I carnet di viaggio di Stefano Faravelli, artista al seguito di spedizioni scientifiche. Una figura solo apparentemente d’altri tempi

Intervista di Nico Ivaldi

cover-feb14Quel disegno fatto a cinque anni, Stefano Faravelli – pittore della natura, filosofo e orientalista torinese – non lo ricordava nemmeno più. L’aveva conservato in qualche cassetto e lì era rimasto per tanto tempo. Nel disegno c’erano degli alberi, una tigre, un uccello variopinto, dei serpenti. Insomma, l’immaginazione del bambino aveva concepito una foresta.
Mi ha fatto un certo effetto ritrovarlo cinquant’anni dopo, al ritorno da una spedizione nella foresta pluviale del Madagascar” spiega Faravelli, un uomo alto dall’aria ascetica e dallo sguardo profondo, osservando quel disegno infantile. “Fin da piccolo i boschi intorno alla mia casa rappresentavano la foresta nella quale mi immaginavo di vivere. Ma la mia fantasia aveva trovato linfa anche ne Il libro della jungla di Kipling, che mi leggeva mia madre Corinna”.
Una dimensione quasi salgariana…
“Ti stupirà, ma non amavo Salgari, poi riscoperto e molto amato in età adulta. Nelle sue opere mi infastidiva la mancanza di scientificità. Per me era un romanziere molto fantasioso, e basta. Adoravo invece Jules Verne, lui sì, capace di unire le conoscenze moderne con l’inventiva dello scrittore”.
La precoce immaginazione del piccolo Stefano si è nutrita di atlanti, enciclopedie, manuali di zoologia, dizionari. Quando suo padre Sergio gli regala una scatola di acquerelli, Stefano capisce che la sua strada è tracciata. Frequenta il liceo artistico e quindi l’Accademia di Belle Arti di Torino. Tuttavia, abbandonata momentaneamente l’arte, si iscrive all’Università, dove si laurea con una tesi di filosofia morale.
Cosa c’entrano pittura e filosofia? Sono solo di modi diversi di penetrare e comprendere la realtà” dice l’artista, nella cui immensa biblioteca trovano posto moltissimi testi spirituali delle grandi religioni. Ammette di possedere una visione mistica nella sua arte, “anche se è un segreto tra me e qualcuno…”
In seguito frequenta l’Istituto di Orientalistica, intraprende lo studio dell’arabo (“non conosco bene nessuna lingua, ma l’amore per la parola scritta, quindi la calligrafia, ha fatto sì che da dilettante mi sia avvicinato a tutte le lingue che ho potuto conoscere, compreso sanscrito ed ebraico”) e compie viaggi nel Vicino, Medio ed Estremo Oriente. Ma soprattutto riprende a dipingere e, dopo varie esperienze artistiche come illustratore e scenografo con Guido Ceronetti per il Teatro dei Sensibili, si specializza nei carnet di viaggio, l’ultimo dei quali realizzato proprio in Madagascar.
Ero stato ‘arruolato’ come pittore della natura in una spedizione internazionale organizzata dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Camminavano cinque ore al mattino e cinque di notte armati di pile e accompagnati dalle guide, per studiare animali e piante. Il taccuino su questo viaggio che ho appena terminato si intitola “Verde stupore”,dice sfogliando le pagine ancora fresche di colore della sua moleskina che presto diventerà un libro.
Gli confesso che trovo geniale l’idea di aggregare un artista in una spedizione scientifica del XXI secolo.
Geniale ma anche funzionale perché il disegno ha ancora molto da raccontare”.
In effetti, sorprende la precisione scientifica e l’accuratezza con la quale Faravelli ha dipinto camaleonti e serpenti, dal vivo naturalmente, rischiando perfino la morsicatura di un piccolo serpente mentre con la mano sinistra lo teneva fermo.
I carnet di viaggio – a tutt’oggi sono usciti: Egitto, India, Cina, Mali e Giappone – hanno dato respiro internazionale all’arte di Faravelli, facendolo conoscere e apprezzare in tutto il mondo (ha esposto a Londra, Parigi, New York). Si tratta di opere uniche nel loro genere: descrivono paesaggi, persone, animali e tradizioni millenarie (ma anche sensazioni catturate sul posto) con brevi note, disegni e acquerelli schizzati su carte da disegno o foglietti di “recupero” (come le pagine di un bloc-notes dell’hotel). Spesso Faravelli li arricchisce con piccoli reperti dal grande potere evocativo (un rametto di acacia, un pezzettino di tessuto, un seme, una foglia, il biglietto d’ingresso ad un sito storico o un museo) raccolti sul posto e conservati con cura.
Perché hai deciso di dedicarti al carnet di viaggio, un genere artistico-letterario che appartiene piuttosto alla tradizione illuministica e romantica?
Prima dell’avvento della fotografia, spiega l’artista, il carnet di viaggio è stato il solo modo di raccontare le emozioni legate alla scoperta di culture e tradizioni lontane. Del carnet come genere mi interessa l’aspetto narrativo, il suo testimoniare il lavoro nel suo farsi; il suo essere, in itinere, scrittura e disegno, rappresentazione della cosa e narrazione di ciò che accade in me mentre la percepisco, delle memorie che sollecita, dei pensieri che attiva. Il carnet coniuga pittura e filosofia e teme lo sguardo frettoloso del viaggiatore compulsivo, che delega al tempo di uno scatto fotografico tutto il senso di un’estetica consumistica. Ciò che mi spinge è il valore inestimabile della bellezza, ovunque mi sia dato di incontrarla: l’appello alla preghiera a Timbouctù, il cane disteso al sole sui ghat di Varanasi, le nuvole dell’ultimo monsone…”
In una società dai ritmi frenetici, i carnet di Faravelli richiedono tempi lenti di degustazione; ogni pagina va scoperta con lentezza, assaporando profumi, sensazioni e colori come in una “arcaica” forma di multimedialità. È il caso dell’Egitto, per Faravelli “esperienza mistica in grado di restituire la più intima visione possibile di un luogo di per sé fin troppo noto ai circuiti del turismo di massa.” 
Con quel “troppo noto” pronunciato a denti stretti.
Tutti vedono le Sfingi troneggiare con lo sfondo del deserto alle loro spalle, ma nessuno nota realmente che cosa ci sia davanti a questi colossi di pietra e come il loro sguardo punti diritto e atterrito alla metastasi cementizia rappresentata da Il Cairo” osserva Faravelli mentre estrae da una cassetta di legno i suoi taccuini.
Nella sua produzione spiccano due carnet dedicati al Giappone. Non c’è un controsenso a descrivere una realtà così ostentatamente moderna?
Certo le grandi città non costituiscono il mio habitat naturale. Però ho fatto un’eccezione per Tokyo dove ho realizzato un taccuino dei due complessivi dedicati al Giappone (l’altro riguarda Kyoto). Kyoto rappresenta il Giappone tradizionale e quindi ho deciso di dipingere il carnet su pagine bagnate con il tè e arricchite con frammenti di foglie d’oro. Tokyo è invece una malattia, dunque tutto è spezzettato, è una narrazione scomposta in mille immagini che riflettono il caos della grande città, il traffico, la metropolitana, le popolazioni giovanili, le tante tribù metropolitane”.
Con quale attrezzatura viaggia uno scrittore di carnet.
È un’attrezzatura ridotta all’osso. Viaggio con una scatola di legno dentro la quale ci sono: gli acquerelli Winsor & Newton, i migliori al mondo, credo che anche Turner usasse questi, e una serie di pennelli W&N serie 7 con pelo di martora. Poi con me ho sempre le immancabili moleskine, almeno due, e album da disegno. Non mi serve altro perché l’acqua la trovo dappertutto”.
Macchina fotografica?
Certo, anche quella, ma non è fondamentale”.
Stefano, come scegli un luogo da visitare e da raccontare?
In realtà non sono mai io a scegliere, è il viaggio che sceglie per me, c’è come un sistema interiore di bilance, cui corrispondono paesi amati. A un certo punto uno di questi paesi chiama più degli altri, il piatto della bilancia fa massa critica e io parto”.
Scrive Faravelli nel suo sito: Sono andato. Armato della lampada, dei miei colori e pennelli – l’atelier tascabile – dei libri letti e amati e soprattutto della fame di Vero e di Bello, l’uno sogno e segno dell’altro”. 

Foto Michele Bressi

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