La “Cattura di Cristo” del Morazzone e la sua storia

di Piervittorio Formichetti 

Tra le innumerevoli opere d’arte che, a causa delle vicissitudini della storia, hanno lasciato il nostro Paese e sono rimaste all’estero, ce n’è una che lega curiosamente tra loro il Piemonte dell’età della Controriforma cattolica e l’arcipelago tropicale dei Caraibi.
Si tratta della Cattura di Cristo (o Tortura di Cristo), un olio su tela di circa 122 x 126 cm., realizzato tra il 1610 e il 1620. Del quadro, purtroppo, non esistono immagini a colori accessibili al pubblico; l’unica sua riproduzione presente in Italia sembra essere la fotografia in bianco/nero custodita nella fototeca della Fondazione Federico Zeri dell’Università di Bologna.
L’opera rappresenta l’arresto di Cristo nel giardino Getsemani sul Monte degli Ulivi da parte degli inviati del sommo sacerdote dopo il tradimento di Giuda. Lo sfondo è cupo e la luce illumina i personaggi in modo radente, rendendo la scena drammatica. Mentre a sinistra un rappresentante della classe sacerdotale, riconoscibile da un turbante bianco (in realtà più arabo che ebraico) e dall’espressione arcigna, lega le braccia di Gesù con una corda robusta. A destra c’è un personaggio simile, ma più anziano e senza copricapo: potrebbe essere un altro esecutore della cattura che minaccia Cristo con il pugno destro alzato, oppure uno degli Apostoli – probabilmente Simon Pietro, tradizionalmente ma irrealisticamente rappresentato anziano – che con la mano sinistra vorrebbe spingere Gesù lontano dalla cattura e con il pugno destro vorrebbe colpire l’uomo che lo sta legando. Accanto all’uomo anziano c’è un apostolo in ginocchio che guarda disperato il Maestro e prega perché si salvi dall’arresto. In secondo piano, in penombra, un soldato con elmo e scudo assiste impassibile alla scena, con forse soltanto un po’ di pena e di incomprensione per Gesù nello sguardo; potrebbe essere una delle guardie del tempio di Gerusalemme che hanno scortato i catturatori, o forse un soldato romano. Gesù, protagonista dell’episodio, è quasi centrale ed è reso evidente anche dalla luce, che colpisce più lui degli altri quattro uomini, e dal fatto di essere l’unico personaggio a torso nudo. Questo particolare, insieme alla testa voltata verso sinistra e leggermente piegata all’indietro e agli occhi socchiusi, evidenzia l’abbandono volontario di Cristo nelle mani dei catturanti, ma anche l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio; è anche, però, un espediente per mostrare la propria bravura nel rappresentare la muscolatura del corpo umano (soprattutto maschile), tipico dei pittori tardorinascimentali, manieristi e barocchi.
La storia di questo dipinto sembra essere in gran parte sconosciuta. Le più recenti segnalazioni l’hanno localizzato negli Stati Uniti: nel 1962 alle Robert Vose Galleries di Boston nel Massachusetts, nel 1963 in una collezione privata di New York (Paul H. Ganz). Infine, dal 2003 al 2011, al Museo de Arte di Ponce nell’isola di Puerto Rico.
Quest’opera riguarda il Piemonte, e particolarmente il Novarese e il Vercellese, perché si ritiene che il suo autore sia stato Pier Francesco Mazzucchelli, più famoso come Morazzone (1573-1626) dal nome del suo paese natale in provincia di Varese, pittore noto anche per la realizzazione degli affreschi di alcune cappelle del Sacro Monte di Varallo Sesia (1607-1616), del Sacro Monte di Orta San Giulio (1616-1620) e per le pitture realizzate nel Castello di Rivoli, commissionategli dal duca di Savoia Carlo Emanuele I nel 1622 ma distrutte da un incendio nel 1691.
Secondo una delle interpretazioni degli storici dell’arte, la Cattura di Cristo conservato a Puerto Rico coinciderebbe con un dipinto descritto da Morazzone in una lettera del 7 giugno 1616: “… un Ecce Homo dedicato a V.S. che, per non esser giunto al segno ch’io vorrei, son restato impedito di tal operazione di mandarlo […] perché in questo mentre l’ho rifatto, ritoccato, strappazzato tal che non conosco più come si sia”
Il dedicatario dell’opera e destinatario della missiva era Gregorio Ambel, podestà spagnolo di Novara, all’epoca città appartenente al Ducato di Milano soggetto alla Spagna. Talvolta indicato con il cognome italianizzato Ambelli, fu giureconsulto e Giudice al segno del Cavallo (assieme al Giudice al segno del Gallo, una delle principali cariche cittadine n.d.r.), podestà della Valsassina (1598–1599?), pretore (1601) e poi console (1606-1607) a Lodi; in un documento datato 14 gennaio 1608 è chiamato “Hispanicus” ed è podestà di Varese, ma residente a Milano nella parrocchia (cioè nel rione) di San Paolo in Compito; fu infatti podestà di Varese dal 1608 al 1609, di Como nel 1610, poi pretore di Tortona nel 1612 e infine podestà di Novara (1616–1619). Nell’Elencodei benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano dal 1456 al 1886, P. Canetta scrisse che Gregorio Ambel “morì celibe nel 1620 e con testamento 8 settembre detto anno chiamò eredi un fratello ed un nipote legando all’Ospedalela mobilia della sua casa, i cavalli e la carrozza e un legato di £. 6000. Abbandonò una sostanza di circa £. 12000. Visse ritirato e meschinamente”. 
Però nella Cattura di Cristo mancano tre elementi caratterizzanti del genere degli Ecce Homo: la corona di spine, i segni della flagellazione e il tessuto scarlatto che, in segno di scherno, gli era stato messo addosso al posto delle sue vesti. Inoltre, il momento dell’ Ecce Homo è ambientato nel quartier generale romano alla presenza di Ponzio Pilato: un luogo in cui non sarebbe stata ammessa una figura come quella dell’apostolo che si butta in ginocchio e prega perché Gesù sia salvato. 
Come spiegarsi allora la classificazione di quest’opera tra gli Ecce Homo?
I primi due studiosi italiani ad attribuire la Cattura di Cristo a Morazzone furono, nel 1957, il celebre storico dell’arte Roberto Longhi e, nel 1962, Mina Gregori, in occasione di una mostra su Morazzone allestita a Varese. La Gregori volle vedere citata quest’opera in una descrizione, piuttosto sommaria, di un dipinto: “Ecce Homo di mano del Morazzone, con giudei, mezze figure” riportata dall’erudito marchese Giuseppe Campori nella sua opera del 1870 Raccolta di cataloghi ed inventari inediti di quadri, statue, disegni, bronzi dal secolo XV al secolo XIX. E fu proprio la stessa Gregori a postulare che la Cattura di Ponce e l’Ecce Homo di cui parla Morazzone nella lettera al podestà potessero essere la medesima opera basandosi sulle tracce, presumibilmente visibili a un esame ravvicinato, dei ripetuti ritocchi dei personaggi della Cattura. Potremmo ipotizzare che gli insistiti rifacimenti apportati da Morazzone alla sua opera siano stati tali che – come peraltro sembra dire l’autore stesso, scrivendo al podestà che dopo tanti ritocchi quasi non la riconosceva più – il risultato finale fu così diverso dal soggetto iniziale, da far rientrare il quadro in un genere iconografico, e quindi in un titolo, differenti da quelli previsti dal suo stesso autore?
Stando alle caratteristiche iconografiche considerate, e alle domande che esse sollevano, resta comunque dubbio che la Cattura di Cristo di Puerto Rico e l’Ecce Homo menzionato da Morazzone nella sua lettera al podestà di Novara siano effettivamente il medesimo dipinto.

Questo articolo ha ricevuto una menzione all’ottava edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura e Turismo

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