stride con l’altissimo numero di case sfitte, che secondo la stessa ricerca supera le oltre 100 mila unità (il 14% del totale).
Una situazione analoga si registra per i fabbricati industriali. Si stima che il 40% dei capannoni siano vuoti e inutilizzati. Per l’architetto Maria Teresa Roli di Italia Nostra Piemonte, la causa di tutto ciò è da ricercare nei “finanziamenti a pioggia per l’industrializzazione, che hanno favorito la proliferazione di aree industriali mai occupate realmente dalle aziende, vuote già prima della crisi. Non c’è mai stato un controllo sulla reale necessità di queste strutture e su chi avrebbe dovuto occuparle. Terreni agricoli preziosissimi sono stati cementificati, in deroga alle normative, giustificando questi provvedimenti con l’urgenza di mettere mano ai fondi europei”.
Ogni anno attorno al capoluogo piemontese vengono erosi 480 ettari di suolo libero destinato all’agricoltura. La scomparsa dei terreni coltivabili pone un grave problema di sostenibilità ambientale e alimentare. Come spiega il presidente della Coldiretti di Torino Riccardo Chiabrando, “la formazione del suolo adatto all’agricoltura è frutto di un processo per il quale occorrono secoli: un terreno fertile, una volta cementificato, è compromesso per sempre e non tornerà mai più come prima. Per questo la nostra organizzazione chiede un immediato arresto del consumo dei suoli agricoli. Continuando di questo passo non lasceremo un solo ettaro coltivabile alle future generazioni”. “È importante capire, spiega il prof. Paolo Pileri del Politecnico di Milano, direttore scientifico dell’Osservatorio nazionale sul consumo di suolo, che per ogni ettaro di suolo consumato la collettività perde una capacità di assorbimento di anidride carbonica di 90 tonnellate, senza contare i danni alle acque, alla biodiversità, al paesaggio e alla perdita di cibo potenziale. Insomma, si perde un bene comune”.
Ma cosa si è costruito sui terreni rubati all’agricoltura? “Per il 90% residenze e capannoni industriali, e solo per una minima parte infrastrutture e strade”, afferma il professor Pileri. “Abbiamo calcolato che in Italia ogni giorno vengono persi oltre cento ettari di suolo libero. E nonostante le direttive dell’Unione Europea, il Belpaese non si è ancora dotato di strumenti legislativi adatti a fermare il fenomeno”. Al contrario di quanto hanno fatto altri Paesi europei, Germania in testa. “I tedeschi, chiarisce Pileri, hanno preso atto della loro situazione (100 ettari consumati ogni giorno) e si sono prefissati degli obiettivi per ridurre progressivamente il consumo nazionale di suolo: contano di arrivare a 30 ettari al giorno nel 2020 e a zero nel 2050”.
Secondo il dossier nazionale 2010 di Legambiente, intitolato Un’altra casa?, il Piemonte “negli ultimi anni ha visto una significativa crescita del consumo di suolo. Tra il 1995 e il 2006 sono stati rilasciati permessi di costruire per una superficie pari a 52,5 chilometri quadrati, tra ampliamenti e nuove costruzioni, in particolare nel settore residenziale (oltre 23 milioni di metri quadrati)”. Tutto ciò ha portato a un dato totale di consumo di suolo che secondo le stime “tocca i 1.900 kmq, pari al 7,6% della superficie regionale. Le province più colpite sono quelle di Novara (10,2%), Torino (8,3%) e Biella (8,2)”.
capannoni-3Per sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni locali sulla necessità di difendere il suolo, è nato il movimento nazionale “Stop al consumo di territorio”. “È sorto spontaneamente,  spiega il coordinatore nazionale Alessandro Mortarino, su iniziativa di un gruppo di cittadini di Langhe, Roero e Monferrato. In poco tempo il manifesto che abbiamo lanciato, con cui chiediamo di fermare al più presto il consumo di suolo, è stato sottoscritto da oltre 20 mila persone in tutta Italia e da più di 250 tra associazioni e comuni virtuosi”. Proprio le amministrazioni comunali, aggiunge Mortarino, “devono essere aiutate ad avviare una riflessione su questo tema, per non sottostare alla logica perversa che chiede la svendita del territorio al fine di far quadrare i bilanci pubblici. È possibile trovare altre strade: recuperare il patrimonio immobiliare già esistente e inutilizzato, investire sull’ambiente e sulla riqualificazione dei terreni agricoli, promuovere il paesaggio, che significa turismo e cultura”.

Questo articolo ha vinto la IV edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura e Ambiente 

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