Shunga-e, immagini di primavera
L’arte erotica giapponese dal XVIII al XX secolo
24 novembre 2016 – 28 gennaio 2017
Torino, Istituto per la tutela dei beni cartacei

PROROGATA FINO AL 31 MARZO 2017

Le stampe chiamate shunga sono xilografie giapponesi dal contenuto esplicitamente erotico, concepite secondo lo stile della scuola ukiyo-e, prodotte principalmente durante il periodo Edo (antico nome dell’odierna Tôkyô, 1603-1868), entrate a far parte della vita e della cultura giapponese in maniera sorprendente.
In Giappone, le prime raffigurazioni shunga risalgono al periodo Heian (794-1185). A quei tempi erano per lo più riservate agli ambienti di corte. Dipinte su rotoli di carta, si ipotizza fossero ispirate a modelli cinesi, soprattutto alle opere di Zhou Fang (730-800), il grande pittore erotico attivo durante il regno della dinastia Tang.
Nella prima metà del diciannovesimo secolo, ad opera di Harunobu, si giunse alle opere pienamente policrome (nisiki-e) con l’impiego, per le edizioni più lussuose, di quindici e fino a diciassette colori attraverso l’incisione di altrettante matrici in legno.
La complessa esecuzione delle matrici era affidata ad abili incisori, guidati dagli artisti che avevano realizzato i soggetti. Harunobu, Hokusai, Hirosige, Utamaro sono solo alcuni nomi degli artisti più acclamati in quest’arte.
Un’arte che gioca su tutta una gamma di espressioni, forme e colori che vanno dalla varietà delle passioni umane alla grazia delle figure femminili, dall’esaltazione delle emozioni amorose all’esplorazione di tutte le inclinazioni della sessualità, anche le più promiscue, non disdegnando atti omosessuali e scene di gruppo. Le ambientazioni erano realistiche: lussuose dimore, bagni pubblici, case da tè, alcove, in barca o all’aperto.
All’inizio del XVII secolo la scuola di pittura Kano stilò un insieme di regole sull’estetica dell’arte shunga. Vennero codificate le gradazioni di colore con cui dovevano essere stampati i genitali, sia maschili che femminili, e i colori da utilizzare nel resto dell’opera. Si stabilì anche la convenzione della rappresentazione in dodici scene amorose, simboleggiando i mesi dell’anno, secondo l’esperienza artistica già teorizzata dal pittore Tosa Mitsunobo (1434-1525). L’arte shunga assunse così la definizione di genere, al pari del paesaggio e del ritratto.
utamaro_cs_Queste stampe si affermarono negli ambienti artistici europei, intorno alla metà del XIX secolo.
A Parigi circolavano tra i pittori realisti ed impressionisti: Theodore Duret, Degas, Renoir, Pisarro e Monet. Degas ne fu fortemente influenzato, in alcuni tagli prospettici delle sue opere si possono riscontrare significative analogie con l’arte giapponese. Ma anche Van Gogh non rimase estraneo al fascino di queste opere; i ponti e gli ombrellini delle donne di Claude Monet rimandano alle immagini di Hokusai. A Londra le prime xilografie ukiyo-e comparvero all’Esposizione Universale del 1862. Aubrey Beardsley (1872-1898) possedeva una vasta collezione di arte shunga, da cui trasse ispirazione per le illustrazioni della Lysistrata di Aristofane. Le linee fluttuanti delle stampe giapponesi furono fonte di ispirazione anche per gli artisti Art Nouveau. Nell’ultimo decennio le xilografie shunga hanno incontrato un interesse particolare nella critica e nel pubblico occidentale. Molti musei hanno introdotto nelle loro collezioni di grafica queste incisioni. Sono state anche presentate in importanti mostre retrospettive come quella alla Kunsthal di Rotterdam nel 2005, a Palazzo Reale di Milano nel 2009 e al British Museum di Londra nel 2013.
La mostra consiste in oltre cinquanta incisioni originali che vanno dalla fine del XVIII secolo fino agli inizi del XX secolo, oltre ad una quarantina di opere minori, fuori catalogo.
Istituto per la tutela dei beni cartacei – Via San Dalmazzo 6/C, Torino
Orario: dal martedì al sabato ore 16-19, domenica e lunedì chiuso

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