Margherita Bratti fra gomitoli, tinture antiche e “libri letti ai ferri”

Intervista di Nico Ivaldi

Può capitare di entrare in un piccolo laboratorio-atelier a Torino e trovarci alcune signore intente a sferruzzare intorno a un tavolo accompagnate da una voce che legge pagine di un libro.
cover-giugno16L’idea è di Margherita Bratti, artista e creativa torinese di origini veneziane, che si è inventata da un paio di anni “Libri letti ai ferri”, un originalissimo e forse unico reading che permette agli autori di presentare le proprie creazioni letterarie tra stoffe, manichini e gomitoli di lana. Nessun altro rumore, se non il campanello che suona per annunciare l’arrivo di una tricoteuse ritardataria amica di Margherita.
È l’ultima follia di questa signora curiosa e un po’ pigra, come si definisce lei stessa, ma con la classica marcia in più. Qua dentro Margherita Bratti, al netto del diversivo letterario, disegna e confeziona abiti: mangiare si deve pure, no?
Sono nata creativa” spiega. “Da piccola sognavo di diventare una grande stilista, e con le bambole non ci giocavo, ma le usavo come manichino. Le vestivo da sera o da ballerine, visto che ho praticato pattinaggio artistico fino a ventiquattro anni. Sempre molto teatrali, mai sobrie”.
Una iniziale scelta scolastica sbagliata (“la classica ragioneria, uffa!”) non le impedisce, anzi forse ne è il motore, di coltivare la passione artistica: Margherita va a scuola di pittura, poi frequenta corsi da figurinista, e quando vince una borsa di studio per Armani per disegnare una mini collezione di maglieria, sembra avere le porte spalancate per il futuro nella grande moda. 

Preparavo i bozzetti che andavo a consegnare in un laboratorio di Genova. Guadagnavo poco, le spese erano tante. Avevo perfino creato una mia linea di maglieria: si chiamava Margherita B. Ma non poteva andare avanti, così mi misi per conto mio e aprii uno spazio che ho tenuto per sedici anni. All’epoca, erano gli anni ’80, i giornali parlarono molto di me perché ero stata fra i primi a dipingere una cravatta su una t-shirt. Realizzavo soggetti divertenti come cartoni animati, immagini spiritose, ironiche, anche romantiche. Ho anche lavorato con le fantasie floreali – quante mimose ho dovuto dipingere! – ma non era il genere adatto a me”.
Quando si trasferisce nelle Langhe, dove suo marito è produttore di vini, Margherita entra in contatto con una realtà nuova e inaspettata. Si appassiona al vino, lei che era mezza astemia, e inizia a utilizzarlo per dipingere sui tessuti. E poi, sempre tra queste colline, scopre la bellezza del restauro: segue appositi corsi e rimette a nuovo affreschi di case d’epoca della zona, compresa la loro.

È stato un passaggio molto importante e ricco di creatività della mia vita, purtroppo interrotto dalla prematura perdita del compagno della mia vita, che mi ha costretta a riorganizzare tutto e ripensare la mia esistenza: così sono ritornata a Torino e ho riaperto l’atélier. Inconsciamente cercavo altre strade e il caso me ne ha fatto trovare una inaspettata. Un giorno mi chiama un’amica dalla Toscana e mi parla della proposta che aveva appena ricevuto di convertire i suoi campi con una pianta che si chiama Isatis tinctoria (gualdo, ndr), che nell’antichità tingeva di blu i tessuti”.
E tu che cosa c’entravi con la tintura?

Niente, ma la cosa mi affascinava, volevo saperne di più. Conoscevo l’indaco, il giallo del Re Sole, la lobbia, ma non sapevo come avrei potuto utilizzare questa tintura. La mia amica mi convinse. Cominciai a documentarmi, non mi ero mai chiesta che cosa ci fosse prima della chimica per colorare i tessuti. E così è nata questa curiosità”.
Che cosa hai scoperto sulla Isatis tinctoria?

Un sacco di cose interessanti. La pianta è biennale, il primo anno fa le foglie, il secondo i fiori. Puoi usare la pianta solo quando fa le foglie. E si deve far macerare a una temperatura leggermente calda; è come il vino, quando inizia a fermentare e frigge, a quel punto bisogna ossigenare l’acqua e aggiungere della polvere di calcio, che ingloba le particelle di clorofilla coloranti e le assorbe. Infine si raccoglie la poltiglia. A quel punto la si fa asciugare in sacche e si ricava la polvere. Per tingere devi creare un ph acido a una temperatura che non deve superare i 40 gradi”.
Per mantenere il calore uniforme per un certo periodo, Margherita si è fatta costruire una pentola gigante.

Mi è costata una fortuna. È la mia pentola magica, mi fa sentire tanto strega…”
Margherita è insaziabile nella sua sete di conoscere e sperimentare. Però le mancava ancora qualcosa che racchiudesse il tutto. E quel qualcosa è arrivato.

Con la tintura giapponese shibori è stato amore a prima vista. È una tecnica che consiste nel legare o manipolare il tessuto e immergerlo in un bagno di tintura per creare una sorta di fantasia astratta. Lo shibori riunisce e completa tutte le mie esperienze, nel senso che prima lavoro con la stoffa, poi la ricamo, la cucio e quindi la tingo. Ho approfondito la tecnica con maestri giapponesi. E da lì è poi nata la passione per quella cultura e per quella scrittura”.
Come utilizzi la tecnica shibori?

“Realizzo abiti con uno stile che ricorda i capi giapponesi: linee larghe, nette, dritte, ma adattate all’europea, perché noi abbiamo una fisicità diversa dalle donne giapponesi. Con lo shibori ho trovato la mia ideale dimensione lavorativa”.
Se ritorniamo alle Barbie che vestivi da ragazzina, pensi di essere riuscita a fare quello che sognavi?
Dire proprio di sì, anzi ho fatto di più. E da poco ho anche ricevuto l’Eccellenza Artigiana dalla Regione Piemonte, che considero un importante riconoscimento”.
E adesso i libri letti ai ferri. Domani?

“Chi lo sa, tutto è accaduto per caso”.
O forse nulla succede per caso, come diceva quel tale.

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