Il tributo di Stefano Di Polito a chi, nella Grande Fabbrica, ci ha lasciato l’anima (e a volte anche le penne)

Intervista di Nico Ivaldi

Due uomini entrano ed escono dal cinema Romano. Il primo è un quarantenne bruno in maglietta, la barba sfatta che racconta notti insonni. L’altro è un distinto signore sull’ottantina, alto, giacca classica e pantaloni casual, l’aspetto di uno che ha dimenticato qualcosa in macchina o al banco del bar.
cover-ott15Il più giovane dei due si chiama Stefano Di Polito, ed è il regista del film rivelazione dell’anno, Mirafiori Lunapark, una scommessa vinta sia al botteghino sia tra i critici. L’uomo anziano è Lorenzo Ventavoli, grande appassionato di cinema (produttore, distributore, studioso) e adesso anche attore nel film di Stefano, oltre che proprietario del Romano.
Non era difficile incontrare la strana coppia in Galleria Subalpina nei giorni dell’uscita del film. Soprattutto per Di Polito le ore non erano mai troppe per scendere in sala e presentare la sua opera prima, quindi per risalire nel foyer e farsi la foto con il vecchio operaio commosso, per poi ritornare in sala per ricevere il giusto tributo di applausi e in attesa dell’intervista della Rai.
La celebrità non si conquista in un attimo e bisogna sudarsela, e questo Stefano l’ha capito. Come ha capito che era necessario fare un film come quello che ha fatto, perché di fabbriche, operai e lavoro c’è sempre bisogno di parlare.
La sua opera prima Mirafiori Lunapark è il commosso tributo a chi, nella Grande Fabbrica, ci ha lasciato il cuore e, talvolta, l’anima (e qualcuno le penne). Protagonisti del film sono tre ex pensionati Fiat – incompresi da figli alle prese con la crisi del mondo post-industriale – che inseguono l’ultimo sogno: aprire i cancelli della vecchia fabbrica per costruire una giostra per i bambini, un luna park per rianimare il quartiere fantasma e restare in contatto con i nipoti, loro sì in grado di comprendere la struggente bellezza di quella folle avventura.
Mirafiori è anche la casa di Stefano Di Polito. Nel quartiere operaio, Stefano è nato, lì i suoi genitori hanno lavorato, ovviamente in Fiat, e lì vivono ancora molti dei suoi amici.
hb-ivaldi1Si può dire che la storia del film sia un po’ anche la tua storia?
In effetti tutto ciò che ho raccontato nel film gioca molto sui ricordi miei personali che ho cercato di mescolare con vicende surreali. Il linguaggio è quello degli anziani Fiat, gli orti sono quelli coltivati da molti operai, mio padre compreso (il cui orto fu abbattuto per allargare il campo da golf, proprio come capita nel film). È una favola che diventa credibile perché c’è molta realtà. E a sua volta la realtà arriva in maniera dolce allo spettatore proprio perché è raccontata come una favola”.
Cosa voleva diventare da grande il figlio di operai?
“A me piaceva studiare, e lo desiderava tanto anche mia madre, che vedeva nella mia emancipazione culturale il riscatto della sua vita. E così io passavo giornate intere a studiare, da bravo secchione. Avevo un sogno: evadere dalla periferia. Ci sono riuscito grazie all’arte e soprattutto al teatro per ragazzi, che ho fatto fin da quando avevo tredici anni. Non volevo farmi logorare da un lavoro come quello dei miei genitori, che ti distrugge il corpo e la mente”.
I tuoi erano d’accordo con quello che facevi
“Non sono mai entrati nelle mie scelte, mi hanno sempre dato fiducia e responsabilità”.
Come hanno vissuto il film?
Per loro la cosa più bella è vedere la troupe a Mirafiori; non si sono persi una ripresa, erano commossi e storditi. Il loro figlio piccolo che dirigeva camion, truccatori, attori mai visti prima a Mirafiori: tutto questo rendeva giustizia non solo ai miei ma anche ad altre famiglie del quartiere e ai loro sacrifici. E poi i miei hanno vissuto il tutto con molta spontaneità: mio padre si è perfino addormentato sulla macchina del golf! Comunque tutti hanno contribuito a dare un significato a questo mondo. Con il fatto di girare tra le strade di casa ho visto  il mio quartiere trasformarsi. È stata un’invasione straordinaria”.
Come nasce Mirafiori Lunapark?
Nasce come libro, nella mia testa non c’era ancora l’idea di girare. Poi ho coinvolto Anna Gasco, la mia vecchia professoressa di italiano, esperta di cinema, che mi ha dato una grande mano nel riscrivere i dialoghi e nel preparare una sceneggiatura. A quel punto mi sono messo alla ricerca di un produttore, che ho trovato con l’aiuto di Mimmo Calopresti, anche lui figlio di un operaio Fiat, che si era innamorato della storia”.
È stato facile convincere tre grandi attori a recitare nel tuo film?
Gli attori hanno condiviso le scelte, le soluzioni, sono stati molto propositivi. Ognuno di loro aveva buoni motivi per partecipare al film: Antonio Catania per la sua storia personale legata all’emigrazione e al movimento studentesco; Giorgio Colangeli per il suo interesse per il mondo operaio, mentre Alessandro Haber è rimasto colpito dal linguaggio leggero che raccontava una storia drammatica, il declino della classe operaia”.
Per questo film alcuni critici hanno scomodato l’espressione “operazione nostalgia”: concordi?
Di Polito e VentavoliLa mia è una nostalgia poetica che serve a riprendere una parte di noi stessi e riempire il vuoto nel racconto della cultura operaia. È un omaggio alla generazione dei genitori, che, oltre alla tua vita, hanno contribuito a costruire il nostro Paese e un quartiere da zero, perché prima del loro arrivo quasi non c’era. Hanno lottato perché i loro diritti fossero rispettati nel lavoro e nella vita privata. E così ti hanno lasciato in eredità il senso di giustizia e quel bisogno di raggiungere ogni giorno una sorta di stanchezza felice di chi lotta per una buona causa, una coscienza civica, insomma”.
Classe 1975, laurea con lode in Scienze della Comunicazione, Stefano è impegnato da sempre a coniugare l’arte con l’impegno civile, impegno che l’ha portato a firmare molti progetti e a scrivere (in collaborazione con Alberto Robiati e Raphael Rossi) il libro C’è chi dice no, sul tema della corruzione.
Tu che provieni da altre esperienze culturali, dopo questo film ti senti adesso pienamente un regista?

Non lo so, però sento che un’operazione come Mirafiori Lunapark ora come ora non è più possibile fin quando non ritorna un bisogno esistenziale che sento molto profondo. Il linguaggio della favola di Mirafiori mi piacerebbe riproporlo su altri temi, magari questa volta con la maturazione nata da questa esperienza. Ho altre idee, che viaggiano già per conto loro. Devo però trovare i compagni giusti per farle sviluppare con elementi di continuità con il linguaggio e con la pubblica utilità. Per me l’arte non è uno strumento per dire di essere bravi, ma per unire le persone e risvegliare le coscienze”.
C’è un tema che ti attira molto?
“L’immigrazione. Noi figli di vecchi immigrati credo che dovremmo rivolgere più attenzione ai nuovi immigrati. Torino ti concede molto però ti fa vivere delle differenze classiste, queste difficoltà ci dovrebbero insegnare una maggior solidarietà. Se c’è una cosa che mi piace di Torino è che è una città dell’immigrazione e continua a esserlo, e questo attira la mia attenzione al punto che da qualche anno abito a Porta Palazzo, il luogo da cui scappavano i meridionali per andare a vivere nelle case nuove delle periferie. Io ci sono ritornato e lo trovo un posto di grande vitalità. Ecco, anche qui trovo la poesia che cerco”.
Anche mentre chiacchieriamo seduti vicino alla cassa del cinema, gli occhi di Stefano saettano da un punto all’altro del Romano. Sembra che stia aspettando una telefonata, una visita, un incontro, qualcuno che voglia parlare del film o qualcuno che voglia farsi fare una foto con lui vicino al manifesto.
Secondo te, ora che ha perso la fabbrica, Mirafiori ha perso anche la sua anima?
Persa no, l’ha cambiata, ma non l’ha sconfitta. Mirafiori era un quartiere nato tutto insieme intorno alla fabbrica. Qui eravamo tutti uguali e si era sviluppato un senso di solidarietà e di assistenza che è nel dna delle persone. Certo i problemi dell’occupazione restano. La fabbrica è un passato ingombrante che si vuole rimuovere, ma garantiva ricchezza, permetteva alle famiglie di far studiare i figli e comprare casa. Quell’esperienza adesso si è interrotta. I figli che hanno studiato sono precari e quelli che hanno creduto nella Fabbrica e hanno trovato lavoro lì o nell’indotto ora si sentono traditi”.Foto di Sonia Busè
Nel passaggio di Torino da città industriale a città del terziario o turistica c’è ancora spazio per i quartieri operai?
La città ha capito la strada giusta, ma ora serve il coraggio per andare fino in fondo. Servono più soldi e bisogna osare. Arte e cultura dovrebbero arrivare in tutti i quartieri e così anche scuole di qualità. Mentre giravo il film mi sono accorto di quanto questo sia urgente. Il quartiere si sta impoverendo: siamo al limite ma io sono fiducioso che le cose possano cambiare. Questa città non è povera come sembra: è solo questione di volontà. L’ha già fatto una volta. Alla fine degli Anni Novanta, è iniziata la grande trasformazione che ha portato alle Olimpiadi. Bisogna sognare la Torino del 2030: una città interculturale, piena di luoghi d’arte, visitata da persone di tutto il mondo”.
E tu, nel tuo futuro che cosa vedi?
Intanto mi sto godendo la paternità: da pochi mesi è arrivata in casa nostra Lucia, e vorrei dedicare a lei un progetto artistico sulla paternità che spero presto, finanziamenti permettendo, vedrà la luce. La nascita di mia figlia ha costituito per me un’emozione così forte che vorrei trasformare quell’emozione in un’opera creativa. E poi nel mio futuro ci sarà sempre il mio passato, cioè la parte di me che sono riuscito a custodire negli anni, nonostante le scelte sbagliate e le decisioni ritardate. Così ogni giorno dedico almeno qualche minuto a un secondo progetto cinematografico ambientato nel Sud Italia, dove ho un bisogno urgente di ritemprare il mio cuore per riprendermi ciò che non sono riuscito a difendere”.

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