La pala di Defendente Ferrari a Caselle

di Andrea Alberti

Dalle vicende dei celebri Monuments Men, che recuperarono parte dell’ingente bottino artistico trafugato dai nazisti in tutta Europa, al rocambolesco furto che vide protagonista la Gioconda all’inizio del secolo scorso, sono molte le grandi e piccole storie che ricordano quanto intenso possa essere il richiamo simbolico di un’opera d’arte per l’identità di un popolo.
È proprio per raccontare una di queste storie che Vittorio Mosca, volontario della locale Confraternita dei Battuti e da sempre appassionato d’arte, apre volentieri la porta del suo appartamento. “Quest’anno fa cinquecento anni, più o meno… a una signora non sta bene chiedere l’età”. Si riferisce a una pala d’altare dipinta intorno al 1515 da Defendente Ferrari e conservata oggi nella sala del Comune di Caselle Torinese.
Come in ogni casa ci sono oggetti più antichi degli altri, che occupano un posto d’onore, perché tramandano una certa idea di com’era il mondo prima e aiutano a ricordare dov’è passata la storia, a costruire un’immagine della propria famiglia calda e intima e a spingerla più indietro di quel che possono fare da soli i ricordi personali delle voci e dei volti, così è anche per i paesi. Ci sono chiese ed edifici storici, fontane, mura, monasteri e biblioteche che rappresentano la traccia più evidente di come stavano le cose un tempo e di che cosa c’entra con noi quel passato collettivo che prima o poi confluisce nei libri di storia.
A Caselle questa traccia porta il lungo nome di Madonna con Bambino in trono tra i santi Giorgio, Cristoforo, Sebastiano e Francesco d’Assisi. È stata restaurata trent’anni fa da Valentina Mauro, grazie alla sponsorizzazione del Lyons Club delle Valli di Lanzo. “ Sono cinquecento anni che è qui, magari uno si sente vecchio oppure giovane, ma che sono i suoi in confronto a cinquecento anni? Ora chi guarda il dipinto indossa dei pantaloni e una giacca, ma se la pala potesse parlare racconterebbe di qualcuno che stava a guardarla in palandrana e spada sul fianco…”, dice Vittorio. “Allora a pensarci non sembra più solo un dipinto tra i tanti, ma qualcosa di più”.
Come tutti i momenti in cui la storia si intreccia con la memoria, la ricostruzione della vicenda richiede talora qualche ipotesi.
Con ogni probabilità Defendente, nato a Chivasso da padre orafo e attivo a inizio Cinquecento nel Piemonte occidentale, fu chiamato ancora giovane a Caselle dalla famiglia Provana, arricchitasi grazie alla fiorente industria quattrocentesca della carta. Nel 1498 e nella persona di Don Giacomo Provana, sacerdote della chiesa di San Giovanni, i Provana avevano invitato a risiedere in paese una rappresentanza di monaci dell’ordine mendicante dei Servi di Maria. Il 25 luglio 1501, come emerge dagli Annali del’ordine, redatti un secolo più tardi da un certo padre Arcangelo Gianio, la comunità locale aveva affidato ai monaci una chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria subito fuori dalle mura di Caselle, per costruirvi un convento. Dove sorgesse questa chiesa non è facile ricostruirlo, anche se alcuni immaginano che si trovasse nell’attuale zona del cimitero.
Proprio al santuario annesso al convento un Provana destinò la pala, che venne familiarmente definita dai casellesi devoti al culto di Maria la Madonna del Popolo. Solo che, nel giro di tre secoli, ancora giovane per essere un’opera d’arte, la Madonna divenne veramente del Popolo, perché al sindaco Giovanni Fresia toccò riscattarla. La pala infatti, durante le guerre tra francesi e spagnoli che infuriarono sul territorio, era stata trasferita nella chiesa di San Giovanni, dove rimase fino al 1801, quando Napoleone ordinò lo scioglimento degli ordini religiosi mendicanti e i francesi s’impossessarono dei beni appartenenti alle confraternite locali: tra questi figurava anche la pala.
Eppure gli abitanti di Caselle erano affezionati al dipinto, che era un pezzo di storia e dell’identità del paese: forse furono essi stessi a raccogliere il denaro necessario al riscatto; oppure quella somma apparteneva al patrimonio privato del primo cittadino: Fatto sta che, grazie al popolo, la Madonna tornò nella parrocchia, dove è poi rimasta sino al restauro.
Vittorio Mosca, che ha seguito con passione la fase di ricostruzione della pala, la conosce ormai come le sue tasche e azzarda un’ipotesi: “Nonostante il nome con il quale ci è stata tramandata, è probabile che non si tratti di San Giorgio, quanto piuttosto di San Vittore, il patrono di Caselle. Di solito, però, è raffigurato come un giovane di bell’aspetto, vestito da legionario romano con in mano il gladio e la palma del martirio, ma questo Vittore è diverso: i tratti del volto non sono idealizzati e, in più, veste secondo la moda cinquecentesca, perciò non mi stupirei che potesse essere un ritratto del Provana committente”.
La lettura di Vittorio, che pure non fa di mestiere lo storico dell’arte, è interessante e degna di attenzione, anche perché gli altri personaggi dipinti da Defendente portano gli attributi tipici dell’iconografia tradizionale, senza variazioni significative: San Francesco indossa un  saio e porta il crocifisso; San Sebastiano tiene le frecce in pugno e la stessa palma del martirio che di solito caratterizza San Vittore; San Cristoforo si regge a un bastone fiorito e sostiene Gesù bambino sulle spalle, e quest’ultimo abbraccia la sfera armillare, modello della sfera celeste, a ricordare il suo ruolo di signore dell’universo. È proprio a causa di San Cristoforo che la Madonna di Caselle ospita due Gesù nello stesso quadro: uno sulle ginocchia della madre, un altro sulle spalle del santo. In quanto a Maria, protagonista assoluta del quadro, il suo manto è di un insolito nero rispetto al blu scuro che caratterizzava inizialmente la composizione, ma ad oggi non è ancora chiara la motivazione. Il volto affilato della Madre di Dio e la straordinaria cura del dettaglio tradiscono l’influsso nordico sulla mano del pittore.
Chi entra nell’ufficio del sindaco, però, non fa caso a questi dettagli: vede una Madonna con bambino come in Italia ce ne sono tante. Ma ascoltando Vittorio, la sensazione è quella di prendere parte a un atto di storia comune da tenere in conto. E così la pala torna, ancora, a essere Madonna del Popolo non solo di nome, ma anche di fatto, perché nel guardare il quadro, i casellesi possono per un attimo sentirsi legati ai loro avi dalla narrazione del Defendente. Poco importa se il linguaggio dell’opera parla una lingua antica e lontana dai giovani, quel che conta è che, al pari di un vecchio orologio che nessuno terrebbe al polso, ma rispolvera volentieri quando vuole riconnettersi al passato, anche il dipinto contribuisca a ricordare un momento in cui, per la prima volta, i cittadini di Caselle hanno pensato a se stessi come a un unico popolo.

Questo articolo ha ricevuto una menzione d’onore alla IX edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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