Carmelo Cambareri fra cibo, street art e rigenerazione urbana

Intervista di Nico Ivaldi

Fattoria didattica o bioparco? Quale destino attende l’area dell’ex giardino zoologico di Torino, chiuso nel 1987 cover-marzo15(primo in Italia, anticipando la legge che imponeva il ritorno degli animali nel proprio habitat naturale) e mai più completamente riqualificata?
Per adesso il dibattito è aperto tra soggetti pubblici (Comune di Torino) e imprenditori, ognuno dei quali ha allo studio diverse proposte di riconversione. Ciò che conta è che, dopo anni di iniziative estemporanee, si metta mano con una certa decisione al recupero del Parco dove sorgeva l’ex zoo, nato sui resti del canale che l’ingegner Ignazio Michelotti costruì nel 1817 per fornire d’energia tutta la zona della Madonna del Pilone, allora ricca di realtà produttive. In seguito, i nuovi sistemi d’approvvigionamento energetico ne decretarono l’abbandono funzionale e il canale, nel 1935, fu riempito con le macerie provenienti dalla demolizione degli edifici di Via Roma.
Vent’anni dopo su quell’area nasceva il giardino zoologico che per oltre un ventennio è stata un’importante attrazione turistica cittadina, giunta a ospitare oltre duemilacinquecento tra mammiferi, uccelli, pesci e rettili. Chiuso lo zoo, l’area del Parco è caduta in uno stato di semiabbandono, e, a parte l’utilizzo per il progetto Experimenta, alla fine il degrado ha preso il sopravvento.
Oggi, febbraio 2015, quello che resta dell’ex giardino zoologico è un cancello chiuso con pesanti lucchetti e un’insegna rossa che potrebbe essere il titolo di un film: BORDER LAND.
Qui il trentaquattrenne Carmelo Cambareri (calabrese di Villa San Giovanni, trapiantato a Torino per lavoro, animatore culturale e artista, studi di ingegneria delle telecomunicazioni dentro un cuore di filosofo illuminista) è stato in un certo senso “padrone di casa” per un paio d’anni.
Tra il 2011 e 2012 l’associazione culturale Border Gate, di cui facevo parte, attraverso il progetto Border Land ha regalato un nuovo aspetto all’ex zoo con la realizzazione sui muri di opere di street art. Il progetto si chiamava SAM, Street Art Museum e ha visto il coinvolgimento di oltre sessanta artisti, italiani e stranieri”.
Il risultato? Un affascinante museo open air in uno spazio urbano che di fatto era terra di nessuno, dove i colori dell’arte si sono mescolati ai muri degli edifici fatiscenti.
Sono stati due anni molto ricchi di attività ed eventi” spiega Cambareri. “Il tutto è stato fatto senza risorse economiche né esperienze precedenti. I torinesi hanno apprezzato e l’area è stata resa molto più sicura. Senza contare che il progetto ha avuto un buon ritorno d’immagine in molte parti d’Italia. Altro aspetto da non sottovalutare è stato il contributo fornito da residenti, ma soprattutto da gruppi di migranti, per ripulire l’area”.
Perché l’arte in uno zoo?
Intanto per migliorare la percezione nella visita del parco da parte del pubblico, e poi per contribuire attivamente alla promozione di street artist e diffondere la cultura della street art. E, come speravamo, per costituire un presidio artistico che in prospettiva avrebbe potuto contribuire a preservare l’area da eventuali speculazioni edilizie. Ma le cose pare non stiano andando nella direzione che avevamo auspicato”.
Anche tu ti occupi di street art?
Diciamo che mi diverto con lo stencil, ma non ho mai dato continuità al mio lavoro”.
Quando è scaduta la concessione a Border Gate, il Comune ha deciso di assegnare quest’area a una fondazione milanese che, racconta Cambareri, “ha allestito una mostra didattica sui dinosauri, dopo aver cancellato alcune opere, forse le più politicizzate e per qualcuno “pericolose”. Per me resta un controsenso realizzare una mostra sui dinosauri in una smart city come Torino che guarda al futuro e all’innovazione, ma comunque ogni scelta è rispettabile. Ciò che conta è che questa fondazione ha svolto una buona manutenzione del parco”.
Seduto su una panchina davanti all’ex ingresso dell’ex zoo, Carmelo osserva ciò che è rimasto di Border Land, ma senza rimpianti perché i suoi progetti nel frattempo hanno preso altre strade. Chiusa l’esperienza di SAM, lui e altri come lui, intenzionati a offrire una seconda vita agli spazi della Torino industriale, hanno partorito SAMO, diventato un circolo.
Dopo la fine del progetto Border Land ho passato un  periodo di travaglio personale, unito a gravi problemi familiari. Ne sono uscito con la consapevolezza che  l’innovazione sociale legata al cibo e all’arte era ciò che dovevo seguire. Così ho preparato un progetto con l’idea di stabilizzare ciò che era precario, sia dentro di me sia fuori di me. Il progetto era di costituire un circolo, recuperando uno spazio abbandonato, rimetterlo a posto e riattivarlo con finalità aggregative. A Torino questo spazio l’ho trovato non senza difficoltà”.Le istituzioni non ti hanno aiutato?
Abbiamo provato a collaborare ma è emerso quasi subito che il filone pubblico non era compatibile con le nostre aspettative e con i nostri tempi”.
E così è nato il circolo SAMO, in un ex-magazzino industriale di 400 mq in corso Tortona, zona Vanchiglietta. Gli spazi sono quelli di stoccaggio dell’Ideal Standard, l’azienda che negli anni Cinquanta ha rivoluzionato il modo di concepire il bagno. L’Ideal Standard era uno degli ultimi baluardi rimasti della Torino industriale a ridosso del centro città, gli altri sono già stati tutti inglobati dall’espansione edilizia, o riconvertiti in loft: Carmelo e i suoi amici l’hanno salvato da un destino già scritto.
Il nome del locale richiama il tag di due artisti come Jean-Michel Basquiat e Al Diaz. Andrebbe letto all’inglese: “same-oh” (che nel caso di Basquiat stava per “same old shit”, sempre la stessa merda, riferito alla marijuana), ma segna anche, per l’appunto, la continuità con SAM e la discontinuità con certe forme d’arte.
Per me e per i miei amici,  spiega Cambareri, è stato un po’ il proseguimento di SAM alla ricerca di un’arte diversa, meno pettinata, lontana da gallerie o altri spazi istituzionali. L’arte che passa da SAMO appartiene ad artisti liberi di esprimere la loro creatività, senza vincoli né limitazioni”.
Il locale è stato inaugurato a fine maggio 2014 come affiliato Arci, e in questi primi nove mesi di attività ha riscosso notevole successo. Occupa l’intero primo piano dell’edificio; SAMO è abbastanza spazioso da ospitare comodamente un palco, l’area dedicata ai laboratori artistici, numerosi tavoli per i clienti e un ampio bancone sovrastato dalle chitarre, dipinte e decorate da vari artisti locali, che sono state vendute all’asta per autofinanziare i lavori di ristrutturazione.
Quali sono le attività di SAMO? 
“Le nostre attività si concentrano soprattutto in quattro aree, alla ricerca di un connubio tra arte contemporanea e cucina. La prima è quella degli eventi serali, dai concerti di musica live e dj-set alle collaborazioni con le radio (come Border Radio, anch’essa “figlia” di Border Gate) ai corsi di ballo, ad eventi sociali. La seconda è quella artistica: un laboratorio al primo piano del locale promuove corsi di autoproduzione, serigrafia, tecniche grafiche e pittoriche, stampe. I numerosi ed eterogenei corsi e workshop, interattivi e personalizzati, hanno l’obiettivo di diffondere la cultura del Do-It-Yourself. La terza è quella dell’arte sui muri dell’edificio. Nel corso di questi mesi sono stati chiamati numerosi street artists locali a decorare le pareti de circolo. La concezione dello spazio di SAMO è dinamica: i graffiti per propria natura sono effimeri, le pareti cambiano continuamente. Vuole essere un contenitore dove idee e proposte di incontrano, un cantiere di produzione culturale in continua evoluzione, che cambia forma ogni giorno. La quarta area è quella del cibo: ogni settimana gli apericena sono a tema (il mercoledì è dedicato al cibo vegano, il venerdì al pesce, la domenica al brunch). Le parole-chiave che ispirano il progetto sono Cultura, Comunità, Rigenerazione”.
Carmelo Cambareri è felice e appagato, forse ha trovato quello che cercava. Dallo zoo alla fabbrica dismessa: era proprio questo il tuo sogno quando sei arrivato a Torino?

“Forse sì, ma l’ho capito solo adesso”.

 

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