Nicolas, il fotografo del Balon

di Viviana Vicario

Alle spalle di una Porta Palazzo multietnica, dove dall’alba al tramonto si montano e smontano centinaia di banchi; in un caos di rumori, profumi e colori, c’è il tradizionale mercato delle pulci torinese. Al Balon c’è un sentore nell’aria di cose usate. Dalle sedie a dondolo in legno alle monete, dai francobolli ben ordinati e preservati dalla polvere nei raccoglitori di plastica alle lenzuola confuse l’una sull’altra; i dischi in vinile che hanno cantato troppo e quelli ancora intatti nella custodia. Qui si può trovare di tutto. Edmondo De Amicis scriveva di tutta la confusione che c’era e c’è ancora “d’avanzi di cose, da far impazzire il disgraziato che ne dovesse fare l’inventario”.
La cosa bella non è forse l’idea che ogni oggetto abbia una sua storia, spesso sconosciuta? Questo è il fascino del Balon. Se non si è preparati, però, si rischia di perdersi in migliaia di stimoli visivi, e si esce con più confusione in testa di prima. Ci sono poi gli oggetti fortunati, che non solo hanno il privilegio di essere riacquistati da qualche affezionato, ma possono anche rivivere i tempi in cui funzionavano ancora. 
In Borgo Dora c’è una via che serpeggia verso l’interno. Si chiama Canale dei Molassi e fino al 1962 c’erano l’acqua e i mulini. Ora è una strada pedonale. Proprio qui, nei giorni del Gran Balon, si può vedere un fotografo d’altri tempi scattare fotografie d’altri tempi. 
Si nota subito il cartello che troneggia a lato della macchina fotografica. C’è scritto “Camera oscura ambulante”. Se ti fermi e gli chiedi una foto, Nicolas ti fa sedere sulla sua poltrona vintage e inizia a scattare. In tanti si chiedono come funzioni; alcuni se ne vanno, altri restano. C’è chi ne approfitta e prende dal banco a fianco due tazzine da tè, poi si siede e fa finta di sorseggiarne un po’. Due secondi di posa senza muovere ciglio, ed è fatta. 
Dopo lo scatto, si deve però aspettare mezz’ora: ottima occasione per farsi un giro fra i banchi del Balon. Nel frattempo Nicolas sviluppa la fotografia. Poi torni e ti vedi riprodotto in un’immagine in bianco e nero; non sempre nitida, ma di sicuro affascinante. Ha una coppola in testa e un abbigliamento anni Venti. Se dovessimo indovinarne la nazionalità, non ci sarebbero dubbi: in effetti, Nicolas è francese.  
La sua è una storia da artista, sempre pronto a sconvolgere la routine, portare con sé la macchina fotografica e partire alla ricerca di nuove ispirazioni. Nasce a Lione, poi si trasferisce a Parigi per studiare all’università. È proprio lì che inizia a interessarsi ai processi di fotografia analogica. Potremmo vederlo bighellonare per le strade di una Montmartre da cartolina; ma l’immaginazione lascia spazio alla realtà quando scopriamo che il fotografo bohémien del Balon, è anche ricercatore al Politecnico di Torino. Un abbinamento curioso che Nicolas spiega dicendo che “spesso devo trovare soluzioni creative a problemi matematici, senza contare che la fotografia è spesso questione di chimica”.
Fin dall’inizio dei suoi studi, Nicolas passa ore e ore in camera oscura a provare gli effetti e le sfumature tipiche dell’analogico. Mentre parla, appoggia una mano sulla sua macchina fotografica. L’ha comprata proprio qui, su un banco del Balon e come ogni oggetto fortunato che si rispetti: “È un modello d’inizio Novecento” spiega, anche se, a vederla bene, è tanto curata che sembra sia stata fabbricata l’altro ieri. Poco sopra l’obiettivo si legge il nome della ditta che la produsse: Zavataro.

Oltre alla sua attività di fotografo on the road, Nicolas ha realizzato scatti per diverse mostre. Le sue opere sono state esposte a Parigi, Torino, Genova, Milano e Como. Ultimamente ha partecipato anche a “Exilles Città”, una rievocazione storica che si tiene ogni anno a Exilles, in Val di Susa. Il paesino, ogni anno, a settembre, si rianima e i suoi abitanti si vestono in abiti d’epoca. “Nella fotografia mi piace creare immagini che restituiscano il senso di fisicità, non solo della foto, ma anche di un corpo o di oggetti ritratti nella loro essenza più fisica”.
Un’affermazione che può far pensare a un “futurismo contemporaneo”: il corpo e la sessualità erano i soggetti centrali dell’avanguardia teorizzata dal Manifesto di Martinetti. Oggi Nicolas ritrae gli stessi concetti, uniti al senso di decadenza che trasmettono i luoghi di periferia. Le fotografie della sua ultima mostra rappresentano palazzi dimessi, muri decadenti, distributori di benzina che sembrano sgretolarsi all’interno della foto stessa; oppure un piccolo albero con la corteccia fragile che pare essere stato abbandonato. Il soggetto di ogni fotografia è messo al centro, in primo piano. “Quello che amo di più della fotografia analogica è la sua fisicità. Spesso quando scattiamo fotografie in digitale, non ci rendiamo conto della quantità d’immagini che produciamo. Molte di queste, a livello artistico, sono nulle. Il bello dell’analogico è l’esatto contrario. Proprio perché s’impiega più tempo a crearne, ogni scatto acquista valore. Spesso quando lo spiego a qualcuno, uso una metafora che ne sintetizza bene il significato. È un po’ come quelle persone che danno affetto e confidenza a tutti nello stesso modo, senza distinzioni; e quelli che invece si confidano solo con pochi. La fotografia analogica funziona allo stesso modo. Si predilige la qualità alla quantità”.
Fra i progetti futuri di Nicolas c’è quello di tornare a Parigi e lavorare in Portogallo; ma si tratta di previsioni a lungo termine. Siamo certi che il nostro fotografo vintage rimarrà ancora un bel po’ a Torino a immortalare i visi, gli oggetti, le storie del Gran Balon.

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