Paolo Matteo Abbona nella Birmania di metà Ottocento

di Gabriella Bernardi 

Ava e Pegù ai più non dicono nulla. Forse bisognerebbe rileggere Il Milione di Marco Polo, ma non le si saprebbe lo stesso indicare su un mappamondo attuale. Però le rosse lacche birmane esposte lo scorso ottobre al Museo di Arte Orientale di Torino in occasione della visita del Presidente del Myanmar hanno evocato quei luoghi lontani e Paolo Matteo Abbona, personaggio poco conosciuto agli stessi piemontesi dei quali è conterraneo.
Nato poco più di due secoli fa, esattamente il 27 aprile 1806, a Monchiero, nella provincia di Cuneo. da giovanissimo scelse la via del sacerdozio, come altri suoi due fratelli, entrando nella Congregazione degli Oblati di Maria Vergine a Pinerolo. Nel luglio 1839 partì da Genova come missionario per la Birmania, o meglio per quelle che all’epoca erano chiamate le missioni delle Indie Orientali di Ava e Pegù, dove rimase fino al 1873.
Visitò gran parte della regione, soggiornò in varie città e capitali e fu anche imprigionato. La sua conoscenza e il suo studio sul campo gli permisero di diventare un apprezzato consigliere e amico del sovrano, abile mediatore nelle guerre tra birmani e inglesi; fu fatto Cavaliere e Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e Commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia, per invito di Lord Palmerston e nomina di Vittorio Emanuele II. Non dimenticando la natura religiosa della sua missione, c ome Plenipotenziario del Re di Sardegna e dell’Imperatore di Birmania predispose il Trattato di amicizia e collaborazione, siglato nel 1871, tra il Regno d’Italia e l’impero Birmano, che contemplava anche la libertà di azione per i religiosi cattolici. Nel 1856, in occasione del suo primo rientro in Italia, incontrò il re, Cavour e papa Pio IX, a cui offrì preziosi omaggi del sovrano Mindon Min. Come esploratore e geografo intensificò la collaborazione con Cristoforo Negri, direttore della divisione consolare al Ministero degli Esteri che darà vita, nel 1867, alla Società Italiana Geografica. Proprio studiando il territorio e il corso dei fiumi birmani padre Abbona individuò un’importante via di comunicazione tra il nord del paese e la Cina e il Tibet, una strada detta “di Bammò” oggi chiamata Bham, che faceva risparmiare molto tempo rispetto alle vie già note. Come riferiva in una lettera del 1855, ” Sono riuscito ad aprire la comunicazione colla China e col Thibet, e l’imperatore barmano ne è contentissimo. Già per tre volte vennero i cursori e in aprile torneranno per la quarta volta”. Con la nuova strada attraverso la montagna ciò che prima richiedeva un anno o più poteva essere fatto nel giro di pochi mesi” (all’epoca una lettera dalla Birmania impiegava 3 mesi per giungere in Piemonte, nda). Il suo raggio d’azione era vastissimo: in una lettera del 1844 all’amico don Bonfante scriveva: “Le dirò che faccio di tutto… faccio il professore di astronomia, benché non sia astronomo. Per dispensarmene avevo risposto al Re che mi mancavano i globi e i libri e il buon re tosto fece spendere 600 franchi per due eccellenti globi inglesi, mi provvide di libri e io dovetti tosto mettermi a contemplare le stelle, ne scrissi un trattatello in cui spiegai in breve il sistema di Copernico, diedi un’estesa relazione di tutti i pianeti, parlai di tutte le costellazioni indicando il sito di ciascuna, riuscii coll’aiuto dei libri e coll’applicazione a poter determinare le eclissi per qualunque anno. E si sta ora in aspettazione di un’eclissi di luna, che secondo gli astronomi birmani deve accadere la sera del 24 corrente, e secondo me nella mattina del 25. Vedremo chi avrà ragione”. Il 10 dicembre 1852, invece, ci fu un’eclissi totale di sole e Abbona fu incaricato di farne al re una relazione dettagliata in lingua birmana. Lo studio dell’astronomia, più che un interesse personale, volle essere un mezzo di apostolato. Abbona si fece un nome alla corte dell’imperatore birmano e nei circoli culturali della capitale, come aveva saputo fare secoli prima un altro sacerdote, Mattero Ricci, in Cina. La strumentazione scientifica venne spedita da Cavour che la fece acquistare a Stoccarda per poter essere certo di offrire una buona qualità delle ottiche, mentre i globi e le mappe vennero direttamente spedite alla sovrana birmana.
In campo agricolo, si deve ad Abbona l’introduzione dell’uva bianca in Birmania, dove era sconosciuta, come pure il vino. Per esaudire una richiesta del sovrano birmano, Abbona si rivolse a Cavour, allora Presidente del Consiglio e ministro degli esteri, ma anche agronomo. Così alla corte asiatica arrivarono i maglioli di viti piemontesi scelti dal Conte stesso assieme a sementi di ortaggi delle nostre terre.
Negli anni di apostolato si dovette sempre a lui la costruzione di scuole, chiese, fabbriche e ospedali, e soprattutto in quest’ultimo ambito fu spesso interpellato come medico, soprattutto durante lo scoppio di epidemie come il vaiolo e il colera. Per ottenere le medicine Abbona cercò, e trovò, a Torino dei benefattori che nel 1849 inviarono medicinali per 393 lire: fra i donatori troviamo il cavaliere Francesco Andrea Gonella, il conte Solare della Margarita, la marchesa Giulia Faletti di Barolo, il conte Vittorio Sallier de la Tour, il marchese Gustavo Benso di Cavour e suo figlio, il teologo Luigi Guala, lo scrittore Silvio Pellico, il monastero delle Carmelitane di Moncalieri e il monastero delle Canonichesse di Santa Croce di Torino.
Il secondo e ultimo rientro in Italia, avvenuto nel 1873, Abbona lo fece per accompagnare dei giovani aristocratici birmani a lui affidati, in visita a città e luoghi di lavoro, come il Polverificio Regio di Fossano, il polverificio di Terdobbiate presso Novara, e la nascente ditta Giovanni Battista Pirelli. Questa fu anche l’occasione per riabbracciare i suoi cinque fratelli nella casa natale del paese della Langa. L’anno seguente non farà più ritorno in oriente, ma si spegnerà a Boves a febbraio, dando addio anche ad un altro paese, molto studiato, esplorato e che rimane ancora affascinante ai giorni nostri come le intarsiate lacche che brillano sotto le luci del Museo.

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