Erno e Susanna Egri, rivoluzionari di calcio e di danza

di Federico Callegaro

cb-callegaro-1Per incarnare lo spirito di un luogo e contribuire al suo rinnovamento con una serie di piccole rivoluzioni, non è necessario esserci nati o affondare con le proprie origini nelle sue radici profonde. Può accadere, quindi, che una famiglia ungherese di origini ebraiche, composta da padre, madre e due figlie, finisca per attraversare e promuovere numerose rivoluzioni di un paese “straniero” come l’Italia e, tra mille vicissitudini, si fonda indissolubilmente con la storia di una città del nord come Torino. 
Susanna Erbstein, primogenita di Ernő Erbstein, nasce a Budapest nel 1926 ma quando racconta la sua storia e quella della sua famiglia sembra riferirsi al giorno prima. Suo padre, dopo gli studi umanistici, decide di iscriversi all’istituto superiore di educazione fisica e nel frattempo coltiva la sua grande passione: il calcio. Gioca come centrocampista nel Bak, una piccola squadra che non permette di vivere da sportivo e di sicuro non consentirebbe di sfamare una famiglia. Così Ernő si adatta facendo anche altri lavori, fino a che il suo paese non viene travolto dalla storia, e alla rivoluzione comunista di Béla Kun segue la reazione dell’ammiraglio Horthy. Ernő Erbstein abbandona l’Ungheria alla volta dell’Istria e proprio da quella fuga germoglia il seme del suo futuro. La passione per il calcio e gli studi di educazione fisica fanno diventare uno dei più stimati e contesi allenatori e, per via di questo nuovo lavoro, a girare l’Italia con la sua famiglia. Susanna è una bambina ma già si avvicina alla danza, l’arte che sarà il vero amore della sua vita e a cui si dedicherà completamente. 

cb-callegaro-2Come già era successo per la fuga dall’Ungheria, è un evento tragico a indurre la famiglia Erbstein a trasferirsi nella città che maggiormente li ricorderà e in cui compiranno una serie di “rivoluzioni minime”, ma significative. Le leggi razziali, infatti, spingono Ernő ad abbandonare Lucca per Torino e a italianizzare il suo cognome in Egri. Qui inizia a lavorare per la squadra del Torino, ma la guerra e l’intensificarsi delle persecuzioni lo convincono ad abbandonare l’Italia. Durante la fuga verso l’Olanda viene catturato e internato, ma riesce a fuggire e a sopravvivere attendendo la fine della guerra. 
Nel 1946 la famiglia Egri si trasferisce a Torino stabilmente: il padre ad allenare il Toro, la figlia ad affinare le proprie competenze nella danza classica e contemporanea. Sono gli anni che portano una buona squadra di calcio a diventare una leggenda che vincerà consecutivamente gli scudetti dal ’47 al ’49, gli anni in cui il Toro diventa il Grande Torino. Per Susanna il segreto del padre era uno: unire una preparazione atletica innovativa, frutto dei suoi studi superiori in Ungheria, alla forte importanza attribuita alla motivazione psicologica dei calciatori. La sua preparazione “totale” mirava a creare un gruppo unito e pronto a lavorare in armonia, senza lasciare spazio a troppi personalismi. E il gruppo rispondeva, vincendo una partita dopo l’altra. Fino al 4 maggio 1949. 
Lo schianto dell’aereo al ritorno da un’amichevole a Lisbona sconvolge una città intera e cambia il destino di Susanna. In quei giorni la ragazza è a Firenze come prima ballerina, la sua preparazione maturata tra la Scuola dell’Opera di Budapest per la danza classica e la Scuola d’Ungheria per la coreografia, la rendono una grande promessa. Il lavoro del padre le permette di ricoprire un ruolo tanto prestigioso quanto precario e dai guadagni incerti. Alla morte di Ernő, però, Susanna diventa il capofamiglia, e il suo primo pensiero è provvedere al sostentamento di madre e sorella. La scelta obbligata è tornare a Torino. 
cb-callegaro-3Ma la Torino degli anni Cinquanta non è di certo la patria della danza: il ballo, più che un’arte a cui dedicarsi con professionalità, è un passatempo utile per educare al portamento le signorine della buona borghesia: Susanna, nonostante una carriera avviata nell’esecuzione personale, sa fare propria questa esigenza della città, aprendo una scuola tutta sua. Si tratta di formare una nuova leva di danzatori professionisti e portarli dalla scuola ai grandi palcoscenici europei del balletto. Un compito difficile, da insegnante, che ricorda le capacità preparatorie che hanno fatto grande il padre.
La giovane Egri riesce nel suo intento e la scuola, trasferitasi nel 1956 nel cuore della Crocetta dove tuttora si trova, porta alla ribalta una prima generazione di ballerini. 
Ma il già rivoluzionario risultato di fondere una preparazione classica ad una moderna, in una città in cui la tradizione della danza era debole, non è l’unica innovazione di Susanna. In quegli anni, infatti, a Torino si sta affacciando un mezzo di comunicazione nuovo e destinato a trasformare il paese: la televisione. Dagli studi Rai del capoluogo piemontese iniziano i lavori sperimentali che dovranno portare cameramen e tecnici ad essere pronti per le prime trasmissioni. Ed è proprio per formare i cineoperatori che l’establishment artistico cittadino pensa a Susanna. La ballerina, abile e veloce nei movimenti, è la più adatta per le loro esercitazioni nella ripresa ma, vista la sua bravura e la disponibilità della sua compagnia, la nascente tv decide di approfittarne anche in modo più diretto. È così che Susanna e i suoi artisti compaiono nel primo programma televisivo davanti a Luigi Einaudi e poco dopo nel primo “originale televisivo” dal titolo Le foyer de la dance, ispirato alle ballerine dipinte da Degas. Sono anni in cui il balletto in televisione non è considerato un contorno ma può vivere in piena autonomia. 
cb-callegaro-4Il connubio tra danza e televisione porta ancora la Egri ad essere protagonista del primo collegamento in diretta con Milano, datato 1953, e del primo collegamento nazionale, in cui esegue un passo a due. Nel 1963 la sua coreografia Cavalleria Rusticana vince il Prix Italia, il premio più importante dedicato alle realizzazioni su piccolo schermo. 
Se le si domanda quale sia stata la ricetta per introdurre e al contempo innovare la danza in Piemonte, risponde con la freschezza dei suoi 86 anni: “Unendo una danza praticata di persona, un insegnamento strutturato e una attenzione allo studio delle coreografie che meglio potessero adattarsi ad un mezzo all’epoca nuovo, come la televisione”. Coreografie che si presentavano come miscela di balletto classico e moderno, anticipando di anni quello che poi sarebbe diventato la tendenza. 
Quando sentiamo parlare di rivoluzione è difficile che a qualcuno venga in mente di applicare il termine a un nuovo modo di pensare il calcio o la danza ma, d’altra parte, era anche difficile scommettere che queste piccole rivoluzioni tutte torinesi le facessero dei torinesi solo di adozione, e nello specifico una famiglia di origine ungherese.

Questo articolo ha ricevuto una menzione d’onore alla sesta edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura, Arte e Ambiente

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