Le mondine del Vercellese fra ieri e oggi

di Viviana Vicario

C’è chi se le ricorda cantare a squarciagola “Bandiera Rossa”. Oggi se ne vedono poche nel Vercellese, e sono quasi tutte di origine asiatica. É difficile immaginare che nei campi pieni d’acqua ci fossero tante donne chine, il cappello di paglia in testa per ripararsi dal sole e la schiena ricurva a lavorare per otto ore. Soffrivano spesso di artrosi precoce, le mondine di allora; quelle che oggi hanno gli occhi a mandorla e si contano sulle dita di una mano.
Fino ai primi anni Settanta ne erano pieni i campi; poi, diserbanti, mietitrebbie e trattori con pilota automatico ne hanno preso il posto. Ma dove sono finite le mondine di una volta? Ogni anno, intorno a marzo, l’Ente Nazionale Risi seleziona le nuove mondine. Sono richiesti candidati di entrambi i sessi, diploma in agraria e patente B. Tuttavia è spesso difficile trovare italiani disposti a fare un lavoro così duro per 6,50 euro all’ora. “Non se ne trovano più, se non con il passaparola. E sono tutti cinesi, lavorano regolarmente in Italia con altre mansioni” spiega Peppino Ferraris presidente del gruppo riso del Copa-Cogeca. Sono finiti gli anni in cui Silvana Mangano diventava un’icona del cinema estirpando erbacce insieme a migliaia di altre donne sulle pianure vercellesi, per un salario nettamente inferiore ai lavoratori di sesso maschile.
Giuseppe De Santis, il regista di “Riso Amaro”, seppe tratteggiare le difficoltà lavorative delle mondine, in una cornice neorealista. La rivalità fra mondine era accesa, ma la cooperazione era l’ingrediente fondamentale. Ogni squadra di mondine procedeva allineata. Estirpavano le erbe, se le passavano di mano in mano, poi le depositavano nei solchi ai lati del pianón. Se s’incontrava un tratto con poche erbacce, ci si poteva anche riposare. Ma nella fase di trapianto non c’era neanche il tempo di respirare. Gli uomini gettavano i mazzetti di riso in acqua, e alle donne toccava il lavoro più duro: procedevano all’indietro, in linea: con una mano si reggeva il mazzetto, con l’altra si conficcava la piantina nel terreno.
La conquista delle 8 ore lavorative risale al 1906. Si tratta delle cosiddette “tre otto”: per il riposo, il lavoro e istruzione e svago. Una fotografia storica, scattata il 1° giugno di quell’anno, immortala una folla immensa di donne e ragazzi che festeggiano l’approvazione della legge sulle otto ore, le braccia alzate in segno di festa; spunta qualche bandiera dal corteo, i bambini avanzano come capofila a celebrare insieme alle madri mondine la prima conquista del proletariato delle risaie.
Nel 1907 la legge Giolitti ristabilì l’orario di nove ore di lavoro per le mondine locali e dieci per le forestiere, ma le lavoratrici delle risaie non si arresero. Si sdraiarono con i loro figli in grembo sui binari tra Vercelli e Quinto per impedire l’arrivo dei forestieri. Vinsero anche questa battaglia. Era il 1909 e furono ristabilite le regolari otto ore. Passarono gli anni e le conquiste furono molte. Prima le ore, poi il salario.
Teresina ed Eugenio BonisoliIl boom delle lavoratrici delle risaie fu tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta del Novecento. Giovanni Bonisoli, 72 anni, è figlio di una mondariso e di un capogruppo mondine. Da ragazzino abitava a San Germano Vercellese e i suoi ricordi sono vividi. “Mio padre Eugenio organizzava i gruppi composti da una ventina di mondine ciascuno. In una giornata si mondavano circa 3.800 netri quadrati di terreno”. Alle cinque del mattino iniziava la giornata lavorativa, poi c’erano dieci minuti di pausa intorno alle nove e mezz’ora scarsa per pranzare. Il resto era tutto uno strappare erbacce, immergersi a piedi nudi in acqua e fango, con un sacchetto di plastica avvolto intorno alla pancia per proteggersi dalla rugiada delle prime ore. “Mi ricordo ancora l’arrivo delle mondine forestiere. Scendevano dal treno e raggiungevano i campi a piedi. Le residenti come mia mamma, invece, ci andavano in bici”.
Gli anni Cinquanta furono i più produttivi. L’impiego del personale avveniva tra la primavera e l’estate. Si parla di numeri altissimi. Nelle province di Vercelli, Novara e Pavia arrivavano giovani donne provenienti anche da altre parti d’Italia, in particolare dall’Emilia Romagna. Le residenti venivano pagate a cottimo; alle forestiere invece venivano date mille lire e un pacco di riso. Dormivano tutte insieme nei cameroni messi a disposizione dai proprietari di cascine del circondario; un’immagine che ricorda il servizio di leva dei soldati. Si lavavano dietro la cascina in grandi vasche e la sera tornavano a casa con la stanchezza addosso, ma con ancora la voglia di stare insieme, a ballare negli stanzoni e fare un po’ festa.
Dalle nostre parti c’erano la Tenuta Petiva e il Castello di Vettignè. Questi erano i più grandi: ciascuno era capiente abbastanza da ospitare circa seicento mondine”, continua Giovanni. “Me le ricordo tornare alla sera, ancora vivaci nonostante la fatica. Chi aveva più disponibilità economica andava nei bar del paese, pagava la cena e faceva suonare il juke-box. Erano provate dalla fatica, ma le loro ultime energie le sapevano sfruttare bene. Cantavano a squarciagola le canzoni del momento e ballavano nelle cascine. Erano gli anni Sessanta, la guerra era finita da quindici anni, e s’imparava pian piano il divertimento”.
Giovanni Bonisoli sarebbe potuto essere uno dei ragazzini della storica foto del 1906, soltanto una cinquantina di anni dopo. A suoi dieci anni andava su e giù per i rialzi di terreno (le corde) che separavano le risaie, con grandi secchi d’acqua per dar da bere a sua mamma e alle altre mondine.
“Dietro alla nostra cascina avevamo delle vasche con un paio di carpe che pesavano un chilo ciascuna. Da queste ricavavamo le uova che avremmo poi lasciato crescere nella risaia, in aprile, quando ancora non c’erano le piantine di riso. Dopo qualche mese le raccoglievamo tutte con un secchio. I più piccoli venivano portati a ripopolare i laghi, mentre quelle che erano già cresciute le vendevamo oppure le mangiavamo. Perché non usare l’acqua delle risaie per altri scopi? Sfruttare il potenziale agricolo ci veniva naturale”.

 

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