I volontari laici della LVIA

di Oscar Borgogno

da-borgogno-1 Quando si discute di cooperazione internazionale, aiuti economici ai Paesi più poveri e sostegno nello sviluppo delle aree più disagiate del pianeta, spesso si è portati a pensare ai grandi organismi internazionali e alle politiche estere dei governi o alle lodevoli attività dei missionari. Insomma, accade sovente che queste tematiche nell’immaginario collettivo siano relegate in secondo piano, ad un livello distante e distaccato dal nostro ambito di vita quotidiana. 
Forse è questo uno dei motivi per cui molti (anche in Piemonte) si stupiscono a scoprire che una tra le più consolidate e operose associazioni italiane di cooperazione internazionale affonda le proprie radici a Cuneo, da ben 47 anni. Si tratta della LVIA (Associazione internazionale volontari laici), che attualmente è presente in dieci stati africani, oltre che in Albania, per realizzare progetti di sviluppo finalizzati a “sradicare la povertà e creare le condizioni economiche, sociali e ambientali necessarie al pieno sviluppo delle potenzialità umane”. Ma come è stato possibile avviare tutto ciò?
Erano i primi anni Sessanta quando Don Aldo Benevelli, un infaticabile sacerdote cuneese reduce dall’esperienza partigiana, radunò una decina di compaesani. L’obiettivo era fornire volontariamente assistenza e vicinanza affettiva ai lavoratori emigrati in Germania e Francia dalle campagne piemontesi. Il Concilio Vaticano II stava rivoluzionando la Chiesa cattolica e in tutta Italia si respirava un clima di grande fermento sociale. “In quegli anni, ama ricordare Don Benevelli, mentre alcuni sceglievano di militare in Lotta Continua, altri hanno impiegato le proprie energie nel creare LVIA”. 
da-borgogno-3Il primo passo nel continente africano arrivò subito dopo. Andrew Botta, un italiano di origini cuneesi trasferitosi in Kenya, stava tentando di aiutare la popolazione locale e chiese supporto a Don Aldo Benevelli e ai suoi compagni. Nel 1967 partirono i primi volontari alla volta del Distretto di Meru, in Kenya, inaugurando una lunga serie di interventi in Africa. “Il nome LVIA si traduce facilmente in inglese, spiega l’attuale presidente Alessandro Bobba, e risponde ad una delle nostre principali esigenze: essere immediatamente identificabili come associazione laica di cooperazione internazionale”. Nonostante sia stata fondata da un sacerdote, infatti, LVIA ha sempre mantenuto con fermezza la propria laicità. 
Negli anni della sua fondazione il tema della cooperazione internazionale era quasi rivoluzionario e del tutto nuovo per l’opinione pubblica. Si dovette aspettare il 1972 per avere la prima legge italiana di disciplina della “Cooperazione tecnica con i Paesi in via di sviluppo”, grazie ad una forte mobilitazione nazionale di cui Don Benevelli fu promotore. “Prima esistevano soltanto i cosiddetti missionari laici, spiega il presidente Bobba, una sorta di sostegno all’attività degli organi religiosi”. Col passare degli anni le richieste d’intervento si sono moltiplicate e l’associazione ha iniziato ad operare in Burundi, Etiopia, Burkina Faso e Senegal. A partire dal 1978 anche l’Unione Europea ha approvato e co-finanziato molti dei progetti proposti dalla LVIA. 
Ciò che contraddistingue l’Ong cuneese è la scelta di privilegiare interventi di lungo termine sui territori rispetto ad azioni di breve durata. “Lavoriamo sullo sviluppo, non su singole emergenze internazionali”, prosegue Bobba.  “Preferiamo consolidare per anni la nostra presenza a fianco della popolazione locale, instaurando così un rapporto fiduciario con le comunità e le autorità regionali”. Insomma, un metodo d’azione in linea con il soprannome di Bogianen attribuito ai piemontesi.
In oltre quarant’anni la cooperazione internazionale è cambiata significativamente. Potremmo sintetizzare questa lenta e complessa evoluzione in tre fasi principali. Riassume Bobba: “Negli anni Sessantasi trattava di un puro aiuto unidirezionale dai paesi più ricchi, un semplice “lavorare per”. Col passare del tempo ci si è resi conto che era molto più utile far in modo che le popolazioni locali sentissero come proprie le opere di sostegno realizzate con l’intervento delle Ong. Si è passati così, negli anni Ottanta e Novanta, al “lavorare con”, cioè a una collaborazione più stretta con la popolazione locale. 

da-borgogno-2Fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui si è ormai consolidata la consapevolezza che “occorre essere facilitatori di processi, e non puri realizzatori”. I protagonisti dello sviluppo dei territori non possono essere organismi internazionali come le Ong, ma i loro stessi abitanti.  “Molti hanno ancora la visione di un Africa arretrata e statica, commenta Bobba, ma non è più così: ormai in questo continente ci sono migliaia di tecnici altamente qualificati”. Sarebbe assurdo, in questo contesto, continuare con vecchie logiche di paternalismo anacronistico. Piuttosto, le Ong devono cercare di fornire gli elementi più difficili da rimediare, in primo luogo i finanziamenti. Si tratta inoltre di capire con quale approccio ci si relaziona con le popolazioni locali. “Si passa dal concetto di dono (che in molti ambienti ancora esiste) a quella di diritto.  Oggi infatti cooperazione significa garantire i diritti fondamentali dell’uomo: l’acquedotto in un’area povera va realizzato perché risponde ad un’esigenza vitale, ma soprattutto perché l’accesso all’acqua è un diritto universale”. 
In questo modo cambia il metodo stesso con cui si lavora nel campo della cooperazione. “Un altro fondamento su cui poggia la nostra azione è il sentirsi responsabili per il fatto che altre persone non possano godere dei diritti fondamenti: una responsabilità comune, tra esseri umani”. Questo è il piano ideale che giustifica l’impegno delle migliaia di volontari che negli anni hanno lavorato con LVIA. 
da-borgogno-4Anche in questo campo non mancano i problemi legati alla carenza di coordinazione complessiva. “Da alcuni anni dobbiamo fare i conti col proliferare di una miriade di piccole Onlus, associazioni, gruppi spontanei di aiuto ai paesi poveri, lamenta Alessandro Bobba, i quali continuano a nascere (e ad estinguersi) con ritmi vertiginosi”. Spesso nascono sulla spinta dell’emotività, magari dopo un viaggio in Africa. Si decide che non si può restare inerti di fronte a questa sofferenza, e si mobilita il proprio circondario di amici e conoscenti per poter fare qualcosa di concreto nelle aree più disagiate della Terra. “Da un lato queste realtà possono vantare una maggiore snellezza rispetto alle Ong, dovuta all’entusiasmo dell’esordio, riflette Bobba, ma non avendo vissuto la lunga evoluzione della cooperazione internazionale, rischiano di compiere gli stessi errori del passato o di affrontare la realtà con un approccio ormai inadeguato”. Il risultato più sconfortante tuttavia è “la dispersione di un mare di energie, quanto mai utili in questi anni di crisi economica”. L’unico modo per evitare questi rischi è superare l’autoreferenzialità che per troppi anni ha caratterizzato il mondo della cooperazione internazionale. “Dobbiamo fare rete sia a livello internazionale sia nelle nostre regioni: con gli enti locali e il mondo del volontariato”.
da-borgogno-5Non è certo un caso che l’Ong di Don Aldo Benevelli (sempre molto attivo) sia conosciuta dai giovani del Piemonte e di altre regioni italiane fra cui Sicilia, Romagna, Lazio. “Riteniamo che lavorare all’estero non sia sufficiente”, spiega Bobba.  “I valori su cui fondiamo la nostra azione sono nati qui, negli anni Sessanta, e sono tuttora validi, prima fra tutti l’eguaglianza nei diritti. Un mondo più equo non lo si realizza soltanto costruendo un acquedotto o un ospedale in Africa, ma anche cambiando gli stili di vita individuali e collettivi della nostra società”. 
Nel 2003 (ben prima quindi del recente referendum) LVIA ha lanciato la campagna nazionale “Acqua e vita” per difendere il diritto universale all’accesso all’acqua potabile, a livello italiano e internazionale. “Dal 2005 organizziamo inoltre viaggi di conoscenza nei paesi in cui operiamo da anni”, conclude Bobba.  “In questo modo diamo la possibilità a chi lo desidera di entrare in contatto con la popolazione e osservare la nostra attività, senza dover operare direttamente come volontari: attività che ormai richiede competenze tecniche e organizzative specificheI vecchi “campi di lavoro” infatti non hanno più ragione d’esistere: sarebbe insensato, oltre che irrispettoso, partire dall’Italia per compiere attività che possono essere svolte dalla popolazione locale”. Meglio fornire l’opportunità di incontrare culture e tradizioni diverse, piuttosto che passare per i soliti turisti occidentali un po’ sprovveduti.

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