Cesare Pavese e il liceo classico di Vercelli

di Alessandro Granatelli e Tiziano F. Ottobrini

“Un pomeriggio che Pavese doveva attendere il treno per un paio d’ore, si ritirò nella sala dei professori a leggere un libro. Un bidello, che lo vide chino sulle pagine nella penombra, accese una potente lampada da tavolo e lo lasciò solo. Venne l’ora di chiusura e tutti se ne andarono. Il mattino successivo Pavese era ancora là sul suo libro: disse che non si era accorto che si fosse fatta notte, avendo scambiato la luce della lampada per quella del sole… Ma fu distrazione, poi, la sua, oppure ironia?”
Con le parole impressionistiche di quest’aneddoto, intrise di nostalgia e benevolenza, viene introdotto il ricordo della supplenza di Cesare Pavese presso il Liceo classico Luigi Lagrangia di Vercelli nell’anno scolastico 1933-34 da parte del dottor Fernando Lojacono, uno dei non molti testimoni di quell’insolita esperienza.
Un segmento di importanza centrale e tuttavia lacunoso se non ampiamente negletto nella vita dello scrittore di Santo Stefano Belbo è costituito dal periodo di insegnamento itinerante nella provincia piemontese (Bra, Saluzzo, Carmagnola), con particolare riguardo ai mesi trascorsi a Vercelli: il torno di tempo vercellese, infatti, precede immediatamente il notorio episodio dell’arresto (intervenuto il 13 maggio 1935) e il conseguente confino a Brancaleone Calabro; dopo questi fatti, al suo ritorno a Torino, Pavese avrebbe posto termine alla parentesi nel ruolo di insegnante di latino, greco, filosofia e italiano per dedicarsi toto corde all’attività di traduttore dall’inglese e di collaboratore editoriale per i tipi di Einaudi. Vercelli si colora, quindi, per Pavese dell’ormai evanescente patina dell’estrema esperienza in qualità di insegnante, ergendosi a crinale tra le due metà diverse e però complementari della sua traiettoria professionale e – quel che più conta – di vita.
Le notizie della presenza di Pavese a Vercelli sono rade e frammentarie, in piena consonanza del resto con il carattere ritroso e malinconicamente introverso di un maestro che “vestito piuttosto dimessamente di blu o di grigio … durante il percorso [scil. verso la stazione ferroviaria] taceva o si esprimeva a monosillabi”, come risuona nella memoria di Giuseppe Canetti, un altro allievo presente alle lezioni del Lagrangia.
Le supplenze vercellesi si inseriscono nella vita di Pavese alla luce della sua vita familiare, ormai ristretta (quasi pascolianamente) alla sorella Maria, con la quale condivideva a Torino gli spazî di via Lamarmora 45; dall’esigenza di non gravare sul bilancio della medesima sorella, sposata con prole,  prendono avvio le vicende di pendolare del venticinquenne Cesare verso le risaie del Vercellese.
Ma c’è di più, perché i destini di Vercelli e Pavese intrecciano le loro coordinate in molti punti, in modo indissolubile; basti pensare che, quantunque oriunda di Casale Monferrato, sua madre era di origini vercellesi: una donna autoritaria e indurita dal dolore che contribuì recisamente a rendere taciturno e ombroso il futuro scrittore, apparteneva infatti a un’agiata famiglia di commercianti vercellesi.
Vercelli, inoltre, interviene apertis verbis nel romanzo del 1946 Il compagno, quando il protagonista Pablo rivede a Roma, dopo la rottura della loro esile relazione, l’eterea fidanzata Linda e ascolta da lei alcune confidenze su certe attività clandestine antifasciste: “mi raccontò che ai primi tempi lei gli aveva dato una mano quando andavano insieme a Vercelli e a Novara”; di qui si innesta una descrizione non scevra di nostalgia, in cui forte vibra la memoria delle supplenze al Liceo Ginnasio Lagrangia.
Un’eco diretta del suo insegnamento a Vercelli è dato incontrare anche in una lettera databile all’autunno del 1934, probabilmente destinata al preside del Lagrangia Giuseppe Morelli; in queste poche righe si percepisce il timbro lirico della scrittura e, ancor più, dell’animo schivo e gentile del Pavese: “Chiarissimo Professore, tempo fa le scrissi un biglietto dicendomi disposto a riprendere la supplenza sotto condizione di due giornate libere e residenza a Torino … Non dimentico di considerare che insegnanti di latino migliori di me ce ne sono parecchi e non credo perciò di far troppo danno alla classe abbandonandola … Il mio concorso d’inglese è andato mediocremente – bene per lo scritto e la lezione, male per la prova… (lacuna nella minuta) Non ci spero niente, e comunque non accetterei una nomina a Caltanisetta. Le sarò grato di un cenno e di un appuntamento a Vercelli per un giorno del mese entrante”.
I non abbastanza esplorati archivî delle scuole mostrano dunque, in casi come quello di Pavese, di conservare non solo attestazioni burocratiche ma anche un tesoro di vivida umanità; proprio dalle carte di archivio veniamo a sapere l’oggetto delle lezioni professate dal Nostro a Vercelli nell’anno 1933-34 nelle classi I, II e III in cui teneva la cattedra di italiano: largo spazio era accordato all’Inferno di Dante, sollecita attenzione veniva riservata all’Adone di Giovan Battista Marino (il Cavalier Marino, come si riscontra insistesse a nominarlo Pavese) e vibrate discussione erano accese intorno al Griso manzoniano e al Giovin Signore del Parini. Una nota di colore occorre riservare alla concorde testimonianza di buona parte degli allievi pavesiani di quell’anno circa la sua netta presa di posizione contro Machiavelli, cui veniva preferito il poco noto Ferdinando Galiani (abate dell’Illuminismo napoletano, autore di un trattato Della moneta): il primo, argomentava Pavese, era troppo serio e solenne, non incontrando per questo il suo gusto, mentre il secondo era illuminato da una scintilla di umorismo che suscitava nel cielo delle sue giornate un baleno di spensieratezza pur non disgiunta da profonda riflessione sulle cose alte del destino umano.
Spigolando tra i ricordi di scuola del ristretto manipolo dei suoi uditori, colpiscono le parole che Sergio Simonelli rilasciò a un intervistatore della stampa locale in occasione di una giornata commemorativa del Lagrangia: “il suo voto era veramente un giudizio … Di lui sapevamo solo che non era iscritto al fascio e così lo guardavamo con attenzione … Era di temperamento molto chiuso, timido, votato al mutismo ed era molto difficile vederlo sorridere; tuttavia si intuiva in lui un animo buono e generoso, una profonda e sentita umanità. Dava anche una certa impressione, come se avesse paura…»”
Questo è stato, dunque, il contributo reciproco di Pavese a Vercelli e di Vercelli a Pavese: la città ha rispecchiato la sua indole appartata e nebbiosa nel cuore dello scrittore mentre lo scrittore ha affrontato le trasferte vercellesi con l’animo di molti degli amati e da lui tradotti personaggi di Melville e Conrad: salpare per l’ignoto delle grandi vastità della coscienza più che dei mari remoti, dietro a quel  timone delle coscienze che è la cattedra scolastica.  

Questo articolo ha ricevuto una menzione d’onore alla IX edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

 

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