La corte saluzzese e il Decameron

di Mila Shamku

Esiste un pezzo di basso Piemonte, raro e soleggiato, che origina le sue bellezze da un passato remoto e glorioso e le porta fino a noi, qui e oggi; un marchesato per lungo tempo indipendente e fiero che ha conosciuto un Rinascimento brillante e uno sviluppo florido dal punto di vista economico e culturale. 
fa-manta-1   Sebbene alcuni autorevoli studi suggeriscano che l’etimo del nome abbia a che vedere con la popolazione ligure dei Salii, stanziatasi nella zona, o con una non ancora precisata fonte di acque salubri (Aquae Salutiarum), la vulgata vuole che il toponimo “Saluzzo” derivi da un’antica crasi delle parole “sale” e “luce”. Al di là della connotazione religiosa dei termini, è evidente il riferimento al ruolo cardine che il territorio di Saluzzo ha svolto per decenni: la famosa “Via del Sale” dalla Liguria passava infatti per il Marchesato, tappa obbligata prima di proseguire per le terre sabaude, per il delfinato di Briançon fino a Nizza. 
Le “antiche, amate mura” saluzzesi cantate da Silvio Pellico individuano uno spazio scosceso, abbracciato alla collina e affacciato alle Alpi e al Monviso, il quale ha dato i natali a donne e uomini che hanno contribuito alla celebrità del borgo piemontese. Si pensi a Deodata Saluzzo, definita da Foscolo la “Saffo italica”, che con vigore e determinazione si impose nella cerchia intellettuale piemontese. E a Michele Todini, il geniale e purtroppo dimenticato liutaio e inventore saluzzese noto per le sperimentazioni sugli strumenti musicali, il quale divenne fa-manta-2custode degli strumenti all’Accademia di Santa Cecilia a Roma (ruolo occupato, tra gli altri, anche da Arcangelo Corelli): celebre e documentata almeno fino al XIX secolo, prima che se ne perdesse traccia, la sua “Galleria armonica”, un insieme meccanico che poteva mettere in azione più strumenti musicali partendo da una tastiera.  
Deviando leggermente dal sentiero della storia, fitta di personaggi illustri, incontriamo la Saluzzo scelta, non sappiamo con quanta consapevolezza, dal Boccaccio come palcoscenico ideale di un amore brutale e devotissimo i cui protagonisti sono evidentemente frutto di fantasia letteraria, ma hanno contribuito alla conoscenza del marchesato fino all’Inghilterra di Geoffrey Chaucer e dei suoi Canterbury Tales. È la storia del marchese di Saluzzo Gualtieri e della sua sposa Griselda: la centesima novella del Decameron, la decima della decima giornata, l’ultima, la chiosa finale. Boccaccio racconta dell’amore di Gualtieri e Griselda per bocca di Dioneo, il “gaudente motteggiatore e lussurioso”: è lui che giudica le leggi del tempo troppo strette per il piacere, lui che insegna alle vergini “a metter lo diavolo all’inferno”, alle mogli infedeli a nascondere gli amanti, difendendo, nei matrimoni sbagliati, il diritto delle donne a cercare altrove la soddisfazione dei sensi. Proprio quel Dioneo, che, a differenza degli altri narratori, non è vincolato a rispettare il tema della giornata ed è sempre l’ultimo a esporre la propria novella, racconta la vicenda di un marchese altero ma spensierato che, su sollecitazione insistente dei suoi cortigiani, decide di prendere moglie e sceglie la bella Griselda, una contadina, fa-manta-3figlia del “poverissimo” Giannucolo. La ragazza, spogliata delle sue vesti villane e rivestita da marchesa, dimostra da subito amore incondizionato nei confronti di Gualtieri il quale, per mettere alla prova il sentimento della sua donna, la sottopone a continue “punture” e “pruove della sofferenza di costei”. Griselda mette al mondo una figlia prima e un figlio poi, entrambi trasferiti a Bologna da Gualtieri che a tutti fa credere di averli fatti uccidere per verificare la devozione di Griselda. Dopo tredici anni di rigorosa pazienza e enigmatica ma serena rassegnazione da parte della donna, Gualtieri si spinge fino all’ultima provocazione: ripudia Griselda e la rimanda alla casa del padre vestita solo di una povera camicia, per richiamarla dopo poco con il compito di organizzare, lei che è così puntuale e precisa con le faccende domestiche, il nuovo matrimonio del marchese con una giovanissima e stupenda nobile bolognese. La ferma e devota sottomissione di Griselda si palesa in modo disarmante al banchetto nuziale, quando, alla domanda di Gualtieri di commentare il suo nuovo sodalizio, ella lo implora di non procurare alla novella e delicata sposa le vessazioni da lei subite, poiché non ancora temprata dalle difficoltà che Griselda ha conosciuto fin dalla tenera età. Il turbamento di Gualtieri è tale da condurlo quasi alle lacrime quando davanti a tutti afferma finalmente di non essere il bruto che tutti pensano, ma di aver messo alla prova per l’ultima volta l’amore di Griselda. Rivela quindi l’identità della sposa e del bambino che l’accompagna, che altri non sono che i figli che Griselda non ha potuto allevare. Griselda diventa a pieno titolo la vera signora della corte e la buona notizia scalda i cuori dei commensali e degli abitanti del marchesato che tanto hanno solidarizzato con Griselda nei lunghi anni dei suoi patimenti.  
fa-manta-4Boccaccio non pensava di poter trovare quell’esemplare di molteplici virtù e di sottomissione costante nella sua mercantile regione. La dinamica del racconto esigeva un’abissale separazione di ceti sociali, come nel mondo cavalleresco; ma quello che egli conosceva, il napoletano, era ancor più spregiudicato della borghesia fiorentina. La storia recente gli suggeriva il territorio a occidente della Lombardia come tradizionalmente feudale, un habitat ancorato al castello e a quello che oggi chiameremmo l’“indotto” della corte. L’autore, trovato il luogo atto a ospitare la sua novella, è però costretto a proiettare l’idillio agreste in un tempo remoto. La metà del Trecento, il periodo in cui è stato composto il Decameron, è per il territorio saluzzese un’epoca di fuoco. Il marchese non è un giovane e spensierato Gualtieri che prende moglie per l’insistenza dei sudditi, bensì un Tommaso che nel 1328 ha contratto un nobile e cautelativo matrimonio con Riccarda Visconti, procurandosi importanti alleanze e numerosa discendenza. Solo dopo un ventennio di prese e perdite dei villaggi piemontesi, e non senza interventi dei Savoia, degli Angiò, dei Visconti, Tommaso può affermarsi come il vero e solo marchese di Saluzzo. 
Allo spirito equilibrato del Boccaccio piacque forse da una parte il ritorno all’ordine e dall’altra la nomina nel marchesato di “sindaci di libertà” per la difesa delle franchigie e dei diritti dei sudditi. Per questa ragione probabilmente ambientò nel Saluzzese la sua difesa spirituale delle “povere case” e la sua ammirazione per i “costumi” della giovinetta prediletta del marchese. 

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla VI edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura, Storia e Ambiente

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.