Esploratori urbani del terzo millennio

Intervista di Nico Ivaldi

Gli esploratori urbani del terzo millennio viaggiano per siti abbandonati (ospedali psichiatrici, vecchie fabbriche, ville decadute, scuole, chiese) armati di macchina fotografica, torce e blocco per appunti. Una via di mezzo tra Indiana Jones e l’inviato speciale di un grande giornale. Brividi e avventura.
I trentenni torinesi Alessandro e Pierpaolo (niente cognomi, poi vi diremo il perché) sono due esploratori urbani, che dedicano i fine settimana alla ricerca di luoghi “vissuti”, dove donne e uomini hanno lavorato, sofferto, pregato e, qualche volta, fatto festa.
Il risultato del loro lavoro sta tutto nel loro blog Abbandonografando (nato a fine maggio di quest’anno), solo testi e tante foto. È un blog “educato” come sono i due ragazzi, dove si entra in punta di piedi quasi per non disturbare e dove si capisce molto del rispetto di Pierpaolo e Alessandro per i luoghi visitati.
Il loro orizzonte ”esplorativo” attualmente è il Piemonte, ma l’obiettivo è quello di estendere la ricerca altrove, magari spingendosi un domani fino alla città fantasma di Pripyat, che subì le peggiori conseguenze dall’esplosione della centrale di Cernobyl, oggi meta di tour dell’orrore che partono da Kiev.
Intanto, ragazzi: perché niente cognomi? (Poiché si tratta di una conversazione a tre, per non fare torto a nessuno eviteremo di attribuire le risposte o a uno o all’altro, n.d.r.).
Si tratta di una scelta obbligata perché quasi sempre ci rechiamo in posti vietati, spesso proprietà private dove se ci trovano rischiamo la denuncia per violazione di domicilio. Va da sé che se invece entriamo in una proprietà pubblica questo rischio non esiste. In tutti i casi la discrezione è una nostra prerogativa. Infatti sul nostro blog non forniamo mai indicazioni sui posti che visitiamo, per evitare che eventuali malintenzionati ci vadano con l’intenzione di depredare quel poco che ormai è rimasto. A noi i posti piacciono così come sono, non tocchiamo niente, abbiamo il massimo rispetto di cose che non ci appartengono”.
Com’è nata questa iniziativa?
L’idea è partita da me, spiega Alessandro, dopo aver letto un reportage sui luoghi abbandonati. Una frase in particolare aveva attirato la mia attenzione: ‘Ciò che inquieta ispira’. Io ho fatto così, ho tratto ispirazione dall’articolo e mi sono innamorato del genere. Quindi ho proposto la cosa a Pierpaolo che ha accettato subito”.
Ricordate la vostra prima esplorazione?
Siamo andati in un centro sportivo abbandonato sotto il Musiné. È stata fin da subito un’esperienza elettrizzante”.
Siete in tanti appassionati di questa attività?
Sì, con altri gruppi sono nati scambi di informazioni, dopo le prime iniziali reciproche diffidenze, per trovare i posti da visitare. È quello il lavoro più difficile”.
Avete un altro canale?
C’è Internet, ma molto spesso a guidarci è il caso. Succede che mentre stai andando in un posto senza volerlo ne trovi un altro. Soprattutto ora che facciamo più attenzione, non hai idea dei luoghi abbandonati, ma ritrovati, che ci aspettano. Quando scriviamo sul blog che l’abbandono è dappertutto, è la pura verità”.
Di permessi nemmeno a parlarne, giusto?
Non esistono, e anche se esistessero non potremmo certo aspettare che arrivino. Ci infiliamo nelle aperture che troviamo, scavalchiamo recinzioni o ci intrufoliamo in qualche altro modo”.
Avete mai fatto incontri inattesi?
Intanto va detto che effettuiamo i sopralluoghi solo di giorno. Prima avevamo paura, oggi andremmo anche di notte, tale è l’adrenalina che ci dà fare queste cose. Una volta ci siamo imbattuti in alcuni vagabondi rumeni sulla sessantina che avevano ‘occupato’  una vecchia struttura. Lo spavento ci ha costretti alla fuga. Poi siamo tornati sui nostri passi e abbiamo trovato inattesa collaborazione in queste persone, consigli su come muoversi in quel luogo e dove secondo loro era meglio fare le foto”.
E incontri… piacevoli?
 È successo vicino a un asilo abbandonato in un paese molto piccolo. Non ci decidevamo a entrare perché non eravamo soli, c’erano persone che uscivano da messa. Hanno notato la nostra titubanza e ci hanno domandato che cosa stessimo facendo. Noi abbiamo spiegato tutto e, incredibilmente, si sono offerti di farci da guida. Ci hanno raccontato la storia di questo asilo che vorrebbero salvare dall’abbandono anche con l’autofinanziamento. Per questo motivo la nostra visita è stata molto gradita”.
C’è un posto che vi ha spaventati più di altri o emozionati?
Il manicomio di Vercelli ci ha emozionato molto. Tutti i manicomi conservano tracce di sofferenza, la percepisci chiaramente, ma quella volta ci è accaduto un fatto strano: quando siamo passati sotto una specie di lampione nei corridoi ci è sembrato che la luce si fosse accesa per un secondo. Eppure non c’era elettricità. È stato molto emozionante anche il sopralluogo nella discoteca ‘Ultimo Impero’ ad Airasca (con ottomila posti è stata la più grande discoteca d’Europa tra il 1992 e il 1998, n.d.r.). Oggi vedere questo luogo di divertimento così immenso, che da ragazzi anche noi abbiamo frequentato, e ripensarlo nello stato in cui si trova ci ha lasciato l’amaro in bocca. Comunque anche quella volta è successo qualcosa di misterioso. Durante la fine della visita abbiamo sentito dei portoni sbattere molto forti, con un rimbombo terrificante. Abbiamo pensato ci fosse qualcuno. Era tutto buio. Eravamo al secondo piano, per uscire dovevamo scendere le scale e così abbiamo fatto, senza che ci succedesse nulla. Quella sera, quando abbiamo rivisto le foto ingrandite, abbiamo notato un particolare che subito ci era sfuggito: c’era una persona in piedi dietro un pilastro che ci spiava. È stato incredibile.”
Avete mai avuto veramente paura?
Solo quella volta dell’’Ultimo Impero’. Per il resto bisogna solo stare attenti a come ci si muove, perché sono posti non messi a protezione, per cui puoi camminare su pavimenti che stanno per cedere o salire su scale pericolanti. Per sicurezza comunichiamo sempre a qualcuno i nostri spostamenti. Inizialmente ci muovevamo da soli, poi abbiamo creato una specie di squadra o di gruppo che si aggregasse a noi. E ora ci si sposta quasi sempre in gruppo. Non abbiamo paura del buio e nemmeno dei fantasmi. Alessandro ha la fobia dei topi ma non ne abbiamo mai visto uno, perché sono luoghi abbandonati dunque da mangiare non ce n’è. In compenso moltissimi pipistrelli e tanta, tanta polvere”.
Secondo voi Torino offre tanti luoghi da esplorare?
Secondo noi tutto il Piemonte è ricco di posti abbandonati. Abbiamo esplorato Vercelli e presto o tardi andremo a cercare le vecchie fabbriche tessili del Biellese. Torino stessa offre molti luoghi abbandonati, penso al Palazzo del Lavoro che abbiamo appena visitato”.
E come ci siete entrati, al Palazzo del Lavoro?
“… era aperto … ”  scherza Pierpaolo. “Ci sembrava giusto documentare la fine di questa costruzione prima che sulle sue macerie nasca l’ennesimo centro commerciale”.
Al fotoreporter Alessandro domandiamo se la scelta di privilegiare il bianco e nero sia voluta.
Il bianco e nero toglie gli anni alle foto, è indubbio. Nel caso del nostro lavoro, serve a rendere l’abbandono ancora più grave, più rovinoso. Alcune volte, invece, abbiamo trovato in un castello muri scrostati con dei colori blu, e in quel caso abbiamo preferito lasciare la foto così. Lavoro con grandangoli essendo foto di grandi spazi, tutta luce naturale, lunghe esposizioni, cavalletto. Pierpaolo invece segue la parte della documentazione, è il ricercatore del gruppo”.
Quanti scatti fai per ogni sopralluogo?
Se il posto mi ispira anche un centinaio.”
C’è un luogo dove vi piacerebbe andare?
Ce ne sono molti. Ci piacerebbe girare il mondo alla ricerca di posti abbandonati”.
Qual è la molla che vi spinge a dedicare i sabati, le domeniche e qualche volta le vacanze a questa ricerca?
La passione. Per noi è diventata una specie di dipendenza. Siamo come bimbi in un luna park. E poi li dentro, il tempo si ferma. Ti sembra di essere lì da mezzora e invece non ti rendi conto che sono trascorse due o tre ore”.

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