L’uomo del dialogo – di Francesca Torregiani

L’UOMO DEL DIALOGO
Le origini torinesi di Carlo Maria Martini

di Francesca Torregiani

Un gesto sarà tanto più comunicativo
quanto non solo comunicherà informazioni,
ma metterà in rapporto le persone.
C. M. Martini

Camminando per le strade di una Torino sempre elegante e quieta non si può fare a meno di alzare lo sguardo tra i palazzi illuminati dai raggi di un timido sole autunnale e l’occhio si posa delicato sulla facciata del numero 19 di via Cibrario, dove una targa ricorda che proprio lì, il 15 febbraio 1927, è nato Carlo Maria Martini, da Leonardo Martini, un ingegnere torinese originario di Orbassano, e Olga Maggia. All’età di 17 anni quel giovane entrò nella Compagnia di Gesù presso la casa religiosa dei gesuiti di Cuneo; poi studiò all’Istituto Sociale di Torino e prese gli ordini il 13 luglio 1952 a Chieri.
Nel periodo storico che stiamo vivendo il pensiero corre a Martini, l’uomo che ha predicato la necessità del dialogo quale massimo propulsore dell’ecumenismo tra le varie Chiese e che ha voluto promuovere a dispetto dei vincoli legati al suo magistero, il dialogo tra cristianesimo ed ebraismo, segnando una svolta non solo in Italia, ma in Europa e in Occidente: già nel 1987 aveva ideato l’iniziativa soprannominata Cattedra dei non credenti, occasione di incontro tra cristiani e non credenti, rivolta a tutti i “pensanti senza distinzione di credo”.
Nel tradizionale Discorso alla Città del giorno di Sant’Ambrogio del 1990 aveva stupito i presenti dedicando tutto l’intervento al tema civile e spirituale del rapporto tra “i milanesi e l’Islam” raccomandando alla comunità civile, in vista di una necessaria “integrabilità”, di trasmettere con forza ai nuovi venuti la consapevolezza di non potersi appellare ai principi della legge islamica per ottenere spazi e prerogative giuridiche specifiche in un regime di laicità, sollecitando quindi l’accoglienza e il dialogo.
Poco dopo essere stato creato cardinale nel 1983, fu scelto come interlocutore dai militanti di Prima Linea in una “conferenza di organizzazione” che si tenne nel carcere delle Vallette di Torino, dove era la gran parte degli imputati del maxiprocesso in corso contro l’organizzazione; gli imputati stessi decisero di far consegnare proprio a Martini le armi ancora in disponibilità dei piellini rimasti liberi. Il 13 giugno 1984 uno sconosciuto si presentò all’Arcivescovado di Milano e abbandonò sul tavolo tre borse contenenti le ultime armi dell’organizzazione terroristica. Secondo Sergio Segio “quel gesto generoso sicuramente accelerò la fine della lotta armata e contribuì a dare speranza e un nuovo progetto a migliaia di giovani incarcerati”.
Un uomo che porta in sé la graniticità delle montagne che lo hanno visto crescere e la dolcezza delle colline di Gerusalemme che lo hanno ospitato per lunga parte della sua vita, e dove a 75 anni ha ritradotto il papiro Bodmer, uno dei più antichi manoscritti biblici a noi pervenuti e dove era solito passeggiare con il panama bianco e un bastone elegante.
Trattò a fondo anche i temi del lavoro, della giustizia, della solidarietà e della tolleranza. Martini ha gettato un asse tra passato, presente e futuro, legando le scelte di ciascuno in una sequenza dove il tempo non è una trama puntilistica di attimi, ma una curva evolutiva che solo il dialogo, la conoscenza e la dedizione possono inclinare verso l’alto o verso il basso. Fecondazione assistita, aborto, cellule staminali, adozioni, lotta all’Aids, eutanasia: Martini si è confrontato ed è sceso nella quotidianità di un mondo che si è perso in quella che Bauman definisce “vita liquida”, dove la cultura dell’adesso e la cultura della fretta mettono in crisi le dimensioni costitutive più intime della personalità di ciascun individuo. Il trafelato presente impedisce all’individuo di “costruirsi persona”, l’incertezza permanente, la precarietà esistenziale e la mancanza di profondità spirituale fanno sì che la vita sia vita liquida che non è più in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.
Carlo Maria Martini, ha condotto un’indagine profonda delineando il cammino di un incontro possibile tra etica cristiana e mondo reale; ha voluto portare “la buona novella tra la gente del mondo”; si è confrontato con la scienza, attraverso dialoghi con lo scienziato e bioeticista Ignazio Marino, pubblicati dall’Espresso; ha esternato più volte una posizione che secondo molti commentatori era di apertura verso il riconoscimento delle coppie omosessuali; per quanto riguarda l’eutanasia, ha sempre sollecitato l’elaborazione di una normativa che da una parte consentisse la possibilità del rifiuto delle cure e dall’altra proteggesse il medico da eventuali accuse, come quella di omicidio del consenziente o di aiuto al suicidio.
Gli scritti di Martini sono numerosissimi: spaziano dalle ricerche biblico-esegetiche, alla pubblicazione di conferenze e relazioni a convegni, agli scritti pastorali, alla trascrizione di meditazioni tenute in occasione di ritiri spirituali. È l’unico porporato italiano a cui è stato dedicato un Meridiano da Mondadori.
Il motto scelto da Carlo Maria Martini, che di un vescovo costituisce lo stigma esistenziale di tutto il suo servizio episcopale è Pro veritate adversa diligere (“al fine di raggiungere la verità, si devono amare gli altri”). Non è soltanto il dispositivo con il quale la spiritualità gesuitica ha declinato se stessa lungo i secoli, ma anche quello della vita di quel cardinale nato a Torino, espressione di un amore verso il prossimo nonostante le difficoltà del mondo reale.
Affetto dal morbo di Parkinson per circa 16 anni, non lo tenne nascosto, anzi lo dichiarò apertamente e partecipò anche a convegni sulla malattia. Negli ultimi anni le sue visite diminuirono per l’impossibilità di comunicare agevolmente: per parlare era infatti costretto a far ricorso a un piccolo amplificatore e all’aiuto dei collaboratori. Nonostante la malattia non ha fatto mai mancare i suoi interventi sui media toccando temi attualissimi e spesso discordando con quelli del Vaticano. Nel maggio 2012, qualche mese prima della morte, l’amico rabbino Giuseppe Laras recatosi a salutare il cardinale, si congedò prendendogli tra le mani la testa e recitando in ebraico la benedizione sacerdotale; al termine, Martini raccolse le forze, e benedisse nello stesso modo il rabbino.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla IX edizione del Premio Piemonte mese, sezione Cultura.
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