I “ragazzacci” della musica occitana  

di Federico Carle

L’occitano non è solo una lingua, non è solo una musica o una danza. È un modo di essere e di vivere, in una parola una cultura, radicata in un’area storico-geografica – l’Occitania – che si estende nella Francia meridionale con appendici in Spagna (a ridosso dei Pirenei) e in Italia nelle cosiddette Valadas del Piemonte sud-occidentale. Nel Cuneese (Valle Stura, Maira, Varaita, Gesso, Vermenagna e Germanasca) e nel Torinese (Valle Orco, Valli di Lanzo e bassa Val Susa), più alcune enclave sparse qua è là, finanche in Calabria. Un territorio vasto, di circa 196.000 chilometri quadrati, con una popolazione di sedici milioni di abitanti, dei quali 215.000 in Italia. 
La lingua occitana – o d’Oc – deve il suo nome al modo col quale le popolazioni usavano dire il sì: mentre quelle del Nord della Francia utilizzavano la parola oïl (in lingua d’Oïl appunto, dalla quale sarebbe poi gemmato il moderno francese, trasformando il termine nel più conosciuto oui); quelle del Sud usavano l’espressione oc, emblema di tutta la cultura.
Tradizione che molti davano per spacciata, destinata a morire con gli ultimi valligiani, si diceva… fino a quando sono arrivati loro: i Lou Dalfin, nei primi anni Ottanta. Un gruppo di ragazzi “iconoclasti e orchiclasti” che hanno rivoluzionato nel solco della tradizione. Musicisti di organetto, ghironda, basso elettrico, chitarra, dalle tonalità folk e rock, precursori di una new wave musicale ben salda nel territorio che li ha portati ad ottenere anche la prestigiosa Targa Tenco nel 2004.
I Lou Dalfin per la musica, come Daniela Mandrile per le danze, sono stati i detonatori di un fenomeno crescente di riscoperta che da oltre trent’anni è in espansione. Molti giovani sono stati contagiati da questo virus benigno che è la cultura occitana (non a caso l’ultimo disco dei Lou Dalfin, in uscita ad aprile, si chiamerà Musica endemica).
Fra questi  anche i Raskas: un gruppo di “ragazzacci”, perché questo vuol dire il loro nome, oggi trentenni che hanno iniziato a suonare nel 2003 con un primo nucleo che si è poi consolidato nel 2008. Li abbiamo incontrati un venerdì sera a Tarantasca, piccola città della pianura cuneese. C’erano Piero Adamo (chitarrista), Sylvain Jennesseaux (voce e flauti) e Francesco Olivero (organetto e ghironda). Mancavano Martino Adamo (basso), gemello di Piero, impegnato a Lione per un dottorato e il batterista Nazareno Garelli, subentrato da poco a Daniele Danzi. Erano lì, nella loro gelida sala prove tutta rivestita di perline di legno. Sembrava davvero di essere in una baita, su, sui monti occitani tanto cari.
E questa saletta, ragazzi? Nostalgia delle vostre montagne forse?
Piero: Ma no!(ridono) È di Maurizio, il nostro fonico che per tanti anni ci ha seguito e col quale abbiamo registrato il nostro primo disco nel 2014. Abita sopra. Si è trasferito qui, vicino alla sorella, da Torino dove era uno stimato dj radiofonico in seguito a un brutto incidente che lo ha costretto su di una sedia a rotelle, ahimé. La musica è tutta la sua vita, gli dà una grossa mano ogni giorno.
E lui dà una mano a voi, giusto?
Sì, ci consiglia. È un amico prezioso.
I Raskas sono tutt’altro che dei ragazzacci: da sempre impegnati nel sociale, nel 2011 hanno ottenuto una targa dall’associazione “Persone come noi”, che brilla sulla parete di fondo. Raccontateci di più.
Piero: Abbiamo suonato una sera per il progetto This time for Africa, a sostegno delle popolazioni del Corno d’Africa. Ma da sempre siamo impegnati nei confronti delle popolazioni svantaggiate: con raccolte fondi o serate di sensibilizzazione. Abbiamo suonato anche per Lvia, per cui ho lavorato in Tanzania, e per la Meru herbs.
Ma la musica per voi che cos’è? In una parola.
Piero: Colore
Francesco: Comunicazione
Sylvain: Mah, ci dovrei pensare… Passione forse. Massi, comunicazione anche per me.
E la musica occitana?
Piero: È un bel messaggio di fratellanza, e di speranza. Nella Courenta per esempio ci si mette tutti in cerchio, alla pari, ci si dà la mano e ci si scambia di coppia. Ci si abbraccia. Ci sono i valori dell’uguaglianza, dell’amicizia e dell’inclusione.
Francesco: Non importa come balli, l’importante è divertirsi e stare insieme. Per questo secondo me sta prendendo piede anche fra i giovani.
Ma ha rischiato di morire, non è così?
Francesco: Giusto. I Lou Dalfin sono stati i catalizzatori positivi della rinascita. Sergio Berardo, loro leader e fondatore, cita sempre l’antropologo Paul Wien quando dice che “una cultura è veramente morta quando la si difende senza decidere di reinventarla”. Ci sono due modi di approcciarsi alla tradizione: o ti chiudi a riccio difendendo l’indifendibile, oppure ti apri osmoticamente all’altro, al diverso, inglobando gli elementi positivi. Come un abbraccio.
Un bel messaggio, soprattutto di questi tempi…
Piero: Già, infatti diceva Mahler che “la tradizione non è adorazione delle ceneri ma custodia del fuoco”. Un fuoco che muta in ogni istante. Ed è questo che abbiamo fatto come Raskas sulla scia del revival generato da Berardo.
Parlateci del vostro primo disco, perché il titolo La macha niera (la macchia nera)?
Sylvain: Mah (ride). Perché un ragazzo che aveva suonato con noi per un periodo andava in giro dicendo che quella era stata una sorta di “macchia nera” sulla sua carriera artistica.
Ma allora siete davvero un po’ dei ragazzacci…
Francesco: Ma no! Poi spesso tornavo per le prove in treno da Torino arrabbiato come una iena perché mi avevano appena bocciato all’ennesimo esame, e ho scritto il testo della canzone che dà il titolo al disco. Per sfogarmi!
Cosa studi Francesco? E cosa fanno gli altri della band?
Francesco: Medicina; mentre Piero è geologo a Cuneo. Sylvain è parrucchiere a Busca, Martino ha studiato Biologia, Nazareno Lettere antiche e Daniele ha fatto il conservatorio, infatti ci ha lasciati perché voleva fare il percussionista a tempo pieno. Lo capisco, del resto per noi questo non è un vero lavoro anche se facciamo 20/30 concerti l’anno, che non è male.
E come vi immaginate tra qualche anno?
Piero: Boh! Pensiamo al prossimo disco intanto che è meglio!
Di cosa parlano le vostre canzoni, chi le scrive?
Piero: Io e Martino soprattutto. Ci facciamo dare una mano da nostro padre che parla occitano, avendo lavorato in Comunità montana, poi Google traduttore in catalano aiuta un sacco oltre a un po’ di francese e piemontese (ci scherza su, ndr). I testi parlano di tutto…
Francesco: Beh, quelli nuovi potremmo dire che sono una sorta di bestiario.
Piero: Sì, parlano di poveri cristi. Storie di personaggi conosciuti qua è là ad alcune esibizioni.
Storie del mondo occitano?
Sylvain: Un po’. Come quella che abbiamo titolato Assurancetourix, che è il menestrello di Asterix e Obelix.
Francesco: In realtà sono storie assurde, ma vere. Per esempio quella di un tizio che viene spesso ai nostri concerti e ci chiede di suonare. “Ho un sax in macchina, fatemi suonare con voi, per favore! Poi vi offro la pizza”, dice ogni volta. Magari su quell’Honda Jazz dove solitamente lo vediamo mangiare solo soletto una tristissima pizza d’asporto. Ma la cosa pazzesca è successa l’anno scorso: sempre questo personaggio durante una sagra dove noi suonavamo all’interno del cortile del Municipio ha avuto la pensata di mettere un cesto a nostra insaputa fuori dal portone con un cartello: “Ingresso 1 euro”. Ce ne siamo accorti, e gli abbiamo detto di togliere subito tutto. E lui, invece di essere mortificato o scusarsi, ci ha presi sottobraccio e ci ha detto: “Dai su, lasciamolo! Poi facciamo a metà!”. C’è gente che è incredibile, davvero.Piero: Da lì, il testo: “Ma in fondo è solo un materialista e questo mi rattrista un po’…”. Perché la musica non è soldo, è emozione. Ma è sempre così?
Piero: Beh, i francesi quando vedono band italiane si complimentano perché sostengono che da noi il fenomeno occitano sia molto più sentito che da loro. Noi periferia, che siamo diventati centro! Che abbiamo i complimenti dei francesi, ma vi rendete conto?
Francesco: E facciamo ammettere loro di essere secondi; la cosa opposta che succede per il vino dove noi abbiamo il primato di produzione ma loro non vogliono riconoscerlo; una cosa non da poco insomma.
È il miracolo occitano?
Piero: È qualcosa di bellissimo che dà speranza, ma soprattutto è qualcosa di nostro. Ma un qualcosa, anche, che possiamo fare insieme e che possiamo condividere…

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