Lunga storia e ospiti illustri dell’Osteria della Posta Vecchia di Vercelli

di Alessandro Granatelli e Tiziano F. Ottobrini

Sic parvis magna (motto di Sir Francis Drake)

SCAPPA, scappa, galantuomo […] Vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino […] Era risoluto di camminare fin che l’ora e la lena glielo permettessero: e d’aspettar poi l’alba, in un campo, in un deserto: dove piacesse a Dio; pur che non fosse un’osteria…” (I promessi sposi, cap. XVI).
Se le osterie lombarde sono state indelebilmente effigiate da Don Lisander con queste parole a un tempo ammiccanti e striate di ironia (del resto, chi potrebbe auspicare di alloggiare presso una vecchia con stracchino invece che presso una venere ammaliante e procace?), le osterie piemontesi possono vantare una non meno commendevole tradizione. Questo è il caso della vercellese Osteria della Posta Vecchia, cui spetta la sorte non meno singolare che antifrastica di aver accolto entro le medesime stanze – tra gli altri – sia Giacomo Casanova, intento a galanti e ovidiani corteggiamenti, sia Silvio Pellico, al ritorno nell’agosto del 1830 dai rigori marziali dello Spielberg: circostanze e stati d’animo evidentemente confliggenti, capaci tuttavia a distanza di anni di fondersi e confondersi negli spazî della medesima osteria, strategicamente sita a Porta Milano lungo la principale traiettoria di accesso al territorio sabaudo.
Insieme con le notti elegiache di Casanova e con l’eroico riposo del Pellico, la Vecchia Posta ha conosciuto la nobile eco dei pensieri egotistici di Stendhal nonché l’illuminato e sillogistico argomentare di Cesare Beccaria, ospitato proprio durante parte dell’elaborazione del suo copernicanamente rivoluzionario pamphlet Dei delitti e delle pene; cionondimeno, pur con tale rigoglio di nomi illustri, piace far insistere lo zenith dell’attenzione su un ospite soltanto potenziale della Posta Vecchia: potenziale, giacché mai riuscì a guadagnarne le stanze.
Si tratta di Torquato Tasso.
La vicenda è screziata dei colori dell’imprevisto, come solo la storia sa ricamare. Nel settembre del 1578 Tasso è diretto da Urbino a Torino, coltivando la non tacita speranza di incarichi a corte; superata Novara, è sorpreso da una piena furibonda del fiume Sesia, a tal punto che gli è impedito il previsto pernottamento presso l’unica locanda della zona: proprio la nostra Posta Vecchia. Il traghettatore, infatti, si oppone a sfidare la furia delle acque (“Non sono Noè!”, pare aver risposto sferzante, col fiele del sarcasmo) e Tasso si vede costretto a trascorrere la notte presso la famiglia dei Bulgaro, signori di Borgo Vercelli. Così alta e profonda deve essere l’aulica impressione di questa magione – con la sua pace e i baratri dei suoi silenzî – che il poeta deciderà di cesellarne la memoria in uno dei suoi più evocativi dialoghi, intitolato Il padre di famiglia. Anche in questo modo altrettanto paradossale che contumace, dunque, l’Osteria della Posta Vecchia di Vercelli ha iscritto il suo nome nelle patrie lettere: non potendo accogliere il Tasso, ha permesso a Borgo Vercelli di graffire il suo nome nell’alveo della storia – una volta tanto vale il rovesciamento mors mea vita tua!
Ma è a un altro spirito magno che la Posta Vecchia ha legata indissolubile la propria memoria: veneto come Casanova, autore teatrale come il Pellico, giurisperito come Beccaria (in forza dei suoi studî di diritto al Ghislieri di Pavia) – oltre ad aver intitolato Torquato Tasso una sua pièce comica –, ponendosi quale compiuta sintesi del percorso fin qui dipanato, è stato infatti Carlo Goldoni ad avere colto dai locali della nostra osteria l’ispirazione più nobile. E non solo.
Proprio in una sala comune della Posta Vecchia sono ambientati i lazzi fescennini e i ridanciani ribaltamenti plautini dell’atto unico della commedia dall’eloquente titolo de L’osteria della posta, rappresentata per la prima volta nell’estate del 1762 a Zola. Ma questo è nulla, ove non si considerasse complementarmente che il 3 gennaio 1954 – giorno di inizio della programmazione ufficiale della televisione italiana – la Rai di Torino elesse, per brevità e venustà, a sua prima trasmissione proprio le rubiconde facezie di quest’opera goldoniana, con Isa Barzizza protagonista. Per la riottosa, vichiana legge dell’eterogenesi dei fini, da sempre capace di conferire un imperscrutabile equilibrio alle vicende umane, mai il Goldoni avrebbe osato immaginare che le peripezie maritali del debosciato marchese Leonardo e della giunonica contessina Beatrice (“il matrimonio non è che un contratto: se c’entra l’amore è una cosa in più”, come concepì in una notte di tregenda vercellese il Goldoni, in transito tra Milano e Torino) potessero un giorno tenere a battesimo il castigato palinsesto della RAI al tempo primaverile dei suoi incunaboli.
Come un unico e però iridescente filo tratto da un più ampio arazzo, il paradigmatico segmento della galleria delle celebrità ora illustrato vale a riverberare la convinzione che il luogo della memoria non vuole essere (o almeno non principalmente) l’archivio catastale delle ceneri di fatti pregressi stinti ed estinti, bensì la brace vivida che, corrusca, cóva lo slancio vitale del tempo passato.
L’Osteria della Posta Vecchia di Vercelli è il fulgido esempio che la contingenza anche banale della quotidianità può trasfigurarsi e vincere le angustie del tempo, se solo incontra la sinfonica armonia della sensibilità di chi scrive e del raffinato gusto intellettuale di chi legge: ché c’è del sublime nelle quattro mura scalcinate di un’osteria… almeno quando le osterie erano non solo refezioni dello stomaco ma, quel che più conta, ricovero dello spirito e nido delle idee.
In cauda venenum: i moderni algidi autogrill saprebbero competere sotto questo aspetto con la Posta Vecchia, spartana e però focolare di artisti?
Se è vero che ogni fine è un nuovo inizio e che principio e conclusione si rincorrono nella circolarità del tempo tanto narrativo quanto – soprattutto – esistenziale, all’incipit manzoniano non potrà non corrispondere un explicit memore del Goldoni, che più di chiunque altro ha avuto la finezza di interpretare le atmosfere e il ruolo della Posta Vecchia di Vercelli assunta, una pro omnibus, quale cifra di tutte le osterie letterarie piemontesi: “Lettore umanissimo […] non ti stancare di leggere, ch’io non mi stanco di scrivere, ed ora ci sono piucché mai avvalorito e impegnato!” (L’autore a chi legge, premessa a L’osteria della posta, in G. Ortolani, Tutte le opere di Carlo Goldoni, vol. VIII, Milano 1948).
Questo è il contributo più prezioso che le osterie possono ammannire: cibo alla scrittura, allora come ora, stante che anche la presente pagina ha preso le mosse dalla medesima Posta Vecchia.
Ma, giunti a questo punto, abbiamo balbettato fin troppo: cecidere manus, è proprio il caso di dire…

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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