Viviana Vicario fra letteratura e arte di strada

di Paolo Roggero

Guardare negli occhi le persone, in silenzio, per qualche minuto. Poi lasciar correre la penna liberamente sul foglio. Senza inseguire linee, punti di luce ed ombra, ma parole e pensieri. Tracciare il ritratto interiore di uno sconosciuto, un curioso esperimento di rabdomanzia dell’anima. È quello che Viviana Vicario, una giovane giornalista e insegnante di lingue, sta conducendo da diversi anni e con risultati piuttosto sorprendenti. Viviana presenta questa attività nel contesto di manifestazioni o festival (è stata, tra le altre cose, a Celtica in Val d’Aosta, a “Exilles Città”, “Axa Briga” a Settimo Rottaro, alle due edizioni del “Gusto del Natale” al Borgo del Valentino a Torino ed a “Poetica” ad Alba) ma può capitare di incontrare il suo banchetto in un pomeriggio qualsiasi, per le strade di Torino o di un paese nei dintorni. È inevitabile che le persone le si avvicinino con un po’ di diffidenza: qualcuno apertamente sorride, altri scuotono la testa e se ne vanno. Tanti però restano, si siedono. Per curiosità, per i motivi più disparati, decidono di affidarsi a lei per qualche minuto e, per molti di loro, si rivela un’esperienza singolare.
Il suo lavoro si muove in bilico tra la letteratura e arte di strada. Viviana guarda negli occhi dei passanti che accettano di sottoporsi alla sua penna e scrive un breve ritratto in pochi versi liberi (dieci, massimo quindici) cercando di raccontare la loro interiorità, basandosi sulle proprie sensazioni, sulle impressioni a caldo. Il risultato è poesia di occasione, il cui valore trascende quello puramente letterario: è divinazione empatica che si fa letteratura.
Di fatto è un’idea che non ha precedenti in senso stretto, in cui confluiscono tradizioni ed esperienze diverse. Nella penna di Viviana oltre al busking si incontrano la tradizione letteraria più visionaria (non a caso cita Emily Dickinson e Joumana Haddad tra le sue ispirazioni più significative), la tecnica della scrittura automatica e alcune esperienze che hanno portato la letteratura sui corsi e sulle panchine, tra cui quella della lettrice vis à vis Chiara Trevisan e del “poeta sull’albero” Pietro Tartamella. Non conosco persone che facessero quello che cerco di fare io”, ci racconta lei stessa, che incontriamo in un locale in centro. Conoscevo solo una ragazza che a Chivasso scriveva poesie per i passanti, sul momento. Però lei scriveva per le persone, non sulle persone, e per lo più usava immagini, metafore e formule preconfezionate, che ricombinava. Io cerco di indagare in chi ho davanti”.
Un’indagine introspettiva basata su…?
Su quello che le persone mi trasmettono. Non so spiegarlo razionalmente, forse semplicemente non si può. Certe persone mi danno determinate sensazioni, quando guardo qualcuno negli occhi mi identifico, scatta un processo che non so spiegare. Forse è semplicemente un misto tra intuizione personale e sensibilità, prima ancora che un’intesa empatica. Qualcosa in quel senso però esiste, anche perché ho notato che funziona soprattutto con chi si accosta con sincerità e apertura a me. Gli scettici, quelli che arrivano maldisposti normalmente non portano a risultati particolarmente rilevanti. Con gli altri però si può arrivare a risultati davvero sorprendenti, che hanno spiazzato me per prima”.
Ad esempio?
Mi è capitato che diverse persone, dopo aver letto quello che avevo scritto, mi guardassero scioccate perché nella poesia avevo indovinato cose molto intime, o magari azzeccato con precisione dei particolari reali della loro vita e della loro personalità. Una volta ho descritto una signora come “la signora del lago” e quella mi ha confermato che per tutta la vita aveva abitato, per un motivo o per l’altro, accanto a un lago. Un altro signore si è quasi spaventato, perché nel mio scritto lo ritraevo nell’atto di tornare in una casa a cui per qualche motivo era molto legato. Lui era appena tornato da una delle periodiche visite che faceva alla casa della sua infanzia”.
Quante persone si fermano in media a farsi scrivere qualcosa?
Dipende dalle volte e dalle diverse situazioni. A volte in un pomeriggio riesco a scrivere quaranta o cinquanta poesie. Le volte in cui mi è andata peggio ne ho fatte magari solo una decina”.
Per un’attività così singolare come la tua è importante presentarsi nel modo giusto, immagino, per essere presi sul serio. Tu come ti presenti?
Anche qui dipende un po’ dalle circostanze… Quando è possibile mi piace curare di più la presenza scenica del mio banchetto e anche del mio costume. Indosso vestiti lunghi un po’ vintage. Esteticamente mi ispiro ai pittori preraffaelliti, che sono da sempre i miei preferiti. Un banchetto ben allestito, con una tovaglia di raso, magari qualche fiore, ed il mio abbigliamento bastano ad attirare l’attenzione, ma da qualche tempo mi porto dietro anche un banner, su cui il pubblico può leggere chiaramente chi sono e cosa faccio”.
Qual è lo scopo che ti prefiggi con questa tua proposta artistica? Lo fai per sperimentare una nuova forma di scrittura e i suoi risultati, per la curiosità e il valore dell’incontro, per entrambe le cose?
Principalmente per l’incontro con le persone, con le loro storie. Il mio approccio incuriosisce i passanti, che spesso accettano di mettersi in gioco e riescono a farlo senza filtri. A loro resta la poesia, una poesia chiara, semplice, senza termini aulici o espressioni ermetiche, immediatamente comprensibile e di cui loro stessi sono l’oggetto. Io riesco a vederli come forse nella vita di tutti i giorni con le loro maschere, non li vede nessuno ed apprendere le loro storie, il loro vissuto. Con molti poi si crea un contatto, mi raccontano le loro storie, magari nasce anche un’amicizia. Ho avuto esperienze molto forti in questo senso. Mi si avvicinano spesso persone magari in un momento di tristezza o fragilità e nel mio testo spesso trovano un piccolo sollievo, una piccola attenzione. Credo che questo sia il vero valore del mio esperimento, prima ancora del valore puramente letterario. Il mio testo è un’improvvisazione poetica, frutto di immagini, sensazioni che mi attraversano la mente, ispirato dal mio interlocutore. È poesia dell’occasione, dell’immediato, che ha il merito di portare qualche verso nella vita di chi magari non frequenta molto la letteratura, far vedere alla gente quello che normalmente non riesce a vedere e portare un briciolo di bellezza nelle piazze e nelle strade”.
Quali sono i prossimi appuntamenti?
Per ora non ho nulla di definito in agenda. Sicuramente però con la bella stagione tornerò in strada, a scrivere”.
Prima di andare c’è il tempo per chiedere a Viviana un componimento, scritto con la sua tecnica. Ecco il risultato. Per quanto mi riguarda confesso che, a suo modo, ha centrato il bersaglio.
La curiosità che non cede
alle trame del tempo
perché non chiedi al mondo
la risposta che cerchi?
Nelle domande lasciate a morire
nell’inchiostro di fogli accartocciati
nemmeno il vento
può spostarli dalle pieghe
dei ciottoli. Il primo passante
può schiacciarli senza accorgersene
o forse sei tu a calpestarti
di continuo le risposte?

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