Ce ne sono un centinaio nel mondo, ma l’unico in Italia è a Collegno 

di Federica Vivarelli

Occhiali tondi alla John Lennon, manifestazioni con un paio di bandiere colorate, una maglietta con il simbolo del disarmo nucleare. Al massimo, un tag da scrivere su internet prima di un’interrogazione di filosofia. Forse è questo quel che rimane della pace oggi.
Un cinismo da additare alla storia, che della parola “pace” ne ha fatto un uso spropositato per giustificare vari interventi militari. Al contrario, nel mondo si sprecano luoghi dedicati al suo opposto: la guerra. Una concorrenza senza uguali. Da Cortina d’Ampezzo a Marmolada, ogni paese che si rispetti ne ha almeno uno. A Saigon c’è un museo dedicato ai crimini di guerra. Alla Torre di Londra lasciano che il pubblico provi le armi, per testare la differenza con cui si potevano annientare i nemici a seconda dei secoli.
Sta di fatto che oggi, a parlar di pace, viene sempre da storcere un po’ il naso. Figuriamoci allora chi potrebbe essere oggi così temerario da dedicarci addirittura un museo.
Sola ad andare controtendenza è la città di Collegno: è qui che alle porte di Torino, e precisamente nell’area dell’ex manicomio, si trova il museo-laboratorio di pace, il primo e unico in Italia.
È una scelta coraggiosa, di pace intesa come movimento nonviolento alla vita” precisa Rocco Paolo Padovano, responsabile del comune di Collegno.  “Di musei di questo genere ce ne saranno un centinaio scarso in tutto il mondo, la maggior parte dei quali si trovano in Giappone, come eco sui disastri causati dalla bomba atomica. Tutti i musei di pace sono collegati in rete fra loro, come impegno di richiamo a forti eventi drammatici. Mettendo tuttavia in vetrina occhi diversi da quelli che la storia ha offerto”. Non a caso altri musei di pace si trovano a Caen, dove è avvenuto lo sbarco in Normandia, o Johannesburg, epicentro dell’apartheid.
E quindi Collegno: “Un po’ perché gli spazi disponibili in città sono limitati, un po’ perché è stata una scelta mirata dell’amministrazione, continua Padovano, oggi il nostro museo-laboratorio si trova nelle strutture dell’ex manicomio”. E dove una volta si legavano donne, uomini e bambini ai letti in attesa della loro dose di elettroshock, oggi si parla di pace e di nonviolenza. Un messaggio molto forte. C’è poi da aggiungere, sottolinea il responsabile, che l’idea di un museo come questo in città è nata negli anni Ottanta e il drammatico periodo di conflitto nei Balcani. Un gruppo di cittadini ha espresso così la volontà di mantenere alta l’attenzione su questi temi. In particolare una nostra concittadina, Lucetta Sanguinetti, ha riportato le realtà dei musei di pace in Giappone. Seguita da Paolo Macagno, che nel tempo è diventato poi il nostro assessore alla qualità della vita. Sempre in quegli anni abbiamo addirittura ricevuto la visita dell’allora sindaco di Sarajevo”. Fino ad arrivare all’inaugurazione nel settembre 2008, al primo piano di piazza Cavalieri della Santissima Annunziata 7.
Pensando a un museo dedicato alla pace si immagina il classico corridoio con le teche di vetro. Invece è un bello stanzone colorato, di ottanta metri quadri scarsi. La prima reazione è quella di guardarsi intorno, pensando di aver sbagliato indirizzo.
Molti sono ancora legati a una visione tradizionale di museo, oserei dire statica”, spiega Mascia Rossato, funzionaria comunale delle attività socio-culturali.  “Non a caso il nostro è un visitatore attivo, che fa non una visita, ma delle visite. Occorre sottolineare che il museo non è pensato per un ospite singolo, ma per un gruppo, sia che si tratti di una classe, di un gruppo scout, di un’associazione o di un’azienda”.
Ci sono quindi una serie di visite, un pacchetto da scegliere a seconda del grado di emozione da provare. Con il tipo di visita “laboratorio” si percorre in senso orario lo stanzone, a partire da una zona cinema “dove si proietta un video dalle immagini molto forti. Questo per creare emozioni, e generare il dibattito”, precisa Rossato. “Tutto è seguito da un mediatore museale che fa da arbitro tra il vissuto di ciascuno e quanto il luogo può offrire”.
In questo caso è una proiezione in bianco e nero, sulla rivolta nonviolenta degli afroamericani in America. Sono immagini crude: un gruppo di neri siede in un ristorante per bianchi, e viene per questo picchiato con ferocia dalla gente e dalla polizia. Cambia il gruppo di neri, ma la stessa scena si ripete, più e più volte. Nessuno degli afroamericani risponde alle crudeltà, non toccano un solo capello ai bianchi, nessuno obietta.
Subito dopo, la visita passa dall’area cinema a un piccolo salotto: un tappeto, dei pouf. È l’area dedicata al dibattito. Il mediatore raccoglie gli spunti, li rielabora, li restituisce al gruppo.
In questo caso si parla di immigrazione, di stranieri, di lavoro che non si trova. C’è qualcuno che vorrebbe dare la colpa della disoccupazione agli extracomunitari: racconta la sua versione, ma si dice disorientato. “Quando è stato girato quel video?”, chiede. Erano gli anni Sessanta, ma potrebbe essere storia dei telegiornali oggi.
Dietro il salotto inizia una passerella, con una serie di strani oggetti, tra cui un televisore, uno specchio, una finestra. “Rappresentano i cinque punti di azione nonviolenta di Galtung” (il sociologo e matematico norvegese fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institute e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti, nda).
Nonviolenza fa rima con Gandhi, sciopero della fame, India. Un mondo che sembra troppo lontano da quello attuale. “Galtung segue Gandhi facendone un elemento di confronto attuale. In questi giorni anche l’Onu ha accolto la proposta di Galtung come metodo di risoluzione dei conflitti”. In cinque punti Johan Galtung ha elaborato infatti il suo approccio, proposto in chiave attiva ai visitatori del museo-laboratorio: non aver paura del dialogo; non aver paura del conflitto, poiché è più un’opportunità che una minaccia; conosci la tua storia, poiché sei destinato a ripeterla; immagina il futuro, se lo vuoi realizzare; mentre lotti metti ordine a casa tua.
La visita si conclude con la proiezione di un video, e la mappa dei luoghi di pace presenti in città. Accanto, anche una piccola biblioteca che permette di continuare l’interesse anche oltre la visita.
Dopo questa esperienza viene da riaffacciarsi allo stanzone: non sono più quegli ottanta metri quadri scarsi dell’inizio. L’impressione è quella di aver percorso chilometri. “Non avevamo infatti bisogno di chissà quale spazio, o di cimeli dietro delle teche di vetro”, puntualizza Padovano.  “È come se nel nostro museo gli oggetti si solidificassero di volta in volta, e per di più cambiando aspetto, a seconda dal gruppo”.
Tra tutte, il tipo di visita più completo è quello itinerante: “Vogliamo che si pensi ad un museo non chiuso all’interno delle quattro mura, ma di un luogo diffuso per la città, altrimenti cadrebbe il senso stesso di pace e nonviolenza”, riprende Rossato.  “Il percorso inizia dallo Spazio Pace e Servizi Civili, centro nevralgico del volontariato nonviolento cittadino, per poi continuare tra i viali del parco Carlo Alberto Dalla Chiesa, dove appunto si trova il museo”.
Nel polmone verde collegnese, tutte le strade sono infatti dedicate a personaggi di pace: c’è viale Rosa Parks, viale Tom Benetollo, leader del pacifismo italiano, fino all’ultimo, dedicato al brasiliano Paulo Freire, teorico dell’educazione. Per arrivare all’emporio equosolidale cittadino. “Ci piace pensare che dopo aver vissuto un posto del genere, si possano concretizzare i propri ideali attraverso scelte di vita reali. Per questo ci vantiamo di aver realizzato tutto questo grazie a un forte legame con il territorio e con le associazioni, come il Centro Sereno Regis, Equamente, Solea, la cooperativa San Donato”, conclude Padovano.  “Per questo, il museo si occupa di varie attività: dibattiti, serate di approfondimento, e scuola di formazione. Nel tempo alcuni giovani ci hanno chiesto di rimanere nel circuito della pace. E allora è nato il corso per “mediatori museali junior”, una piccola scuola di pensiero nonviolento. D’altronde occorre alimentare continuamente la pace perché viva”.  

Info: Tel. 011.4015876, www.comune.collegno.gov.it

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