Sulle tracce del Cisterna d’Asti

di Roberta Arias

Tracciare un identikit del vitigno croatina e della doc Cisterna d’Asti non è semplice. Vino poco conosciuto ai più e ancora una sorta di novità, nonostante abbia compiuto dieci anni nel 2012, è un’etichetta di nicchia, oscurata da altre più blasonate e di nota fama. 
Bisogna chiarire e mettere in relazione alcuni punti curiosi e vacillanti per arrivare al lieto fine della storia, cioè bere un ottimo rosso affacciati al belvedere delle vigne che con le loro forme morbide dipingono il territorio tra San Damiano e Alba.
Sulle colline tra Langhe e Roero, su terreni che ancora presentano tracce di arenaria e fossili, prende piede il vitigno croatina, da cui deriva la doc Cisterna d’Asti, vino-mascotte del territorio, vinificato per tradizione fermo e in purezza, nonostante le difficoltà di lavorazione dovute alla forte nota tannica.
Fin qui sembra tutto semplice, ma così non è perché per anni l’ambiguità linguistica e l’equivoco hanno convissuto con tre rossi piemontesi: la Bonarda Piemontese, il Cisterna d’Asti e la Bonarda dell’Oltrepo, il cui destino s’incrocia con quello del Cisterna doc. Che cosa li accomuna e perché questa confusione?
La croatina, il cui nome sembra provenire da “cravattina” con scherzoso riferimento all’essere il vino bevuto nelle feste popolari (quando appunto ci si vestiva a festa), era diffusa e ampiamente utilizzata nell’Oltrepo Pavese e nel Piacentino, ed era spesso impiegata anche per tagliare il Barbera, dando origine a un vino di solito vivace e beverino, la Bonarda dell’Oltrepo. Ma come arriva a Cisterna d’Asti, in un terroir lontano dai colli pavesi? Occorre fare un passo indietro: risalendo alla storia dei primi vitigni di croatina si trovano diverse tesi, tutte, a modo loro, valide.
Alcuni ipotizzano che il vitigno sia arrivato a seguito della ricostruzione dei vigneti dopo la devastazione causata dalla fillossera che costrinse i contadini ad acquistare delle nuove barbatelle provenienti dai colli dell’Oltrepo. Un’altra ipotesi la fa risalire alla famiglia Dal Pozzo, originaria di Voghera e feudataria a Cisterna d’Asti nel ‘600.
Ma a complicare le cose entra in gioco il terzo rosso, la Bonarda Piemontese, coltivata in particolare nelle aree più a nord, tra Asti e Torino. Altro vitigno e altro discorso, trattandosi di un tralcio rosso, e non bianco come quello della croatina. Il problema è che a Cisterna la croatina è sempre stata chiamata comunemente Bonarda, anche dai suoi stessi coltivatori. Eppure i due vitigni sono molto diversi, come dimostra anche lo studio condotto sulle foglie da specialisti come Anna Schneider e Franco Mannini. Non solo: la croatina è un vitigno antichissimo, rustico, resistente all’oidio (o mal bianco) e difficile da vinificare, mentre le prime notizie di bonarda piemontese risalgono solo al ‘700 (in realtà quasi tutti i vitigni sono antichi, solo che su alcuni è più difficile trovare documenti e citazioni).
A dare una scossa alla ricerca enologica sul “rosso di Cisterna” fu la crisi d’identità circa la sua denominazione in etichetta, non accettata come Bonarda doc appunto perché a base croatina. Gli allora pionieri di quell’etichetta (che dal 2002 è stata chiamata Cisterna d’Asti doc) sono stati alcuni coraggiosi vignaioli dei comuni delle Colline Alfieri e del Roero, supportati da enologi che dedicarono tempo, passione e ricerca per dare un passaporto alla nuova doc. Fra questi, si segnala la ricerca coordinata dall’Istituto CRA (Centro di Ricerca dell’Enologia) e dai vignaioli cisternesi. Lo studio, durato due anni, ha dimostrato le ottime caratteristiche enologiche della croatina, derivanti da un notevole potenziale di polifenoli (i responsabili del colore e della struttura, e fondamentali nel determinare la qualità dei vini rossi).
Da questo lavoro, e grazie al contributo del professor Vincenzo Gerbi dell’Università di Torino che ne è stato il principale alfiere, nel 2002 è nato ufficialmente un nuovo vino con tanto di disciplinare, che ne elenca le caratteristiche: “Colore rosso rubino intenso, odore intenso, fruttato e caratteristico, sapore vinoso, delicato ed armonico, talvolta vivace”.
Generalmente vinificato fermo, il Cisterna è un osso duro per i produttori, una vera e propria sfida dalla vendemmia all’invecchiamento: più di un vignaiolo ha rinunciato a causa di una tannicità troppo spiccata, ma i pochi che rimangono lo difendono con fierezza facendone, in alcuni casi, un cavallo di battaglia della cantina.
Diversi anni sono passati, sono continuati gli studi, gli esperimenti di vinificazione con tecniche miste, gli scambi di opinione, come il convegno con produttori ed esperti organizzato nell’agosto 2012 al castello di di Cisterna per valutare il futuro di questa giovane doc.
Seppur ottimo al palato e apprezzato dal pubblico e dai tecnici, è un vino che ancora fatica a farsi conoscere e identificare, soprattutto a livello commerciale. Curiosamente, sembra più conosciuto nel centro e sud d’Italia e all’estero che in Piemonte o nelle regioni limitrofe. Chissà perché: chi dà la colpa allo scarso marketing territoriale, chi alla sua relativa gioventù, chi sostiene che con un altro nome avrebbe avuto un successo più immediato.
Comunque sia, è un rosso di gran carattere e caratteristiche enologiche di alto livello, ancora poco  noto ma con un grande potenziale da sviluppare.
A rompere il ghiaccio circa l’equivoco che aleggiava spesso tra Bonarda dell’Oltrepo e Cisterna d’Asti ci ha pensato un evento-degustazione organizzato a Cisterna nell’aprile 2013 con alcuni produttori dell’Oltrepo Pavese e dei colli tortonesi e i cisternesi, guidata dal professor Vincenzo Gerbi e dal sommelier Alberto Rovati. Sono stati messi a confronto i diversi terroir, le somiglianze e differenze delle due tipologie, analizzate su diverse annate e con metodi di vinificazione diversificati.
Il lungo percorso sulle tracce dell’identità del Cisterna d’Asti doc sembra ormai terminato e definitivamente chiarito l’equivoco che portava a confonderlo con la Bonarda dell’Oltrepo.
Adesso la prova è quello della promozione e del gradimento del pubblico.

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