Pequeñas Huellas: un’orchestra per educare alla pace 

di Lucilla Cremoni

Quello che felicemente stupisce è vedere bambini magari di tre anni che cominciano in orchestra e spesso non cover-ott14parlano italiano. Ma nel giro di pochissimo tutti parlano musica, e parlano musica tutti insieme, ed è meraviglioso. Da lì si comincia, ed è un percorso comune perché man mano i ragazzini velocemente si rendono conto che è un progetto comune, qualunque sia la tua estrazione sociale, provenienza, la tua lingua madre, stai facendo un progetto altissimo in comune con altri bambini”.
Questo è il senso di Pequeñas Huellas (“Piccole Impronte”), un’associazione fondata nel 2004 da Sabina Colonna-Preti per educare alla pace attraverso la musica, e rendendo protagonisti i bambini. “Pequeñas Huellas è un progetto nato insieme alla mia famiglia”, racconta Sabina, una donna minuta con una bellissima voce e il viso luminoso, un vero concentrato di energia. “Io sono viola da gamba, ho un marito liutista e tre figlie musiciste da sempre, abbiamo girato il mondo con le nostre figlie nelle custodie degli strumenti: sono cresciute di musica. Nel 2004, durante la collaborazione con un gruppo di musica antica cubana, è nato uno scambio e ho cominciato a insegnare viola da gamba a l’Avana, e sempre con le mie figlie al seguito – un’arpa, un violino e un violoncello, quindi anche uno spostamento importante ogni volta – abbiamo cominciato un progetto in una scuola. I bambini, vedendo altre bambine piccole (la più piccola, la violoncellista, aveva 5 anni) hanno subito fatto amicizia”. Nasce l’idea di fare iniziative assieme. “Io ho detto: datemi dei bambini e vi organizzo un concerto. Scherzavo, ma mi hanno procurato settanta bambini, seduta stante. Siamo riusciti a imbastire un concerto, che è andato bene”
È andato così bene che il governo li ha invitati anche l’anno successivo. “Io non avevo l’idea di fare tutto questo, ero musicista e mamma felice. Però ho portato dei bambini italiani, li abbiamo mischiati e sono diventati 110, sono stati insieme quindici giorni. Alla fine dell’incontro, proprio prima del concerto, la mia figlia maggiore, 11 anni, violinista, mi ha chiesto: mamma, posso parlare? (fra di noi parliamo spagnolo, perché mio marito è argentino) e io le ho detto: Vai! E lei, con mia grande sorpresa, ha fatto un discorso politico forte, fortissimo, dicendo che dopo quindici giorni in cui bambini italiani e cubani erano stati assieme condividendo con la musica tutta la giornata, si erano resi conto di quanto fosse urgente forgiare una catena di bambini musicisti in giro per il mondo, che potessero incontrarsi prima di diventare adulti, prima di avere barriere, prima di avere pregiudizi, e che per fare questo i bambini avevano bisogno degli adulti. Dunque, ha detto mia figlia, “chiedo alla mamma, chiedo ai capi di stato, chiedo agli artisti, chiedo a tutti gli adulti del mondo di aiutarci a questo scopo”. Per me è stata da subito una mission eterna, e da allora (era il 2005) ne sono investita. È stato complicato, perché il mondo è grande e noi eravamo piccolissimi – continuiamo ad essere piccolissimi – e più si va avanti più ci si rende conto che i bambini non hanno voce, neanche tutti insieme, ed è una cosa tristissima. E non hanno voce se noi non gliela diamo”.
Il progetto di Pequeñas Huellas è simile a quello creato in Venezuela da José Antonio Abreu, che infatti ne è padrino assieme ad altri grandi musicisti e a personalità internazionali: da Uto Ughi a Gianandrea Noseda, da Gualtiero Marchesi a Youssou N’Dour, da Gustavo Zagrebelsky a Margherita Oggero – per citarne solo alcuni. 

E soprattutto Claudio Abbado, “nonno” del progetto, di cui vide muovere i primi passi nel 2005. “In quel periodo c’era a Cuba Abbado con l’Orchestra del Venezuela”, ricorda Sabina. “Ci siamo conosciuti perché durante una delle prove dell’orchestra lui è entrato in chiesa e la mia figlia piccola gli è corsa incontro ad abbracciarlo dicendo entusiasta ‘tu sei bravissimo’… insomma, c’è stata tutta una scena familiare molto bella. Lui si è commosso e ci ha detto: sono a vostra disposizione, il progetto mi sembra meraviglioso, ditemi quello che volete. Io non gli ho chiesto niente e lui ci ha scritto una frase molto bella”. La frase si trova sul sito di Pequeñas Huellas, e vale la pena riportarla. “Il progetto di Sabina Colonna Preti Pequeñas Huellas”, scriveva Abbado, “è la prova che un’espressione culturale internazionale appartiene all’umanità intera. Attraverso i loro strumenti e le loro voci, i bambini di  Pequeñas Huellas superano e fanno cadere le barriere culturali, etniche e religiose. Meritano l’appoggio e l’incoraggiamento delle istituzioni internazionali e dei governi, affinché le loro voci trovino una giusta eco nel mondo intero. È un piacere essere il “nonno” di questo progetto”.
Già, l’appoggio e l’incoraggiamento delle istituzioni. Chiunque si occupi di organizzazione culturale ha da tempo smesso di contare le volte in cui si è visto respingere ogni richiesta e si è dovuto sorbire lunghe litanie sulla mancanza di fondi, e quanto si senta preso in giro constatando il ricorrere di manifestazioni tanto insulse quanto costose (“Io misuro tutto a violini”, dice Sabina con un mezzo sorriso. “Un violino costa 50 euro, quando vedo certi sprechi penso a quanti bambini si potrebbero formare con quelle cifre”…). Ma Pequeñas Huellas è un progetto davvero speciale: anche ad essere tanto cinici da infischiarsene del suo valore intrinseco, le sue potenzialità promozionali sono talmente evidenti che enti ed esponenti politici dovrebbero fare a gara per assicurarselo come fiore all’occhiello. Quindi, qual è la risposta delle istituzioni? 

Per ora nulla, zero. Zero e mai. Abbiamo avuto due volte un sostegno della Compagnia di San Paolo in occasione del viaggio in Bosnia e, l’anno scorso, del viaggio a Roma, con una messa argentina scritta apposta per il papa. Ma per il resto nulla”. 
Meglio tornare alla musica. Eravamo rimasti a Cuba.
Nel 2006 mi sono trasferita a Torino, scegliendo questa città pensando che fosse più illuminata di altre. E per certi versi è vero, perché la gente che ho incontrato è meravigliosa. E abbiamo cominciato a fare incontri internazionali. Il primo è stato nel 2008 a Terra Madre. Ci siamo messi d’accordo con Carlin Petrini e il prossimo incontro sarà l’undicesimo, sempre a Terra Madre e sempre con Petrini. Gli incontri sono stati in Italia e all’estero: Spagna, Argentina, Messico, altri posti in Italia, Bosnia-Erzegovina, Germania… In questi incontri si parla sempre di diritti dei bambini; i bambini stessi di Pequeñas Huellas hanno scritto una Carta dei Bambini per un mondo senza violenza”.
L’Associazione ha ormai dieci anni (festeggiati domenica 28 settembre con un concerto presso la chiesa parrocchiale di Borgo Revel, ndr)…
“I ragazzi con cui abbiamo cominciato sono cresciuti, hanno attorno ai ven’anni, molti sono all’università, qualcuno è già in politica, ed è bellissimo vedere come mettono in discussione, con una coscienza nuova, tutta la tematica che dobbiamo affrontare. Una delle cose che ci hanno chiesto è stata di fondare, nelle scuole, delle orchestre simili a Pequeñas Huellas: lo stesso concetto, educare tutti i bambini. Abbiamo cominciato proprio da Torino nel 2010 aprendo delle scuole di orchestra negli asili comunali e statali, e siamo arrivati a 1250 bambini. Fanno tre ore di orchestra la settimana, la maggior parte gratis – e chi paga, paga 50 euro l’anno. Noi mettiamo gli strumenti, e adesso siamo entrati in collaborazione con il Sistema Italiano, che è lo stesso sistema venezuelano ma si sta sviluppando in Italia. Io sono la referente per il Piemonte”.
Se ci sono allievi ci sono insegnanti. Tutti volontari?

“Questo sta diventando un circolo virtuosissimo, perché a insegnare sono ragazzi del Conservatorio che così riescono ad avere un impiego – non è uno stipendio favoloso, ma sono 15 euro netti all’ora, che per cominciare non è male – per la maggior parte ragazze, con uno spirito stupendo perché hanno capito perfettamente cosa vogliamo fare. Abbiamo cominciato dai quartieri con maggior incidenza di immigrazione e bambini da tutto il mondo: ad esempio, il Circolo Didattico Lessona ha una quarantina di etnie. Ci ha aiutato la Fondazione Agnelli e adesso stiamo aspettando che anche il Miur sostenga il progetto – bambini da 3 a 13 anni, tutto gratis, per noi è un impegno gravoso. Poi abbiamo aperto la stessa cosa a Trofarello, coinvolgendo tutte le scuole della città: lì c’è già la media musicale, quindi pian piano si farà un’orchestra cittadina. E l’idea è proprio far crescere i bambini in orchestra e formare tante orchestre di bambini prima a livello di scuola, poi di quartiere poi di città. Abbiamo già fatto un’orchestra regionale con molti ragazzi dei Conservatori e alcuni che arrivano da esperienze diverse, è un grande contenitore in cui man mano i ragazzi crescono, si riconoscono e si formano”.
Una formazione umana, prima ancora che musicale, che ha i suoi cardini nel rispetto e nella responsabilità. Ne è esempio lampante “Bacchetta Magica”, il corso di direzione d’orchestra. “Si comincia da piccolissimi, 5-6 anni, e l’idea è quella di formare in un ambiente democratico, perché sei nello stesso momento al comando e nel gruppo. Uno dei nostri musicisti, Luca, a 10 anni è stato insignito dal Presidente Napolitano del titolo di Alfiere della Repubblica, perché a quell’età già dirigeva orchestre di bambini. Luca è fagottista durante la maggior parte del tempo: a un certo punto esce dall’orchestra e dirige; Carolina, violoncellista, fa lo stesso quanto tocca a lei. Così i ragazzi si danno il turno, senza fare differenza di ruolo; riconoscono l’importanza di chi è alla guida dell’orchestra, così come i cittadini dovrebbero riconoscere l’importanza di chi è alla guida del Paese. Il fatto che siano amici aumenta il rispetto e la solidarietà, e io spero davvero che questa sia l’educazione per una generazione diversa”.
Il famoso principio del primus inter pares, e un altro modo per abbattere le barriere…

“Esattamente. La mia figlia maggiore, che ormai ha 21 anni, da piccola diceva sempre: mamma, non capisco perché non esistano gli Stati Uniti del Mondo”
Bella domanda!

“Lei dice sempre “io sono europea”. Noi non ci sentiamo lombardi o piemontesi, o italiani. Siamo europei, ma gli Stati Uniti del Mondo sarebbero molto più facili”.
Prossimi impegni?

“Dopo il flash mob contro il femminicidio in piazza Carlo Alberto del 30 settembre, per cui la mia figlia maggiore ha composto una musica ad hoc, a fine ottobre non mancheremo all’appuntamento con Terra Madre. Contemporaneamente stiamo lavorando su altri due fronti. Uno è l’apertura del coro Manos Blancas: verrano dal Venezuela i fondatori di questo coro meraviglioso, che si chiama Mani Bianche perché i bambini che non possono cantare con la voce per qualsiasi motivo (deficit di attenzione, uditivo o altro) cantano con le mani, col linguaggio dei segni, le stesse canzoni che canta il coro. Stiamo aprendo, entro il 2014-15, un coro così anche a Torino, col contributo fisico dei bambini del Cottolengo e dell’Associazione Down. L’altro è il progetto di costruire, con i bambini Down, gli strumenti per i bambini delle scuole: per loro sarà lavoro e terapia, per noi significherà non comprare strumenti cinesi, insomma un altro circolo virtuoso, bambini per bambini”.
Una curiosità: l’anno scorso, durante il festival Beethoven, i ragazzi che hanno suonato indossavano magliette multicolori. Hanno un significato “tecnico”, indicando ad esempio la suddivisione dei ruoli, o è l’arcobaleno della pace?  

“È proprio l’iride della pace, l’abbiamo scelta apposta. Adesso le ragazze stanno crescendo e chiedono un abbigliamento più femminile della maglietta, però è anche vero che è un colpo d’occhio fenomenale, l’immagine vivente della pace”.
Pequeñas Huellas al Festival Beethoven del 2013 ha avuto un autentico trionfo, e chi c’era può testimoniare che quando salgono sul palco il primo applauso che li accogllie è di simpatia, per l’allegria che fanno quelle magliette multicolori e quei ragazzini con strumenti che a volte sembrano più grandi di loro. Ma poi quei ragazzini cominciano a suonare, e alla fine non li si applaude perché fanno tenerezza. Li si applaude perché sono bravi. 

Fra l’altro due dei musicisti, due ragazzini di dodici anni, si sono fatti tutta la Quinta a memoria. All’inizio dovevano fare solo il primo movimento, poi il direttore Juraj Valčuha ha visto Ludovico che lo guardava suonando a memoria tutto il primo movimento e gli ha chiesto, “sai fare anche il secondo?” Lui ha risposto di sì, e il direttore: “allora prova”. E così alla fine, vedendo che li sapevano tutti, gli han fatto fare tutta la sinfonia. Con un po’ di apprensione da parte di alcuni orchestrali, ma col sostegno convinto degli altri”. 
Avete una sede?
“Non abbiamo una sede purtroppo, la stiamo cercando. La sede dell’Associazione è una nostra cascina (nostra personale, come famiglia) vicino a Chivasso, dove vorremmo fare un centro internazionale di educazione alla pace attraverso la musica. Stiamo cercando di allearci anche simbolicamente con il Cottolengo e associazioni di questo tipo perché per me l’idea è che il bambino deve vivere tutto un percorso di educazione attraverso le mani, la terra. Educare anche alla coltivazione, a fare il pane, a fare la ceramica, il telaio, la liuteria, e come attività principale sempre la musica. Adesso stiamo vedendo se troviamo finanziamenti europei perché sul territorio non abbiamo trovato ascolto, forse non è il momento storico. Ho visto che hanno ristrutturato tante cascine, però il progetto va sempre su turismo, equitazione, ma non c’è nulla di importante mirato all’educazione dei bambini. Comunque voglio dare solo messaggi positivi, non sono portavoce di me stessa ma dei bambini e spero che un giorno lo Stato riconoscerà l’evidenza di questo cammino”.

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