JEAN-PIERRE VELLY
incisioni
a cura di Vincenzo Gatti
17 febbraio – 22 aprile 2017
Torino, Spazio Don Chisciotte

La vicenda umana e creativa di Jean-Pierre Velly si consuma nell’arco di pochi decenni, ed è la testimonianza di un’adesione totale, di una vera e propria precoce e costante devozione rivolta alla grafica incisa. Infatti, cosa meglio della calcografia poteva rappresentare l’immaginario nostalgico e febbrile, apocalittico e malinconico, del giovane artista francese?
La determinazione fatale e crudele del bulino, l’alchimia dell’acquaforte, sono i due versanti della prassi ideale per una concentrata rappresentazione come la sua, esibita nello spazio di un tavolo, con pochi strumenti e un riparato ambiente.
Dopo il cruciale episodio del Prix de Rome, Velly rifiuta il ritorno in Francia e trova il suo guscio tra le case di un antico borgo laziale, dove costruisce il suo privato labirinto nella wunderkammer dello studio, tra i reperti raccolti nella natura, lontano dagli ambienti mondani e dalle esasperanti dinamiche intellettuali.
In quel luogo favorevole ai sogni (e ai segni) l’artista poteva costruire la propria immagine dell’universo, sospesa fra tradizione, critica della modernità e fiduciosa adesione a una disciplina, quella bulinistica in particolare, tanto intimamente vissuta da sciogliersi, purificarsi da ogni esibito virtuosismo e sublimarsi nell’immaginazione.
Come egli stesso dichiarava a proposito della dedizione al disegno e all’incisione: “la visione in bianco e nero è un fatto mentale, non esiste in natura e nel bianco e nero si scatena tutta la mia ansia e sete di libertà espressiva, senza inseguire le mode, senza voler essere contemporaneo in tutti i modi”.
Basta un punto (Un point, c’est tout è il titolo di un’incisione del 1978) per avviare sulla lastra l’atto creativo, un punto che diventa traccia quando il bulino, strumento d’elezione, penetra nel metallo a evocare distese nudità femminili con- trapposte a resti di urbani naufragi oppure a scatenare vortici di detriti, concitati marosi di oggetti e allucinate sarabande. La tensione continua, logorante, verso l’essenza delle cose e il loro intimo signi cato genera forme lucidamente immaginate, ma presto destinate a disgregarsi in una gloriosa e sofferta totalità, pur conservando mirabilmente percettibilità e identità.
Velly non nascondeva l’ascendenza nordica dei propri fantasmi e fantasie, ricordando Dürer, Schongauer, Seghers, Rembrandt. Egli però appartiene a buon diritto anche alle estreme propaggini della sottile vena visionaria che percorre tutta la storia dell’incisione francese, da Jean Duvet nel XVI secolo, agli incisori della Scuola di Fontainebleau, a Jacques Bellange nel Seicento, no a giungere nell’Ottocento a Charles Meryon e alle romantiche accumulazioni di Rodolphe Bresdin, esplicitamente indicato tra i suoi maestri.
Il romanticismo dell’incisore trapela appena in certi panorami, nei cieli variamente corruschi, in penombre comunque prive di pericolosi languori tanto è robusta la tecnica, raffinata e potente nel contempo. Si renderà più evidente quando l’artista vorrà dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura, discostandosi da un mondo tanto ardentemente esplorato fino a conoscerne vastità e incognite.
Potrà allora smarrirsi nelle lontananze di misteriosi crepuscoli e abbandonarsi a quelle ombre che aveva sempre lambito e che forse lo avrebbero atteso per accoglierlo nelle profondità di un lago, in un giorno di tarda primavera. Vincenzo Gatti
Spazio Don Chisciotte, via della Rocca 37, Torino
Orario: martedì-sabato ore 10:20-12:30, 15-19
Ingresso libero

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