Come la banalità distrusse il Genio

di Lucilla Cremoni

Se si visita oggi quella che fu l’abbazia di Fruttuaria a San Benigno, un paese del Basso Canavese a una trentina di chilometri da Torino, quello che si vede è una chiesona settecentesca con facciata neoclassica. Niente, ma proprio niente di speciale, anzi.
Però.
Però di fianco a quella chiesa pretenziosa e fredda c’è un campanile che stilisticamente non c’entra nulla con il resto ma ci dice che c’è un’altra storia, e non è la solita storia di struttura antica distrutta e ricostruita – o almeno, non è solo quella.
È una storia che comincia con un piemontese che fa carriera all’estero, prosegue con un’abbazia che diventa una potenza politica ed economica e si conclude con un vescovo che ne fa scempio con pomposo provincialismo. Ma c’è una coda, e per fortuna non è troppo triste.
Guglielmo da Volpiano era nato nel 962 sul lago d’Orta, isola di San Giulio, da una famiglia di origine sveva e altissimo lignaggio – il suo padrino di battesimo, pare, fu l’imperatore Ottone I in persona. A sette anni fu oblato, cioè donato, all’ordine benedettino, una pratica all’epoca non inconsueta presso le famiglie aristocratiche (e abbienti: la regola benedettina non accettava poveri, che sarebbero stati bocche da sfamare in più) per sistemare figli cadetti o con disabilità fisiche. Guglielmo fu istruito prima al monastero di Lucedio (non l’odierna abbazia di Lucedio, che era cistercense, ma un’istituzione precedente di cui restano poche tracce) poi a Pavia e a Cluny. In area francese-borgognona svolse la maggior parte della sua attività. Morì nel 1031 e fu sepolto nell’abbazia di Fécamp.
Quel che sappiamo di Guglielmo lo dobbiamo principalmente a Rodolfo il Glabro, suo allievo e assistente per molti anni che a Cluny, dove si era ritirato dopo la morte del maestro, scrisse le Storie dell’anno  Mille, un lavoro composto da due manoscritti, I cinque libri delle storie dei miei anni e Vita dell’abate Guglielmo, che nonostante l’evidente intento agiografico resta la fonte più affidabile, in quanto frutto di esperienza diretta.
Guglielmo da Volpiano – o da Digione, come è anche noto oltralpe – fu una figura fra le più illustri e influenti nei decenni a cavallo dell’anno Mille: monaco e abate, ma anche riformatore della vita monastica, difensore strenuo delle prerogative ecclesiastiche contro le ingerenze imperiali, committente e architetto (in senso figurato e letterale) di nuove fondazioni monastiche o ricostruttore di istituzioni più antiche in Francia e in Italia, dove fu probabilmente coinvolto nella progettazione della Sacra di San Michele e di San Giusto a Susa. Pare ci sia il suo zampino anche a Mont St. Michel.
Ma torniamo a Fruttuaria. Non possediamo i documenti di fondazione, ma Rodolfo il Glabro racconta che attorno all’anno Mille, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, Gugielmo si ammalò gravemente mentre era in preghiera nella chiesa di Sant’Eusebio a Vercelli. Fu raggiunto dai suoi fratelli e tutti pregarono la Madonna, che lo guarì. Decisero quindi di fondare un’abbazia nelle terre avìte, e individuarono il luogo adatto “in una località chiamata Volpiano” appartenente alla famiglia e ribattezzato Fruttuaria in quanto opima produttrice di “frutti” – probabilmente una corte, cioè una sorta di fattoria, “distante quattro miglia dal fiume Po”.
Qui Guglielmo “decise che sorgesse la basilica e, alla presenza del re Arduino e di alcuni vescovi, ordinò che fosse dedicata a Maria Madre di Dio, a San Benigno Martire e a tutti i Santi”.
La sintesi di Rodolfo condensa in poche righe fatti avvenuti in un arco di tempo ben più ampio, e i cui significati e implicazioni sono molto più articolati di quanto potrebbe sembrare da queste frasi laconiche.
Tanto per cominciare, la fondazione su un terreno di proprietà della casata non era solo una donazione, ma anche un modo per garantire che nessun altro potesse accampare diritti.
E poi l’intitolazione: alla Madonna, ovviamente, in piena coerenza con la politica cluniacense volta alla diffusione del culto mariano. E a San Benigno, evidente omaggio di Guglielmo ai suoi anni di ricostruttore e riformatore dell’abbazia di San Benigno a Digione. E poi ai Santi, altro riferimento all’accento che i cluniacensi ponevano sulla devozione legata alla festività di Ognissanti e al ricordo dei defunti – fonte certa e doviziosa di donazioni e offerte.
Altrettanto interessante è la menzione di Arduino e di “alcuni vescovi”, che con ogni probabilità erano Warmondo di Ivrea e Leone di Vercelli.
Quando l’abbazia fu consacrata, nel 1006-7, i vescovi, con gli eserciti imperiali, erano in guerra aperta con Arduino, sostenuto dai piccoli vassalli e dalle popolazioni locali. Il fatto che alla consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria fossero presenti Arduino, i vescovi e i legati imperiali sanciva in modo inequivocabile il ruolo dell’abbazia come zona franca, immune dalle lotte fra i diversi poteri e che tutti si impegnavano a garantire. E proprio a Fruttuaria si ritirò Arduino malato e sconfitto nel 1014, deponendo sull’altare corona, anello e scettro, e morendo l’anno successivo – lui forse in pace, il suo corpo invece destinato a ingiurie e traversie.
Questa indipendenza permise a Fruttuaria di affermarsi come centro di potere politico, religioso ed economico con un’imponente estensione territoriale e un ingente patrimonio sia fondiario (grange, chiese, cappelle) sia finanziario derivante dalla riscossione di decime e diritti. L’abbazia di fatto esercitava un potere feudale su un territorio (e relativi abitanti) che includeva Lombardore, Feletto, Montanaro. Attorno all’abbazia si era sviluppato quello che è l’attuale paese di San Benigno, che però all’epoca più che un vero e proprio villaggio era un ricetto, di cui resta ancora qualche traccia.
In pratica, l’abbazia e i suoi possedimenti non dovevano rispondere a nessun potere locale ma erano parte dello Stato della Chiesa, che per molti secoli addirittura concesse e rinnovò agli abati il diritto di battere moneta. Un potere ben saldo, se si pensa che solo nel 1741, dopo lungo contendere, i Savoia acquisirono i diritti su Fruttuaria, San Benigno, Feletto, Lombardore e Montanaro, ma in cambio di un calice d’oro del valore di duemila scudi romani da conferire ogni anno alla Santa Sede. E la cosa andò avanti fino al 1850.
Fruttuaria condivise tuttavia il declino che coinvolse le istituzioni monastiche fra Quattrocento e Cinquecento, e come tante altre divenne commenda: fu cioè governata da priori o abati esterni all’istituzione, che spesso se ne disinteressavano limitandosi a riscuotere i tributi.
Uno di questi, purtroppo, non se ne disinteressò abbastanza. 
A metà del Settecento il cardinale Carlo Vittorio Amedeo Ignazio delle Lanze ordinò che il complesso venisse raso al suolo. Era talmente grande e solido che ci impiegarono due anni. E parliamo di centinaia di operai che ci davano dentro col piccone dall’alba al tramonto, spargendo le macerie per la campagna, sbriciolando gli affreschi, i fregi, le sculture per riciclarli come materiale da costruzione. I capitelli, curiosamente, furono salvati ma venduti e usati altrove, quindi non più riconducibili alla funzione e collocazione originaria.
Di Fruttuaria si perpetrò non solo la distruzione materiale ma un’autentica damnatio memoriae. E tutto per l’ottusa, provinciale ambizione di un cardinale impallinato di Michelangelo e Bernini, che voleva ostentare la ricchezza dell’abbazia costruendo un San Pietro in sedicesimo, incluso baldacchino con colonne tortili sopra l’altare, insomma portare il Rinascimento e il Barocco romano in provincia – e oltretutto, con quasi due secoli di ritardo. Il fatto che crimini analoghi fossero commessi anche altrove, incluse Cluny e Digione, le altre abbazie legate a Guglielmo, non li rende meno gravi.
Il cardinale ingaggiò l’onnipresente archistar dell’epoca Bernardo Antonio Vittone per progettare la chiesa, e il chiesone con lunga navata e baldacchino fu costruito. Vittone morì nel 1770 e fu sostituito da Mario Quarini, autore del palazzo abbaziale, del chiostro e del pronao neoclassico della chiesa.
Con Fruttuaria scomparve un patrimonio culturale e artistico che accoglieva le idee di Guglielmo sull’uso degli spazi cultuali, innovative in quanto prevedevano un coinvolgimento significativo dei fedeli nella liturgia, e le esprimeva in una sobrietà solenne e austera ma alleggerita da tocchi e dettagli di straordinaria grazia. Ne è prova il campanile, che per motivi ignoti fu risparmiato dallo scempio.
Poi arrivarono le “leggi eversive” del 1866, che decretarono la soppressione degli ordini e delle corporazioni religiose. La chiesa abbaziale divenne parrocchia, il monastero passò al demanio dello Stato, poi all’amministrazine comunale e infine ai Salesiani di don Bosco che ne fecero un istituto professionale. Fine della storia.
E invece no: c’è una coda, che se non è proprio un lieto fine almeno rende meno amaro l’epilogo.
Nel 1979 si decise di dotare la chiesa di un impianto di riscaldamento. Nel corso degli scavi, emersero tracce delle antiche strutture, come porzioni di muri, pilastri, pavimenti. La casuale scoperta diede inizio a una serie di campagne archeologiche dai risultati importanti, che hanno rivelato dettagli sulla struttura della chiesa: che aveva tre navate e altrettante absidi, un “Santo Sepolcro” (una costruzione circolare tipica dell’uso liturgico cluniacense) e – caso pressoché unico in Piemonte – riservava uno spazio significativo alla partecipazione diretta dei fedeli alle celebrazioni. La chiesa inoltre doveva essere riccamente affrescata, come suggerito dai frammenti ritrovati. Soprattutto, a giudicare dalle porzioni emerse, doveva essere davvero straordinaria la decorazione musiva, probabilmente di poco successiva alla costruzione della chiesa originaria – si parla della seconda metà dell’XI secolo. Le decorazioni mostrano figure geometriche, vegetali e animali più o meno immaginari, sono in genere generalmente bicromatiche ma hanno anche inserti colorati, e mostrano la mano di artigiani raffinati, probabilmente di provenienza lombardo-piemontese.
Dopo tutto, i picconi dei mediocri non sono riusciti a sconfiggere del tutto il genio di Guglielmo.
L’antica struttura è oggi visitabile grazie all’Associazione Amici di Fruttuaria, che gestisce Mille anni di storia attraverso le strutture di Guglielmo da Volpiano, un percorso della durata di circa 50 minuti per gruppi, integrato da videoproiezioni.

Orario
Invernale (1 novembre-1 aprile): domenica pomeriggio e infrasettimanali su appuntamento
Estivo (2 aprile – 31 ottobre): domenica ore 15-17:30, in altri orari su appuntamento
Chiusura per ferie dal 10 luglio al 31 agosto
Info costi e prenotazioni
Tel. 011 9880487, 338 4128795
www.beniarchitettonicipiemonte.it

Le immagini sono tratte dal sito www.beniarchitettonicipiemonte.it

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