la storia di Felice Cordero di Pamparato

di Luca Scolfaro

Felice Cordero di Pamparato, nato a Torino il 3 giugno del 1919, è una delle molte figure della Resistenza piemontese tralasciate dalla storia. Sebbene a lui sia stata intitolata la sede della Facoltà di Matematica dell’Università degli Studi di Torino, Palazzo Campana, l’origine della denominazione è stata poco conosciuta per decenni. Professando apertamente la sua lealtà alla casa reale, la sua memoria venne dimenticata piuttosto in fretta, in quanto ritenuta probabilmente poco interessante dalle forze repubblicane dell’Italia liberata.
La storia inizia al Real Collegio di Moncalieri. L’istituto nacque nel 1838 per volontà regia e l’attività venne affidata ai Padri Barnabiti, vicini alla casa reale. In questo contesto il convittore Felice Cordero, marchese di Pamparato, vive e si forma come diversi membri dell’aristocrazia piemontese con la prospettiva di diventare classe dirigente nel Regno d’Italia. Durante il periodo fascista, si distinse come “Principe degli Studi” nell’anno scolastico 1937-1938 e dopo il periodo trascorso a Moncalieri, perfezionò la sua formazione alla Regia Accademia di Artiglieria di Torino.
Dopo esser stato destinato al IX Reggimento, nell’agosto del 1942 venne promosso ufficiale d’artiglieria con il grado di tenente. Fu coinvolto nelle operazioni militari in Sicilia fino alla sua occupazione, e successivamente venne trasferito a La Spezia con il XVI corpo d’armata, con cui combatté sino all’armistizio dell’8 settembre del 1943. Come per molti militari, Felice Cordero si trovò di fronte alla scelta tra seguire le vicissitudini della Repubblica di Salò o la lealtà alla casa reale. Data la sua identità politica monarchica e badogliana, decise di raggiungere la sua famiglia a Coazze, proseguendo la guerra tra le file partigiane.
Nella Val Sangone operava una divisione autonoma al cui comando si trovava la figura di un militare calabrese, Giulio Nicoletta. L’ufficiale crotonese gestiva le operazioni di più bande, tra cui quella di Federico Tallarico, Sergio De Vitis, Nino Carli e Carlo Carli. Dopo il febbraio del ’44, Felice Cordero si unì a loro e, grazie alla sua preparazione culturale e militare, si conquistò immediatamente la fiducia di una brigata di stanza nella zona denominata Provonda, presso la frazione Morelli, sopra Giaveno. Si distinse durante una missione anche per la caparbietà e il coraggio nel recuperare delle armi abbandonate dai repubblicani nei pressi del Forte di Fenestrelle. Dopo poco tempo, gli uomini della brigata non esitarono a sceglierlo come comandante.
La banda agli ordini di Campana – questo il suo nome di battaglia – partecipò all’assalto alla polveriera di Sangano del 26 Giugno del 1944, organizzata da tutte le bande della divisione autonoma. L’operazione aveva il compito di recuperare armi, vettovagliamento e munizioni, ma dopo un inizio promettente, la situazione precipitò e un’incursione nazi-fascista costrinse le bande partigiane a ritirarsi. Durante i combattimenti, lo stesso Sergio De Vitis fu ucciso.
Durante l’estate, le truppe repubblicane torinesi trovarono nuovo vigore e costituirono la brigata nera Ather Capelli. L’estate e tutto il periodo autunnale furono dei momenti difficili per la resistenza valligiana, e si videro vere e proprie operazioni militari, tra cui l’operazione Nacthigall, avente lo scopo di sradicare la resistenza nella Val Chisone.
In questo contesto, il 15 agosto del 1944, una spedizione di diverse decine di paramilitari della Ather Capelli arrestò Felice Cordero nella località di Mollar dei Franchi. Nonostante l’avviso dei suoi compagni di quell’incursione, Felice Cordero, avendo in programma un incontro con la dottoressa Isabella De Gennaro per ricevere dei soldi per i suoi uomini, decise di non ritirarsi. Come testimoniato nel diario del podestà di Giaveno Giuseppe Zanolli, probabilmente anche a causa della sua miopia non distinse la squadraccia dai suoi compagni e andò loro incontro confondendoli per partigiani garibaldini. Da quanto riportano le fonti, sembrerebbe che la brigata nera avesse ben chiaro l’obiettivo della cattura di Campana, tradito da un ufficiale delle brigate nere, suo compagno durante il periodo di formazione torinese.
Alla sua cattura seguirono diversi pestaggi e un interrogatorio durato tutto il giorno seguente durante il quale fu chiesto al comandante di rinnegare i suoi uomini e di tradirli. I partigiani tentarono di avviare delle trattative, ma queste non poterono concludersi con successo probabilmente a causa dell’intransigenza di un ufficiale tedesco. A don Domenico Foco, il religioso che confessò il comandante prima dell’esecuzione, Felice Cordero lasciò verbalmente il testamento spirituale per suo figlio e sua moglie, consegnandogli alcune foto destinate ai famigliari. Venne impiccato intorno alle 21 del 17 agosto al balcone del Caffè Centrale di Giaveno, con altri tre partigiani di nome Vigna, Contin e Baraldi.
Nei giorni immediatamente successivi, il comando della brigata fu assunto da Guido Usseglio, primario dell’ospedale Molinette e professore universitario a Torino. Il suo nome di battaglia 696 richiamava il numero del centralino delle Molinette. Sotto la sua guida, la formazione prese il nome del comandante Campana e si spostò tra le fila di Giustizia e Libertà.
Sopravvissuta non senza difficoltà ai rastrellamenti dell’inverno, il 27 aprile la brigata Campana raggiunse la Casa del Littorio di via Carlo Alberto, la sede provinciale del partito fascista, scoprendo un archivio relativo agli appartenenti alle brigate nere. La scelta di trasformare il nome dell’attuale sede del dipartimento di Matematica in Palazzo Campana fu spontanea, un’idea naturalmente partorita dallo stesso Usseglio per ricordare il comandante.
Nonostante la denominazione del palazzo, la motivazione di tale scelta si è dimenticata nel tempo e solamente il 20 maggio del 2006, il Comune di Torino ha posto una lapide in memoria dell’evento.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla IX edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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