Wanteat: il formaggio diventa social

di Lorenza Castagneri

Dalla tavola allo schermo del telefonino. Anche formaggi, salumi e dolci tipici piemontesi hanno il loro social network: si chiama Wanteat e nasce grazie a un’omonima applicazione per iPhone.
Il suo sviluppo rientra nel progetto di ricerca triennale “Piemonte” (acromino di People Interaction with Enhanced Multimodal Objects for a New Territory Experience), vincitore del bando Ict Converging Technologies 2007, che vede impegnati quattro soggetti: il Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, Telecom Italia, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Slowfood.
Wanteat è in grado di riconoscere i circa quaranta Prodotti del Paniere della Provincia di Torino (marchio che include le eccellenze agroalimentari e agricole, confezionate artigianalmente con materie prime locali) inseriti nel suo database semplicemente attraverso l’etichetta.
wanteat-2  È semplice: l’utente fotografa con lo smartphone il logo del prodotto, che apparirà automaticamente sullo schermo del cellulare. Il Cevrin di Coazze, formaggio tipico della Val Sangone, ad esempio, sarà visualizzato al centro di una ruota suddivisa in quattro settori: Territorio, Persone, Cucina e Prodotti. Nel primo sono inserite tutte le informazioni sul suo luogo d’origine; nella sezione Persone si trovano tag e commenti fatti dagli utenti; l’area Prodotti include le eccellenze “amiche” di quel formaggio; Cucina, infine, presenta i piatti che ci si possono fare. Così, visitando il suo profilo Wanteat, si scopre che il Cevrin di Coazze viene da Giaveno, provincia Nord di Torino, più precisamente dall’azienda di Ugo Lussiana, e che è molto amico del Dolcetto: abbinati, i due formano una coppia dal gusto fenomenale. Ma non finisce qui: “Una volta entrati in contatto con il Cevrin, spiega Claudia Picardi del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, l’utente può trascinare al centro della ruota un altro elemento, ad esempio Giaveno, e scoprire i punti di interesse, i negozi, i ristoranti. Dalla ruota iniziale ne nascono altre sempre più piccole e dettagliate”.
L’ambito di ricerca nel quale si inserisce il progetto “Piemonte” si chiama Web of Things. “Consiste nel rendere gli oggetti “intelligenti”,continua Picardi, affinché questi possano dialogare tra loro e con le persone che li circondano creando una rete di relazioni”. Con Wanteat il prodotto diventa davvero “smart”. “Non servono infrastrutture perché l’applicazione funzioni”, aggiunge Federica Cena, anche lei del Dipartimento di Informatica, “Del resto, inserire uno speciale codice a barre o un chip sarebbe stato poco fattibile e piuttosto antieconomico per i produttori”.
wanteat-4Il paradigma del Web of Things si può applicare a vari contesti. Wanteat usa quello dell’enogastronomia. “L’obiettivo è far convergere le nuove tecnologie per trovare soluzioni innovative, fornendo, in particolare, un supporto allo sviluppo sostenibile nel settore agroalimentare”, spiega Rossana Simeoni, referente di Telecom per il progetto. Avvicinare i potenziali clienti alle aziende di prodotti tipici accorciando così la filiera produttiva in piena filosofia Slowfood. Questo è uno degli intenti di Wanteat.
I collegamenti tra i prodotti sono dovuti a caratteristiche intrinseche (stessa azienda o luogo di produzione) oppure vengono stabiliti grazie ai tag e ai commenti degli utenti. “E così le “ruote”, che inizialmente contenevano solo le informazioni inserite dai produttori, mano a mano si generano in modo autonomo”, aggiunge Federica Cena. Ecco dunque realizzato il network che, sfruttando l’intelligenza degli oggetti e del sistema informatico, avvicina i prodotti e accorcia le distanze tra consumatori e produttori e viceversa. 
Per gli operatori del settore, infatti, è stata pensata un’applicazione ad hoc: il Retrobottega di Wanteat. Si tratta di un sito internet che permette, dopo una rapida registrazione, di controllare tutte le azioni che gli utenti compiono sui loro prodotti: commenti, tags, eventuali abbinamenti con vini o altri cibi. Inoltre, da qui i produttori possono inserire le immagini e tutte le informazioni utili sulla propria azienda e produzione.
Il prototipo di Wanteat è stato sperimentato sul campo in due occasioni. La prima al Salone del Gusto del 2010, nello stand dei Prodotti del Paniere: 684 persone di età e confidenza tecnologica diversa hanno utilizzato l’applicazione per 15 minuti attraverso gli iPhone forniti dai ricercatori. Dal questionario finale sull’esperienza è emerso che tre quarti degli sperimentatori, pari al 76,46%, userebbe “assolutamente” l’applicazione, mentre il 94% dei soggetti hard old (fortemente tecnologici e con più di 35 anni) la consiglierebbe. Durante un secondo test svolto a Bra in occasione di Cheese 2011, Wanteat è stata scaricata direttamente sullo smartphone di 157 utenti per verificarne il funzionamento in condizioni più realistiche. In questo caso la sperimentazione è avvenuta sui Presidi Slow Food dei formaggi, comprendenti prodotti piemontesi, lombardi e del Trentino Alto Adige. 
wanteat-3“Commenti? Prevalgono soddisfazione e divertimento”, dice Cena. “Wanteat, infatti, con questa sua interfaccia circolare sviluppa una interazione quasi ludica tra utenti e cibo”. La ruota vuole ricordare una piazza “in cui le persone si scambiano opinioni su questi prodotti che, se non fosse per Slowfood e la Provincia di Torino, andrebbero persi visto che non rientrano nel circuito della grande distribuzione” aggiunge Piercarlo Grimaldi, rettore dell’Università di Pollenzo.
Partito nel marzo 2009, il progetto è stato finanziato dalla Regione Piemonte con un milione e trecentomila euro. “Soldi utilizzati in minima parte per acquistare le attrezzature necessarie, iPhone in primis, ma serviti soprattutto per pagare gli stipendi al personale”, puntualizza Picardi. E mentre lo sviluppo dell’applicazione per lo smartphone di Apple può dirsi terminato ed è in corso quello per iPad (dove sono inclusi i video che insegnano a preparare le ricette con i prodotti del Paniere) e per Android, il rischio è che Wanteat rimanga solamente un prototipo. Tuttavia, spiega Luca Console, docente di Informatica e tra i responsabili del progetto, “L’intento è trasformare Wanteat in un servizio reale, all’inizio in un territorio circoscritto e poi espanderlo”. Anche perché gli studi e le sperimentazioni svolte fino a questo momento hanno dato i frutti sperati. “In un progetto di ricerca si investono tante energie e denaro, si fanno dei tentativi e ci si augura che i ritrovati scientifici possano avere qualche sbocco di business o essere la base di qualche altro progetto” spiega Rossana Simeoni. “Con Wanteat noi crediamo di aver vinto su entrambi i fronti: è una novità con una spendibilità concreta”. Qualora l’applicazione venisse diffusa, l’intento dei ricercatori è di mantenerla gratuita per gli utenti.
 
Questo articolo ha ricevuto una menzione speciale alla V edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Enogastronomia. Poiché l’articolo è stato scritto alla fine del 2011, alcuni dati tecnici potrebbero risultare non aggiornati.

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