Dai piccoli jazz club degli inizi ai grandi teatri, passando per la serie tivù sul Trio Lescano, le Blue Dolls stanno spopolando con un repertorio vintage che piace a spettatori di ogni età

Intervista di Nico Ivaldi

“Visse d’arte”, potrebbero scrivere di lei i giornali, un giorno molto lontano. Di quale arte si tratti non ha importanza, perché Viviana Dragani, cantante delle Blue Dolls (il terzetto di voci femminili che sta spopolando nei teatri di mezza Europa) le sta sperimentando tutte. E con ottimi risultati. Eppure nella sua famiglia il sacro fuoco dell’arte non pare ardere.
La mia è una classica famiglia contadina” spiega Viviana, trentaquattro anni, brunetta dagli occhi vispi. “Veniamo da Pescara, anche se io ho sempre vissuto a Torino. Sono un Leone con ascendente Bilancia, dunque un segno forte adatto a una combattente come me, sempre in cerca di nuove sfide”.
Viviana comincia con la danza classica e poi passa al ballo: contemporaneo, jazz, perfino il flamenco. E proprio ballando la sua vita artistica prende un’accelerata.
Durante il musical A Night at the Cotton Club, dedicato a Duke Ellington, dove ballavo il tip-tap, facevo la ballerina jazz e la corista, mi viene proposto proprio di dedicarmi al canto. Da lì a creare il trio vocale delle Blue Dolls, cantanti-ballerine, il passo è stato breve”.
Le Blue Dolls (il trio, oltre a Viviana Dragani, è composto anche da Angelica Dettori e Flavia Barbacetto) nascono al Teatro Carignano di Torino nel musical Mille lire al mese, grazie ad una felice intuizione di Paolo Volante, pianista e loro attuale manager, e vengono lanciate come gruppo a sé stante al Louisiana Jazz Club di Genova, alla fine del 2005. Il loro show parte dal repertorio dei più famosi interpreti, compositori e arrangiatori italiani degli anni ’40, come Alberto Rabagliati, Pippo Barzizza, Gorni Kramer riproponendo canzoni famosissime come “Pippo non lo sa”, “Maramao perché sei morto?”, “Tuli-tuli pan”, “Baciami piccina”, solo per citare le più note.
Col tempo abbiamo affiancato un repertorio anni ’50 che va da Carosone al Quartetto Cetra, con incursioni negli anni ’60-’70 con brani di Mina, Rita Pavone e tanti altri” precisa Viviana.
Il tutto reinterpretato nel loro stile vocale unico, fresco e divertente, e accompagnato da una travolgente presenza scenica, raffinata e acqua e sapone ad un tempo. E da una band di musicisti swing di tutto rispetto.
Perché piacete così tanto a tutti, grandi e piccini?
Piacciamo ai grandi perché sono nostalgici e ai più piccoli perché molti testi delle canzoni di prima della guerra sono spiritosi e semplici, anche i bambini li capiscono. Ma forse anche la nostra simpatia e la nostra comunicativa sono tra i segreti dei successi delle Blue Dolls”.
L’escalation delle tre bamboline blu è stata inarrestabile. Dai piccoli jazz club fino ai teatri e poi alle tournée in Italia e in Europa (con puntate allo storico Blue Note di Milano e al Montreux Jazz Festival). Partecipazioni televisive su grandi emittenti nazionali hanno contribuito a diffondere il nome e il loro repertorio al grande pubblico. Nel gennaio del 2008 Viviana ha ricevuto la Nomination agli Italian Jazz Awards 2008 come Best Jazz Singers. “Una soddisfazione immensa”, ricorda.
Non l’unica.
“Ad Ankara, in Turchia, eravamo il gruppo di spalla di Amii Stewart, che ci ha pubblicamente lodate. Poi abbiamo avuto molto successo anche in Montenegro, mentre in Svizzera e nella nostra Italia ormai siamo di casa”.
Altra grande cassa di risonanza le Blue Dolls l’hanno ottenuta con la fiction televisiva proprio dedicata alle tre sorelle olandesi Leschan (meglio conosciute come trio Lescano), nella quale Viviana, Angelica e Flavia davano la voce, durante le canzoni, alle attrici che interpretavano le Lescano (Andrea Osvart, Lotte Verbeek e Elise Schaap). “Questa della fiction è stata un’avventura impagabile sia dal punto di vista artistico e formativo sia per la soddisfazione personale di essere stata scelta, insieme alle mie due colleghe, per ridare vita a un trio vocale che ha segnato la storia della musica leggera italiana”.
Come vi siete preparate?
Abbiamo ascoltato più e più volte le registrazioni originali per poi mettere per iscritto, nota per nota, le armonizzazioni delle tre voci. Poi abbiamo fatto uno studio preciso sulla vocalità dell’epoca, così da non risultare cantanti moderne che cercano di riproporre quel genere, bensì cantanti che recuperano in tutto e per tutto quella vocalità tipicamente italiana che attingeva all’operetta, ma che al tempo stesso si apriva agli influssi anglosassoni e allo swing. Per finire abbiamo dovuto imitare i difetti di pronuncia e di dizione tipici di tre olandesi che parlavano la nostra lingua”.
Questo lavoro presuppone un certo affiatamento con le tue colleghe. Andate così sempre d’accordo?
Spesso, quello che si vede in scena non è quello che c’è fuori dalle quinte. È facile scontrarsi, soprattutto quando ci sono tre personalità forti come le nostre. Anche Flavia è un Leone, è una donna molto libera. Angelica è una Bilancia, tende a moderare i suoi spigoli, ma comunque anche la sua è una personalità forte. Sì, c’è successo spesso di scontrarci, ma con la figura di riferimento che è Paolo Volante, le cose vanno avanti bene. Lui è bravo a pacificare. Ci fa da manager, segue la preparazione dei repertori, è il nostro faro”.
Prese singolarmente, le vostre sono tre belle voci, anche tu hai progetti solistici come le tue colleghe?
Come solista ho un progetto, che vede coinvolti anche gli Gnu Quartet, intitolato Moondance, un poetico omaggio alla luna nello swing americano. Sto lavorando molto anche un progetto di tango argentino, Muy lindo tango, dedicato al grande Carlos Gardel. Ho scelto personalmente questo progetto perché mi dava la possibilità di cantare in spagnolo, e poi i testi mi danno molte soddisfazioni dal punto di vista interpretativo. Qui non c’è più la frivolezza dei brani anni Quaranta, ma solo amore e passioni e sentimento.”
Perché ti piace il mondo latino-americano?
È una passione che ho da molti anni. Sono laureata con lode in spagnolo alla facoltà di lingue di Torino. E insegno spagnolo in una scuola. Adoro tutto ciò che proviene da quelle terre, sento che quella cultura e quella storia mi appartengono”.
Danza, ballo, canto. Poi c’è la scrittura. Viviana sta per davvero vivendo d’arte.
Sì, scrivere mi è sempre piaciuto. Ho pubblicato racconti in alcune antologie. In uno di questi, intitolato Sotto il manto d’erba, ho racconto una mia esperienza ai limiti del saffico. È stata un’attrazione mentale, psicologica, quella per un’altra donna, che mi ha segnata molto anche negli approcci con gli altri. Niente di fisico, però” specifica Viviana, che nel suo curriculum può anche vantare un master in traduzione editoriale. “E poi faccio anche la speaker in radio, conduco un programma dedicato alle novità editoriali su Radio Energy”.
E l’insegnamento che parte svolge nella tua vita?
“Mi aiuta a crescere come persona. Insegno in una scuola difficile, in cui bisogna avere un certo carisma per gestire il rapporto con i ragazzi. Sono allievi a cui spesso mancano figure di riferimento, il che mi obbliga a rapportarmi con realtà individuali molto dure. Non nego che sia un lavoro logorante, ma anche molto formativo”.
Chi è Viviana Dragani?
È uno spirito libero che fa dell’arte perché è un modo di dare voce a cose che di solito restano dentro. Si sente molto felice per quello che ha fatto fino a oggi, ma non mette limiti alla divina provvidenza. Per esempio un domani potrebbe anche imparare a dipingere..”

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