Il successo dei Knit Café a Torino

di Federica Vivarelli

Una volta si diceva che fosse l’amore a fare bene all’umore. Una volta. Ora i tempi sono cambiati. E gli antidepressivi pure. La vera rivoluzione si chiama knitting: ostica parola inglese che altro non vuol dire se non “sferruzzare”. Tradotto: ritrovarsi per fare la calzetta. Nel vero senso della parola, solo in un concetto trasportato al ventunesimo secolo: non esiste più l’immagine della nonna che si dondola con la coperta sulle gambe e il gatto ai piedi che gioca con il gomitolo di lana.
knit-cafe-1  Ora sferruzzare è chic e lo si fa al bar, all’ora del brunch o dell’aperitivo. Un appuntamento che si chiama knit cafè, e che “nella pratica vuol dire un gruppo di donne che si ritrovano insieme per chiacchierare, prendere una tazza di the e lavorare a maglia. Chi arriva, però, porta con sé un pezzettino della sua storia che condivide con le altre, spiega Fiorella Codognotto, referente del knit café di Collegno, un filo che si snoda sia nel lavoro a maglia, sia nel condividere insieme momenti belli e meno belli. Una nuova filosofia dello stare insieme che oggi vede gruppi organizzati in ogni città d’Italia e del mondo”.
Quello di Collegno è il primo knit nato in provincia di Torino. “L’idea è partita da due amiche di filo di lunga data: con me c’era Enrica Colombo, prosegue Fiorella, e all’inizio assistevamo a qualcosa di simile in un negozio a Oulx. Prendevamo il treno tutti i sabati mattina, per incontrarci lì e passare un po’ di tempo in compagnia tra i gomitoli. Poi il primo knit di Torino, il Knitaly al Lingotto, ci ha portate sulla strada della folgorazione, e abbiamo deciso di attivare anche noi un gruppo a Collegno”. Inizia così il passaparola, e da un appuntamento improvvisato la partecipazione delle knitters è alla fine tale da organizzarsi in associazione. Visto il tema, non potevano che chiamarsi “Donne ai ferri corti”. Di nome e di fatto. “Io mi sono avvicinata al gruppo del knit quando ho dovuto affrontare i difficili giorni della separazione da mio marito, racconta Antonella, e il lavoro a maglia tutte insieme mi ha aiutata davvero tanto. Riscoprendo, tra l’altro, una passione che mi aveva insegnata mia nonna quand’ero bambina”. 
In un pomeriggio-tipo al knit cafè, tra una risata e una sferruzzata c’è poi chi si sfoga per la suocera che vive sotto lo stesso tetto, chi sopporta poco il marito dopo tanti anni di matrimonio, chi ammira la creazione dei fili colorati della vicina. Non a caso, si diceva, il knitting è annoverato tra le medicine alternative: man mano che si dipana il lavoro, anche le preoccupazioni trovano una giusta trama da seguire nei pensieri. Si contano i punti, si segue la linea del filo. Si sceglie il colore del proprio manufatto, lo si vede realizzare tra le proprie mani.
Si scopre così un mondo parallelo a Torino e Provincia. Il knit collegnese ha appuntamento il secondo martedì del mese, ma non hanno un luogo fisso dove incontrarsi: basta seguire le indicazioni lasciate sul web. Le knitters torinesi, invece, hanno da poco concluso gli appuntamenti di “Madama knit”, al Palazzo Madama del capoluogo. L’obiettivo, comunque, rimane in tutti i casi lo stesso: armate di lana e gomitoli nella borsa, ci si ritrova per scambiarsi trucchi sul come muovere i primi ferri e i progressi dello sferruzzare. E, contemporaneamente, confrontarsi sulle proprie vite con nuovi punti di vista. Naturalmente non occorre gestire un bar o un punto di ritrovo per fondare un knit cafè: “L’appuntamento è di solito in un luogo pubblico, aggiunge Fiorella, come bar, pub, giardini. È importante che il posto sia centrale, proprio per dare risalto al nostro lavoro. Anche se, a Collegno, non ci sono molti bar ospitali e abbastanza grandi da accoglierci tutte”.
Non è facile tracciare una identità-tipo di chi partecipa a un knit cafè: c’è chi raggiunge l’appuntamento uscendo dalla fabbrica, altre lasciando la scrivania da dirigente. Alcune di ritorno dal trattamento di chemioterapia. C’è la politica, l’impiegata, la maestra, la mamma, la moglie. Basta dare un’occhiata al web per capire quanto impazzi la filo mania: vip, donne sole, donne sposate, ragazze. Una vera e propria rivoluzione al femminile, dove gomitoli e ferri ritornano l’antidoto a una società che non corrisponde alle proprie ambizioni.
Come negli anni ’70, quando il movimento femminista rispolverò dal cassetto delle nonne il lavoro a maglia, come risposta a una moda troppo omologata offerta dal consumismo. E, ieri come oggi, “gli uomini hanno paura di noi”, racconta con un sorriso Antonella.  “Ci vedono entrare nei bar e sederci sicure del nostro lavoro. Spesso si crea un brusio maschile intorno a noi, ci guardano come fossimo delle sovversive. Solitamente non vengono mai a chiederci direttamente cosa stiamo facendo. Preferiscono andare dal barista: li vediamo indicarci da lontano, come se avessimo delle bombe nascoste nelle nostre borse! Invece le ragazze e le signore sono molto incuriosite: ci chiedono chi siamo e spesso si uniscono ai nostri appuntamenti”.
knit-cafe-2Per fare parte di un knit, infatti, non occorre per forza sapere utilizzare i ferri. Si impara dal gruppo: “Le più esperte si mettono a disposizione per consigliare alle meno pratiche, spiega Fiorella, ed è questo il bello del knitting. C’è una formazione di gruppo, e assicuro che è una grande soddisfazione mostrare a se stesse e alle altre il risultato del proprio lavoro”.
Un appagamento che, sotto sotto, anche qualche uomo ha provato: “Sono proprio rarissimi, sottolinea Fiorella, si tratta di perle rare. Si dedicano soprattutto a lavorare la lana con il telaio. Devo però ammettere che quei pochi che circolano hanno una precisione non indifferente. Sarebbe interessante trovare il modo per agganciarli”.
L’idea di promuovere il knitting come attività dal salotto di casa al bar nel centro del paese pare sia nata a Los Angeles dove, si dice, un’avvenente signora decise di darsi a questo passatempo per combattere lo stress. Una passione che nel giro di poco dilagò a New York. Uno “Yes, we knit” che da oltreoceano arriva poi a Londra. E subito dopo Milano, dove viene steso il primo manifesto italiano: si tratta del “Do knit yourself”, ed è il sito che racconta come aprire un knit cafè, oltre a elencare quelli già esistenti in Italia. E promuovere i video per sferruzzare al meglio. Oggi anche nelle più sperdute città italiane fioccano le nascite di nuovi knit cafè. Ultima, la nascita del knit on web, per la donna che non può fermarsi mai. Qui basta la registrazione e la sferruzzata avviene via webcam.
In questo crescente srotolarsi di gomitoli, le “Donne ai ferri corti” di Collegno animano la provincia di Torino e la bassa Valsusa. “Non organizziamo solo appuntamenti al bar, ma anche laboratori specifici, rivolti ai bambini e naturalmente agli adulti”, aggiunge Fiorella Codognotto, presente nel gruppo sin dai suoi albori.  “Ora per esempio ci stiamo impegnando per attivare dei laboratori sullo stile Elizabeth Zimmerman. È considerata la prima femminista della maglia: ha introdotto il metodo dei ferri circolari, che permettono la realizzazione anche dei capi più difficili. In Italia è un tipo di lavoro poco conosciuto, viene utilizzato soprattutto nel nord Europa”.
knit-cafe-3Infine, non mancano le contaminazioni: quando il knitting incontra la città, crea turbini di colore con l’Urban knit. “A Natale abbiamo addobbato un albero con i nostri manufatti, spiega orgogliosa Fiorella, e la volta prima avevamo rivestito una panchina interamente di maglia in occasione della manifestazione “Filo lungo filo”. Per il centocinquantenario abbiamo creato la tenda tricolore. Inutile descrivere il colpo d’occhio, il contrasto del caldo della lana con il grigio dell’asfalto. Non ci dispiacerebbe neppure rivestire i cestini dell’immondizia con la nostra arte. Immaginiamo come potrebbe essere vivere in una città che si preoccupa dei propri arredi, addirittura rivestendoli di morbidi fili colorati”. Senza dimenticare il volontariato: “Abbiamo deciso di unire il nostro sferruzzare anche per aiutare le realtà che hanno bisogno, conclude, le cose che facciamo devono senza dubbio piacere per prime a noi. Ma abbiamo scoperto di piacere anche ad altri. Allora di anno in anno scegliamo un’associazione alla quale devolvere il ricavato dei nostri lavori. E così realizziamo cappelli, sciarpe, borse, collane e quant’altro per la vendita, e il ricavato va in beneficenza. Insomma, abbiamo optato per una evoluzione del knit: non ci fermiamo solo agli appuntamenti al bar, ma abbiamo deciso di impegnarci anche in azioni concrete”.

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.