Ciclisti da marciapiede, o della maleducazione a pedali

di Marina Rota

Il padre ciclista ha una folta barba scura, gli occhialini da intellettuale, casco da guerriero metropolitano, qualche chilo in più e l’espressione pervicace di chi si sente nel giusto. Il figlio ciclista è sui sette anni, casco sui capelli rossi e guarda il padre come lo si guarda a quell’età: un eroe che gli sta insegnando a vivere. Pedalano veloci, appaiati, sul marciapiede angusto di corso Unità d’Italia. Mi scanso, ma il manubrio della bicicletta paterna mi urta il fianco. Cercando di controllare la reazione, data la presenza del bambino, mi rivolgo al padre ricordandogli il significato etimologico di “marciapiede” (dal francese marche à pied: marcher = camminare; à pied = a piedi).
Il ciclista mi invita con vocaboli irriferibili a occuparmi degli affari miei (ma il mio fianco che cos’è?); poi, al grido di “E noi dove dovremmo andare, sulla strada?” si allontana col risultato del suo impegno pedagogico, pedalando verso un orizzonte di giustizia e purezza ecologically correct. Lancio un’occhiata all’altro lato dell’angusto marciapiede, dove si estende per più di 5000 metri il parco del Valentino.
velocipede-3È primavera, e con la bella stagione, si sa, non rifioriscono soltanto i glicini di corso Bramante, gli ippocastani di corso Re Umberto amati da Primo Levi e le aiuole colorate dei giardini Lamarmora, ma anche i ciclisti urbani maleducati, che da soli, in coppia o in formato famiglia, funestano il transito dei pedoni, rimasti ormai l’unica categoria debole della strada, costretti come sono a subire anche i velocipedi impazziti, oltre ai gas di scarico delle auto, le macchine piazzate davanti agli scivoli per disabili, i mastodontici Suv con quattro ruote motrici parcheggiati sui marciapiedi.
Grazie allo spirito ecologico di cui si fanno paladini – e i più, sia detto senza ironia, lo sono – questi arditi sportivi godono di una sorta di generale immunità/impunità, che consente loro di sfidare i rischi insiti nei marciapiedi e nei portici, anziché quelli delle strade o delle piste ciclabili. Sono di ambo i sessi e di ogni età; se i ciclisti più veloci sono i giovanissimi che sfrecciano alzandosi in piedi sui pedali, più lenti ma altrettanto indisciplinati, come riferiscono alcuni commercianti dei portici di via Sacchi (trasformati ormai nella più comoda pista ciclabile cittadina a discapito di quella vera, tracciata lungo Porta Nuova all’altro lato della via) sono gli anziani, restii ad abbandonare un comportamento che giudicano inoffensivo perché ripetuto negli anni senza gravi conseguenze.
Si vedono gonnelloni anni Settanta, calzoni smutandati e pantaloni con bretelle, ma il look preferito dai ciclisti da portici è composto da completino tecno con bermuda neri aderenti, casco da professionista di triathlon e i-Pod nelle orecchie per consentire un assoluto isolamento dal contesto in cui si pedala.
Questi comportamenti disinvolti, ultimamente emulati dagli scooter che percorrono un tratto di portico prima di tornare con le ruote sull’asfalto (a quando le prime Smart?), sono favoriti dal fatto che gli organi preposti al controllo del traffico evitano di chiarire in modo inequivocabile che le biciclette devono rispettare il codice come tutti gli altri veicoli della strada.
I vigili urbani osservano impassibili questo via vai e con colpevole inerzia (o forse per colpevole mancanza di direttive in proposito), non invitano neppure i ciclisti indisciplinati a scendere dal sellino e portare il mezzo a mano. Autorizzano così a ritenere leciti comportanti che leciti non sono, e permettono a questi ibridi, che si definiscono fasce deboli come i pedoni ma vantano l’arroganza degli automobilisti, di usufruire dei diritti del codice della strada senza osservarne gli obblighi.
Ai cicloamatori maleducati, in questo modo, non viene solo risparmiata la sanzione pecuniaria che sarebbe d’obbligo, ma anche la responsabilità di mettere a repentaglio la sicurezza altrui.
Una vexata quaestio che sarà affrontata con la dovuta serietà, al solito, solo dopo il clamore di qualche incidente grave: chi considera le tensioni fra pedoni e ciclisti come una guerra fra poveri non vuole immaginare l’impatto che può avere il metallo di una bicicletta, col peso del ciclista e con la velocità, su un bambino, o su una persona fragile o anziana.
L’assenza di regole chiare e controlli efficaci crea una confusione che fomenta le diatribe fra gli utenti della strada, trasformandola in una sorta di arena dove vince il più forte; un ring senza arbitro.
Ecco, a questo proposito, un aneddoto au contraire. 
L’amico barone, durante la sua abituale passeggiata in via Garibaldi in impeccabile abito gessato, col suo Poldo al guinzaglio, viene urtato violentemente da un ciclista pirata in tutina tecno e casco alla Mark Cavendish. Il barone, che non gradisce contatti fisici se non piacevoli e desiderati, reagisce rapidamente, e con una spinta catapulta a terra il malcapitato. Quest’ultimo si rialza con una serie di insulti e minacce. Il barone si mette in posizione di guardia da boxe, noble art praticata ai tempi della sua studiosa giovinezza in qualche college britannico. I pedoni si raccolgono a capannello, tifando per il barone con un entusiasmo che sa di reazione catartica, che parla di rivalsa contro anni di ciclisti indisciplinati e di vigili inerti.
Il ciclista, peraltro illeso, abbandona il campo. 
A dire il vero, ultimamente sono state messe nero su bianco alcune regole (divieto di transito sui marciapiedi e sotto ai portici, obbligo di dare la precedenza ai pedoni nelle aree pedonali, di portare a mano le bici sulle strisce pedonali, di indossare giubbotti catarifrangenti di notte): è il Vademecum del ciclista urbano,ideato dall’Assessorato comunale all’Ambiente e distribuito con la nuova mappa delle piste ciclabili torinesi, che sfiorano i 175 Km, assegnando a Torino il primato di grande città italiana con la più estesa rete ciclabile.
Nell’attesa di un futuro in cui vengano fatte rispettare queste regole codificate, necessarie quando non venga osservato il più elementare rispetto per gli altri, ecco intanto un vademecum di sopravvivenza per i pedoni nella giungla metropolitana:
– indossate voi i caschetti protettivi,
– utilizzate le piste ciclabili disertate dai ciclisti,
– non cambiate direzione sotto ai portici senza esservi guardati alle spalle, casomai vi trovaste sulla traiettoria di chi considera i bipedi come fastidiosi ostacoli alla sua corsa;
– controllate a destra e a sinistra prima di uscire dal portone di casa o dai negozi, specie se spingete carrozzelle;
– correte incontro al ciclista sotto ai portici come se voleste abbracciarlo, (se vedeste l’espressione sgomenta…) in una sorta di pedoning, lanciando una nuova moda dopo i balconing di Ibiza;
– riguardate quel capolavoro di Qualcosa è cambiato ispirandovi alla tattica per sabotare i ciclisti sui marciapiedi utilizzata da Jack Nicholson: perfido, nevrotico, ma pur sempre geniale. In fondo, occorre solo un bastone da passeggio…
Oppure, spogliatevi tutti per protesta sotto i portici di via Po! Se la recente manifestazione inscenata dai ciclisti a sedere nudo per dimostrarsi inermi, il Bike Naked Ride, ha attirato parecchia curiosità nei confronti dei cicloamatori, perché non dovrebbe succedere anche per i pedoni, i più ecologici dai tempi della pietra, che si muovono, come s’usava dire, “sul caval di San Francesco”?
Il rischio in fondo è solo uno: che in questo mondo tutto al contrario si voglia prendere sul serio un esilarante paradosso del patafisico Alfred Jarry, pubblicato in una rivista del 1901: “Fino al giorno in cui non avrà avuto fine questa follia di lasciar circolare gente a piedi sprovvista di autorizzazione, targa, fari, campanello, trombe e fanali, dovremo sconfiggere tale pericolo pubblico: il pedone pirata della strada!”

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.