Il caso del Juan

di Raffaella Bucci

Il vino è il canto della terra verso il cielo. Il rapporto con il vino è un rapporto fra due soggetti. Il suo fascino è che ha una sua capacità autonoma che non è condizionata da me, io mi metto nei suoi confronti in un rapporto dialettico, come con un ente vivente”. Così Luigi Veronelli nel 2004 descriveva in un’intervista il suo rapporto con il vino. Tra vino e consumatore si crea un dialogo: il vino racconta chi è, da dove viene, la sua storia, fatta di luoghi e di persone che hanno immagicb-bucci-1nato quel vino, hanno piantato e coltivato le viti, curato e conservato il prodotto finale prima di renderlo pubblico. 
Il consumatore legge questa storia dentro il calice, sentendo il profumo e degustando, e, come in ogni relazione tra esseri vivi, aggiunge del proprio, un’interpretazione frutto della sua personale esperienza. Tuttavia, questo dialogo non è scontato: può nascere solo tra un vino che sappia raccontare e un consumatore che voglia conoscerlo.
La storia del vino che beviamo può essere molto lunga perché risultato del lavoro di diverse generazioni sulle stesse piante. È il caso del Juan, che nasce ufficialmente nel 2003 ma le cui origini si debbono a chi, quasi cento anni prima, ne ha piantato le vigne. 
La storia che conosciamo racconta di due fratelli che, spinti dal desiderio di passare dal ruolo di consumatori a quello di produttori e di scoprire il lavoro nascosto dietro al vino, iniziano ad aiutare in vigna Giovanni, un signore di quasi novant’anni, conosciuto da tutti come “il Giuan” a Masserano, un paese del nord Piemonte in provincia di Biella. Quando, poco prima della vendemmia del 2003, il Giuan muore, Daniele e Cristiano Garella decidono di acquistare dai suoi eredi le terre e la cantina e continuare il suo lavoro. Daniele nella vita fa il grafico e il creatore di siti web, Cristiano l’enologo (adesso, perché nel 2003 aveva solo 19 anni) e il Juan si ritaglia un po’ di spazio nel loro tempo libero. Ma non bisogna farsi trarre in inganno: i due fratelli perseguono un progetto serio e ambizioso, hanno ricevuto riconoscimenti dalla critica e sperano che un giorno la loro cantina possa diventare un impegno a tempo pieno.
A questa storia si affianca quella del territorio. Il vino, secondo Veronelli, è innanzitutto espressione della qualità naturale di un luogo e delle competenze radicate nell’umanità che lì opera; la perfetta combinazione tra questi due fattori è descritta con il termine cru, un concetto nato in Francia e che, grazie alle battaglie condotte dallo stesso Veronelli, ha iniziato ad essere adottato anche in Italia per descrivere alcune colline o singole vigne che presentino queste caratteristiche. 
Il territorio in questo caso ci racconta che un tempo a Masserano c’era il mare, di cui rimangono le sabbie sulle quali crescono le viti: si tratta di terreni acidi formati da porfidi sgretolati che connotano il paesaggio con un leggero rosa e il vino di un’eleganza tipica. Nel paesaggio di oggi possiamo ripercorrere l’evoluzione delle pratiche di coltivazione che si sono susseguite negli anni: ad esempio, una parte delle vigne del Juan è su piede franco, ossia non innestate, a differenza della maggior parte dei vigneti in Italia (che nascono su radice americana come rimedio alla fillossera, la malattia che alla fine del XIX secolo devastò la produzione vinicola in Europa). Ma ciò che possiamo vedere oggi è anche il frutto degli errori fatti in passato, come un intero vigneto di Chatus, una varietà originaria delle Ardèche in Francia e presente in Italia solo nel Saluzzese; difficile capirne con esattezza il motivo, ma la spiegazione più probabile è che questa varietà, anche nota con il nome di Nebbiolo di Dronero, sia stata piantata al posto di una vigna di Nebbiolo.  
Esiste infine una storia meno nota: quella del vecchio proprietario, un uomo che si è sposato due volte e il cui mondo era circoscritto al paese in cui è nato, cresciuto e invecchiato. Il Giuan era un uomo riservato, ma sapeva dimostrare affetto e accogliere le persone, come quando al termine di una giornata di lavoro in vigna regalava ai due aiutanti consigli sulla vigna e aneddoti sul passato –  rigorosamente davanti ad un buon bicchiere del suo vino – o come quando si fermava sul balcone a chiacchierare con gli amici che andavano a trovarlo e si sedevano sulla panchina davanti a casa, una panchina che ancora adesso offre riposo ai passanti. 
Il risultato di queste storie è un vino che unisce il tannino della Croatina ai profumi del Nebbiolo e della Vespolina: 50% Nebbiolo, 35% Croatina e per la restante parte un lungo elenco di varietà. Tra queste è giusto spendere qualche parola in più sulla Negrera: un vitigno studiato e riprodotto dall’università a partire proprio da queste vigne e presentato ai ricercatori dal Giuan in persona con un misto di orgoglio e timore. Di Juan ce ne sono solo 900 bottiglie per annata perché le rese sono molto basse, attorno ai dieci quintali per ettaro: l’insegnamento di Veronelli di perseguire la qualità a scapito della quantità qui è perfettamente messo in pratica.
Il nome del vino vuole essere innanzitutto un ringraziamento e un riconoscimento per il lavoro di tanti anni e per gli insegnamenti del Giuan. “Si raccomandava, racconta Daniele Garella, di non toccare i chicchi d’uva durante la canicola, quando cioè il sole è nel segno del Leone tra fine luglio e metà agosto, per non rischiare di bollarli e si poneva come termine temporale per la potatura invernale non una data specifica, dal momento che ogni stagione è differente, ma il momento della fioritura del biancospino”.
Ma il nome è anche rappresentativo della filosofia dell’azienda: “Chi fa vino è solo un interprete, continua Daniele Garella, di un luogo e di un tempo specifico. L’uomo può con il proprio operato cercare di essere più o meno fedele al territorio. Questo non significa adottare un approccio non intervista, al contrario noi indirizziamo ogni intervento a garantire l’integrità del vino con il luogo che rappresenta. Il nostro luogo è Masserano, il Giuan è stato lì prima di noi e si è fatto interprete del territorio prima di noi, pertanto il vino è tanto nostro quanto suo”

Il nome del vecchio produttore è stato modificato, adottando una grafia spagnoleggiante, come rifiuto dell’utilizzo del dialetto quale strumento di semplice rivendicazione localista. Non c’è un modo corretto di leggerlo perché si può pronunciare alla spagnola o alla piemontese. Un vino dunque che anche nel nome si apre al dialogo e alla libera interpretazione del consumatore: ancora una volta la lezione di Veronelli sembra qui trovare compimento.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla VI edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Enogastronomia

 

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.