Il Futurismo in salsa piemontese

di Alessandra Leo

Sulla collina ai piedi del Monte Bracco, incorniciata dal Monviso, la cittadina di Revello, tra Saluzzo e Cuneo, conta poco più di 4.200 anime sparse su un territorio di circa 53 chilometri quadrati. Da secoli le generazioni di contadini e agricoltori si sono specializzate nel coltivare frutta, tramandando da padre in figlio i segreti della pesca revellese. È in questo scenario dal sapore bucolico che nel 1904 nasce Fillia. Lui, il leader fondatore del secondo Futurismo torinese, viene al mondo in un tranquillo paese che di futuristico pareva avere ben poco.
Cardini dell’idea futurista erano la velocità, la tecnologia, il rapido scorrere delle energie che animano il mondo proiettandolo nell’avvenire. I pittori ricercavano il puro movimento in ogni atto della vita quotidiana per immortalarlo nelle loro opere. Padre della corrente creativa fu Filippo Tommaso Marinetti, che nel 1909 pubblicò su Le Figaro  il Manifesto del Futurismo. “ Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna” recitava il documento.
Al tempo di Fillia, questo primo Futurismo aveva perso gran parte della sua carica combattiva. La Grande Guerra aveva placato gli animi degli uomini, ora desiderosi di pace e tranquillità. L’arte del pittore e scrittore rifletté questo desiderio di serenità, mischiando elementi dello spazio rurale revellese alla matrice tecnologica tipica della sua arte innovativa: non a caso una delle sue opere più significative, Figura nello spazio, raffigura un umanoide immerso in un cielo pieno di nuvole. Il cielo azzurro di Revello.
Il vero nome di Fillia era Luigi Colombo: il suo pseudonimo è ispirato dalla mamma argentina, Fillia Atahuallpa. Grande appassionata di teatro, recitava in alcune commedie inscenate sui palchi saluzzesi e lavorava come filatrice nel setificio di Domenico Colombo, padre dell’artista. Luigi crebbe proprio in questi locali, che con le loro macchine all’avanguardia incarnavano perfettamente l’ideale futurista. Coincidenza o destino?
Nel novembre nel 1918, in concomitanza con la fine della prima guerra mondiale la famiglia Colombo si trasferì a Torino abbandonando per sempre il piccolo comune. Qui Fillia seguì studi classici, e a 18 anni debuttò ufficialmente nella cultura torinese pubblicando assieme a Jean Pasquali ed Antonio Galeazzi il volume di poesie 1+1+1=1.Dinamite. Poesia proletaria, rosso + nero (edito a Torino nell’Istituto di Cultura Proletaria). Uno scritto impegnato, che accenna al comunismo (colore rosso) e all’anarchia (colore nero). Nel 1923 fondò il Movimento futurista torinese e i Sindacati artistici futuristi assieme ad Alberto Bracci. 
L’interesse per la politica si espresse anche in altre opere e pubblicazioni minori, aggiungendosi a quello per l’editoria: pubblicando la rivista Vetrina futurista (nella Torino degli anni Venti), Fillia proseguiva la “ ricostruzione futurista dell’Universo” già auspicata dall’amico Marinetti. Nello stesso anno il suo Autoritratto (conservato in una collezione privata torinese) con i suoi piani geometrizzati ed i colori vivi spianava la strada al ciclo di dipinti Idoli meccanici; titoli come Macchina del freddoTurbina Caldaia sposavano il mondo industriale, torinese e non, con quello dell’arte. Un mondo in perenne mutamento e mai uguale a se stesso: Plasticità di oggi, conservata alla GAM nella sezione dedicata alla velocità, è una tela raffigurante oggetti di uso comune intrisi di freddezza meccanica che fa da contrasto al calore della gamma di rossi utilizzati per lo sfondo.
A partire dai 24 anni, il lavoro di Fillia si diversificò. All’attività critica ed editoriale che lo vedeva protagonista con alcune fortunate riviste quali La città futurista ed Oggi e domani – imperniate sul dibattito fascismo-futurismo ed altre correnti – affiancò quella nelle arti applicate. Monografie come La nuova architettura Gli ambienti della nuova architettura contribuirono ad elevare l’arte contemporanea ed il suo moderno design agli occhi dei burocrati del commercio artistico, considerati arretrati e passatisti. Senza trascurare la pittura: nel 1929 espose alla Galleria Cadebò di Torino i primi di una lunga serie di quadri robotici, deformanti la figura umana. “Intendiamo l’arte come una funzione spirituale, come un mezzo per rendere l’immagine di un misterioso mondo superumano. L’uomo ha bisogno di staccarsi dalla terra, ha bisogno di sognare, di desiderare eterna felicità, di dimenticare continuamente la realtà quotidiana”, scriveva nel 1931 in Spiritualità Futurista.
Fillia si dedicò anche al cibo e alla cucina firmando insieme a Marinetti il Manifesto della cucina futurista (pubblicato su “Comoedia”,rivista francese molto in voga negli anni Trenta), ritenendo il buon mangiare e l’arte della cucina elementi fondamentali per la formazione dell’Uomo, equiparabili a quella delle arti più nobili: “ Si pensa, si sogna e si agiscesecondo quel che si beve e si mangia”scrivevano. Bandita la pastasciutta, troppo solida e voluminosa, liquidata come “a ssurda religione gastronomica italiana”: l’italiano futurista non deve diventare “ cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca”, deve essere snello e scattante, quasi aerodinamico, per adattarsi alla velocità del tempo e del luogo in cui vive. Proibiti pure forchetta e coltello, non abbastanza pratici. Sono invece ben accette pillole, vitamine e grassi sintetici in quanto esempio di avanzamento tecnologico della società contemporanea. Il Carneplastico, eccentrica invenzione filliana, è un’enorme polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, contenente undici tipi di verdure cotte. Adagiata su un anello di salciccia poggiante su tre sfere di carne di pollo, era intinta nel miele. A servire la prelibatezza era la Taverna Santopalato di via Vanchiglia, di cui Fillia curò anche il design e l’arredamento. L’attività commerciale non ebbe vita lunga, ma ancor oggi sopravvive l’energetico menù.

Diversamente dall’ideale di uomo futurista, Fillia era malaticcio fin da piccolo e morì a Torino il 10 febbraio 1936, a soli 31 anni. Una vita breve ma intensa, la sua: quella di un artista vulcanico proiettato nel futuro, unico e profetico nel suo genere, le cui opere contribuiscono a sostenere il turismo culturale dell’area saluzzese e di Revello. 

Questo articolo ha ricevuto una menzione all’ottava edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura e Ambiente

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