Il Museo Etnografico dei Missionari della Consolata – di Giovanni Andriolo

Le collezioni etnografiche dei Missionari della Consolata per un viaggio virtuale dall’Africa all’Amazzonia

di Giovanni Andriolo

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Sala con oggetti Kikuyu e Masai

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Il feticcio congolese (Nkisi) pezzo forte della collezione – e con pieni poteri!

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Dettaglio dello nkisi

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Cesto-granaio del Kenya

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Vetrina con oggetti Ticuna

Nel cuore di Torino esiste un posto dove è possibile fare un viaggio virtuale tra le popolazioni tribali dell’Amazzonia e dell’Africa: è il Museo di Scienze Naturali ed Etnografia dell’Istituto Missioni della Consolata.
Creato da Giuseppe Allamano, fondatore dell’omonimo Istituto Missioni, il Museo raccoglie manufatti, oggetti e fotografie fin dal 1902, l’anno in cui partirono i primi quattro missionari della Consolata per il Kenya.
Zucchette lavorate per conservare bevande ma anche le ceneri dei defunti, abiti, copricapi di piume, oggetti di uso quotidiano per cucinare, cacciare (notevoli le lunghe cerbottane), strumenti musicali, pipe, spaventose statue-feticcio africane e un esercito di maschere di divinità sudamericane usate nei complessi riti di passaggio delle fanciulle dall’infanzia all’età adulta: è questo il grande e colorato carnevale che sfila davanti agli occhi del visitatore tra le sale del Museo.
Una collezione etnografica di circa cinquemila pezzi provenienti dalla regione africana dei Grandi Laghi e dall’America del Sud che dai primi del Novecento i padri missionari della Consolata hanno raccolto tra le popolazioni con cui sono entrati in contatto. Con un doppio obiettivo: divulgare le informazioni su queste popolazioni lontane e, allo stesso tempo, utilizzare i manufatti per formare i nuovi missionari alle usanze e ai riti delle culture con cui si sarebbero presto confrontati.
Un obiettivo, il primo, che fin dall’inizio della vita del Museo sembra centrato: è del 1906 la mostra che si tenne a Rivoli dal titolo “La Consolata in Africa”, mentre risalgono agli anni Venti alcuni documenti di collaborazione del Museo con altri enti. Come ad esempio quando la Consolata inviò a Roma manufatti delle proprie collezioni in occasione dell’Esposizione Missionaria Mondiale; mentre nell’archivio del Museo si trovano i carteggi che i padri torinesi intrattenevano con il Museo di Antropologia di Firenze.
Negli anni Quaranta l’attività missionaria dei missionari della Consolata, fino ad allora limitata al continente africano, si espande anche nell’area amazzonica, presso la popolazione degli Yanomami al confine tra Brasile e Venezuela.
Il bombardamento subito dall’Istituto nel 1942 trasformerà il Museo in una sorta di magazzino degli oggetti etno11raccolti: un flusso di acquisizioni che tuttavia continua rafforzato dall’invio di manufatti da parte dei missionari anche dall’America del Sud. Negli anni Settanta iniziano i progetti di recupero del Museo, che porteranno alla sua inaugurazione nel 1982 e a una successiva risistemazione nella versione odierna nel 2010.
Con un intento simile a quello per cui il Museo è nato: non soltanto raccogliere e conservare oggetti e reperti, ma soprattutto raccontare al visitatore tradizioni e riti di culture lontane e non facilmente accessibili.
Così, l’esposizione di piccoli contenitori rotondi creati usando delle zucche e di mortai con pestello di legno diventa occasione per raccontare i riti funebri degli Yanomami. Rituali che prevedono la cremazione del defunto e la frantumazione di ceneri e ossa con mortai simili a quelli esposti al Museo, mentre le zucche diventano contenitori delle ceneri frantumate.
Una delle vetrine più emozionanti del Museo riguarda la popolazione dei Ticuna, che vivono in un territorio tra Brasile, Colombia e Perù: vi sono esposte, in gruppo, le grandi maschere delle divinità che secondo le credenze locali accorrerebbero durante il rito di passaggio delle fanciulle all’età adulta. Un esercito di facce di fibre vegetali, pece e legno dalle forme e dimensioni diverse, spaventose e affascinanti allo stesso tempo per accuratezza e cura dei particolari. Raccontano come la fanciulla Ticuna alla sua prima mestruazione venisse separata dalla famiglia e chiusa in un apposito recinto per un periodo di durata variabile, dove le veniva insegnata l’arte di tessere amache, setacci, ceste, lavorare la terracotta, prendersi cura del corpo. Il rituale vero e proprio iniziava però quando la fanciulla veniva portata tra le anziane del villaggio, che cantando i canti tradizionali le strappavano i capelli – una gesto che indicherebbe rinnovamento, un passaggio alla nuova vita – e le dipingevano il corpo con il succo di un frutto, lo huito, per proteggerla dagli esseri immortali, antenati di piante e animali che, secondo le credenze, erano attratti dal suo sangue.
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In questo periodo di passaggio la fanciulla si trovava a interagire con gli esseri divini, evocati dagli abitanti del villaggio che entravano nel rito indossando maschere simili a quelle conservate alla Consolata: l’esposizione corale di queste maschere nel Museo è sicuramente di grande effetto.
Nella sezione dedicata all’Africa subsahariana avviene l’incontro con il pezzo forte, e autentico custode del Museo: una spaventosa statua-feticcio del Congo di altezza quasi umana. Si tratta di uno nkisi congolese arrivato a Torino nei primi anni Novanta. A quanto risulta, la carica magica di cui è dotata la statua non è stata disattivata prima del trasporto in Italia, tanto che, al momento di essere portata via dal villaggio dove era stata costruita, nessuno dei locali osò trasportarla.
Lo nkisi è una statua che racchiude un potere magico o spirituale di caso in caso diverso: può avere infatti funzione propiziatoria, divinatoria, terapeutica o antistregonesca; ma anche funzione negativa, dannosa nei confronti di qualcuno, a seconda delle intenzioni di chi ne richiede la costruzione all’indovino o a chi, nel villaggio, conosce le formule e i riti per attivare la carica magica.
La statua assume i suoi poteri quando in una cavità nel ventre o nella testa viene nascosta una sostanza, una polvere che glieli conferisce. I feticci sono ancora presenti in Congo, in particolare presso le popolazioni dei Bakongo e Songye, aree dalle quali provengono i pezzi conservati al Museo.
Lo nkisi che troneggia all’ingresso della sezione dedicata all’Africa è davvero spaventoso: merito delle orbite oculari pronunciate e delle lamine di ferro e chiodi che lo coprono interamente, e che possono essere stati piantati dagli indovini per attivare il suo potere o dall’utilizzatore della statua ogni volta che ne ha fatto ricorso. Lo nkisi-guardiano della Consolata porta un corno sulla testa, in cui si pensa sia nascosta la polvere che lascerebbe intatta la sua carica magica.
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In epoca coloniale i feticci rappresentarono una forma di resistenza simbolica e opposizione rituale alle forze soverchianti delle potenze occupanti. All’inferiorità di forze sul campo, i congolesi crearono tramite i feticci uno spazio immaginario che consentiva di pensarsi come diversi e distinti: pare che i funzionari belgi, consapevoli della loro pericolosità, ne abbiano sequestrati in gran numero.
Una visita al Museo dell’Istituto della Consolata è un viaggio nella storia e nelle leggende di popoli lontani. Un viaggio che al momento non è così agevole, perché il Museo si può visitare solo su appuntamento.
Ma la situazione potrebbe cambiare in un prossimo futuro. Esiste un progetto della direzione del Museo per restaurare e aggiornare la collocazione dei reperti in accordo con le attuali normative sulla sicurezza, ed entro due anni aprire al pubblico con un orario regolare. “Ci stiamo impegnando per dare un futuro al Museo, spiega il direttore Angelo Dutto, e per farlo stiamo cercando fondi a largo raggio, anche a livello europeo“.
Gli appassionati di viaggi avventurosi sono avvertiti..

Il Museo Etnografico e di Scienze Naturali delle Missioni della Consolata si trova in corso Ferrucci 12 bis a Torino. Può essere visitato su prenotazione telefonica al numero 011 4400400.
L’Associazione Culturale Tamburi Parlanti organizza periodicamente visite guidate per il pubblico e progetti di visita con le scuole: le date e le informazioni sono disponibili alla pagina Facebook o all’indirizzo e-mail info.tamburiparlanti@gmail.com

Foto di Lucilla Cremoni. Un ringraziamento speciale ai Missionari P° Dutto e Quattrocchi per la disponibilità e la cortesia

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