La vita delle opere d’arte rivelata da una app

di Vanessa Righettoni

Immaginate di trovarvi alla Reggia di Venaria, di varcare la soglia della Sala di Diana, di dare uno sguardo agli affreschi della volta, agli stucchi, ai ritratti equestri dei duchi e delle duchesse Savoia, e di decidere infine di soffermarvi su una delle tele con scene di caccia, per esempio l’Andar al bosco di Jan Miel. Non vi chiedereste il perché di quella lunga fascia grigia a lato del dipinto? O la ragione di quei segni che si intravedono in basso a destra? A soddisfare la curiosità dei visitatori più attenti c’è oggi “La vita delle opere”, la nuova applicazione per smartphone e tablet scaricabile gratuitamente su App Store e Google Play.
La app, già attiva e a disposizione degli utenti, è un prototipo contenente i primi risultati scientifici di un lungo progetto di ricerca finanziato dal MIUR e nato dall’idea di tre ricercatrici di storia dell’arte e museologia di diversi atenei italiani: Antonella Gioli dell’Università di Pisa, Chiara Piva dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e Maria Beatrice Failla dell’Università di Torino. Ogni ateneo ha dato vita a un gruppo di ricerca composto da studenti, dottorandi e dottori di ricerca, avviando collaborazioni con conservatori, direttori e personale delle Soprintendenze e dei musei dei rispettivi territori. Le istituzioni museali coinvolte vanno infatti dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia a raccolte toscane quali il Museo nazionale della Certosa di Calci, la Galleria civica “Lorenzo Viani” di Viareggio, il Museo Diocesano di Massa, i musei di Villa Guinigi e di Palazzo Mansi a Lucca, fino ad arrivare a una residenza reale come la Reggia di Venaria.
L’ambizione dei ricercatori è di tradurre nel linguaggio digitale della app una ricerca condotta su fonti storico-artistiche squisitamente tradizionali, fatta di ore di studio tra biblioteche e archivi. In fondo non si tratta che di restituire alla collettività, con mezzi accessibili e alla portata di tutti, la storia di opere d’arte che fanno parte del patrimonio museale cittadino.
Alla base di tutto c’è la ferma consapevolezza che studiare un’opera d’arte implichi necessariamente studiarne la rete di relazioni che la legano al territorio, alla società e alle diverse vicende storiche. Le opere infatti non sono nate per stare nei musei, ma ci sono finite; né tanto meno sono sempre state come sono oggi, sovente lo sono diventate. Ogni opera ha alle spalle una vita complicata, fatta di trasformazioni, modifiche, restauri, spostamenti, furti, vicende collezionistiche, esposizioni, riutilizzi e attribuzioni diverse di valori artistici, culturali, religiosi o politici a seconda dei periodi. Si potrebbe dire che la vita di un’opera si compone in realtà di tante vite diverse, di tante vicende che succedendosi l’hanno segnata fisicamente nella sua forma e nel suo aspetto.
Restituire in sintesi la complessità di questo intreccio lungo secoli non è certo cosa semplice, ma la app prova a farlo raccontando l’intera storia conservativa dei dipinti nelle apposite sezioni “Com’era” e “Dov’era”. Ecco allora che il visitatore armato di smartphone, trovandosi di fronte al già citato Andar al bosco di Miel, può trovare risposte alle sue domande: può infatti scoprire che la fascia grigia a lato della tela è una testimonianza dei tagli subiti per farla adattare alle diverse cornici; può notare come la luce rifletta diversamente in corrispondenza delle antiche stuccature e ridipinture; o ancora, può apprendere che i segni che si intravedono in basso a destra, vicino alla coda del cane, non sono altro che colpi di sciabola assestati dai soldati francesi durante l’invasione del Piemonte del 1693. Sempre scorrendo il dito sullo schermo del suo cellulare può inoltre apprendere che il quadro non è stato sempre alla Reggia di Venaria. Tra l’Ottocento e il Novecento ha infatti subito diversi trasferimenti: dapprima al Castello di Moncalieri e alla Villa Reale di Monza, poi a Palazzo Madama a Torino, per tornare nella sua collocazione originaria soltanto nel 2007.
La ricollocazione dei dipinti con scene di caccia di Miel nella Sala di Diana è effettivamente una conquista recente, dovuta al nuovo progetto di riqualificazione e restauro che ha coinvolto l’intero ambiente e gli arredi della Reggia. Non deve stupire quindi la foto in bianco e nero, riprodotta nella app, di una Sala di Diana spoglia di arredi e decorazioni e in totale stato di abbandono, realtà di non molti anni fa. La Reggia, così come gran parte del patrimonio sabaudo, ha probabilmente scontato a lungo la difficoltà dei piemontesi e degli italiani a confrontarsi con l’eredità di casa Savoia. Troppe ferite quelle inferte dalla Seconda Guerra Mondiale, troppo traumatica la caduta della monarchia. Certo l’articolo 9 della Costituzione parla fin da allora di promozione della cultura e di sviluppo della ricerca scientifica e tecnica, in una concezione estremamente attiva del patrimonio che non è inteso come un retaggio da conservare fine a se stesso, quanto piuttosto come bene da tutelare e da studiare per alimentare la conoscenza. Eppure sembra che i tempi non fossero abbastanza maturi, o forse i mezzi abbastanza adeguati, per far riemergere il patrimonio artistico piemontese con tutti i suoi palazzi, i suoi stucchi, i suoi affreschi e i suoi giardini.
Un recupero certo soddisfacente ma appena all’inizio viste le possibilità di studio, ricerca e tutela che un tale patrimonio culturale comporta. Molto infatti resta ancora da conoscere, ed è probabilmente per questo che il nucleo torinese de “La vita delle opere” ha deciso di concentrare i propri studi sui beni delle residenze sabaude, parte integrante del più ampio progetto di ricerca nazionale. Oltre a Venaria sembra infatti che i ricercatori torinesi abbiano in programma di estendere le loro ricerche anche ad altre residenze quali la Palazzina di Caccia di Stupinigi e il Polo Reale.
“La vita delle opere” è un prototipo in pieno fermento, ma appare già chiaro che è proprio la sua vocazione per il racconto della storia conservativa delle opere d’arte a rappresentare la vera novità della app, rendendola di fatto un unicum nel panorama delle applicazioni digitali esistenti nei musei italiani e stranieri. È infatti un esperimento di divulgazione culturale inedito che ha il merito di invitare il visitatore a una fruizione più attenta dell’opera d’arte: chi si aggira per le sale della Reggia con lo smartphone in mano, ritrovandosi davanti a un dipinto può sì apprezzarne la forma e il colore, ma è spinto poi a soffermarsi sulla superficie della tela, su quelle tracce materiali rivelatrici del suo passato, della sua storia, della sua vita. Quel che è bene sottolineare è che però “La vita delle opere” sollecita un’esperienza digitale in grado di potenziare la visita al museo, non di sostituirla, ecco perché nella app non viene mai riprodotta l’immagine completa dell’opera. In fondo, come ha efficacemente sintetizzato la curatrice digitale del progetto Maria Elena Colombo, “è un po’ come se per comprendere il finale di una storia intrigante non potessi che andare in museo”.

Questo articolo ha vinto il secondo premio alla IX edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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