Il Cavalier Edda Beltrami
Dalle Langhe “malorose” al Brasile. Storia di una maestra
di Debora Schellino

È stata fortunata la vita di Edda Beltrami. Me lo ripete lei stessa, seduta nel salotto della sua casa torinese in zona Sassi, dove la città si incontra con il verde, gli uccellini cinguettano e un torrente scorre tra le case disposte a corte a ricordarle ogni giorno le sue origini langhette.

Edda Beltrami il giorno del suo matrimonio

Nata a Feisoglio, piccolo borgo in provincia di Cuneo, ha vissuto lì la prima infanzia, tra le notti stellate della festa di San Lurens e il vociare delle vicine che popola ancora i suoi sogni. “Jose fa ‘n cafè per Edda”, gridava sua madre dalla porta d’ingresso della cascina quando da bambina si ammalò di scarlattina. La compagna di banco era da poco morta per lo stesso male e la febbre di Edda non accennava a scendere.
Là, dove i limoni erano rari per il dazio tra Liguria e Piemonte e lo zucchero un bene di lusso da borsa nera, comincia la storia di questa donna straordinaria. Il primo ricordo è il rogo che in una notte d’inverno si portò via l’albergo gestito dalla famiglia: “Aveva nevicato tantissimo e un cortocircuito ha acceso le fiamme. Avevamo le stanze, la cucina, la stalla: in un attimo è bruciato tutto”.
In quella lingua di colline malorose mancano le possibilità di rinascita per una famiglia e così viene il momento dell’addio agli amichetti, ai vicini, ai parenti. Si va a Torino dove mamma e papà avranno un lavoro e ben presto una nuova casa.
Edda arriva in città nel ’43, ha quattro anni e poca voglia di essere una cittadina. La mamma piange spesso e, benché il papà sia sempre allegro e pieno di vita, Edda capisce che i cieli della città non sono sicuri. C’è una sirena che suona ancora nelle sue memorie: è quella che annuncia i bombardamenti e invita a nascondersi: prima nel vicino istituto scolastico, poi accanto alle fognature, in un posto dove l’acqua arriva pulita e gli uomini del quartiere hanno messo delle assi e costruito panche. Le notti di paura non sono finite neanche quando si va a Feisoglio: di nuovo le braccia del papà, ancora la coperta sulla testa fino a nascondere gli occhi, la nonna sotto braccio e la mamma che corre con i viveri. Non si sa mai quanto tempo si debba rimanere nascosti. Il nonno non viene quasi mai: “Sun tute bale”, dice. Poi una bomba cade proprio vicino a casa e lo spostamento d’aria lo convince che non vale la pena rischiare. Gli uomini si rimboccano le maniche e scavano un tunnel sotterraneo a tre uscite: “Al centro c’era un grande tavolo con delle seggiole e noi bambini stavamo lì fino allo scampato pericolo”, ricorda Edda. “Le mamme ci davano un pezzo di pane, un frutto, dell’acqua e un biglietto: Io mi chiamo Edda Beltrami, sono nata a Feisoglio. Non posso dimenticarlo”.
In città le scuole chiudono: il tetto dipinto con una grande croce rossa non è più sufficiente a evitare le bombe, i ragazzi non sono più sicuri. In paese sono rimasti i parenti: è deciso, Edda ritornerà nella sua Langa per qualche mese. Nonna Gin l’aspetta al Ravè, zia Maddalena al Palè e zia Rosa ai Castlè e per la piccola comincia quella che ha tutto l’aspetto di una lunga vacanza.
A Feisoglio si muovono i partigiani e i tedeschi fanno lunghe parate spaventose. Sono lontane le domeniche in cui Fernando il parrucchiere metteva la seggiola fuori dalla bottega e mentre tagliava i capelli ai signori uomini raccontava le sue avventure di caccia. Non c’è più don Musso con il grande cappello nero che guarda severo le ragazzine passeggiare di domenica con abiti smanicati o sopra il ginocchio. La sera ci si addormenta guardando il fuoco su Torino e Edda piange per la mamma e per il papà rimasti laggiù, così lontani, oltre l’orizzonte. Ogni tanto papà telefona al tabaccaio e chiede della sua bambina: “L’hai vista? Sta bene?” “Si, si, è una masca!” gli rispondono.
Arriva la Liberazione e la vita torna a fiorire in casa Beltrami. La giovinezza si impadronisce del bel sorriso di Edda, ma il suo animo selvaggio non l’abbandona: “Frequentavo la scuola a Torino e nelle pause mi arrampicavo sulla finestra, salivo su un ramo e rimanevo lì a guardare il giardino. Facevo lunghe scorrazzate in bicicletta per la città ed ero una vera ribelle”, racconta.
Studia per diventare maestra e alla festa di un’amica conosce l’abruzzese Claudio Pezzilli, figlio di un militare di carriera. L’amore per Edda è in quei valori mescolati, nel nord che incontra il centro, nella figlia del contadino che si perde nelle promesse del ragazzo borghese. Si sposano, nascono tre bambini, Edda insegna alle scuole elementari di Corso Belgio e il marito è dipendente di una ditta che fa prove alimentari. Sono gli anni del boom economico e la concorrenza industriale è spietata. Pezzilli riceve la proposta di spostarsi in un’altra azienda per copiare prodotti, ma non ci sta e si licenzia.
Arriva presto una nuova offerta: la Galup di Pinerolo cerca un tecnico disposto a trasferirsi temporaneamente in Brasile, per lavorare in una ditta di panettoni che esiste tuttora. La paga è ottima e Claudio parte per sei mesi. Al termine la famiglia Ferrua insieme ad altri soci gli propone il trasferimento: moglie e figli avranno un appartamento e viaggi di ritorno annuali pagati. Ne parla con Edda e lei è perentoria: “O tutti, o nessuno!”, come quando si scappava dai bombardamenti sulla spalla sicura di papà.
Nel 1978 si licenzia dalla scuola e parte, per non frammentare una famiglia bellissima. La comunità italiana a San Paolo è grande e accogliente. Sono tantissime le famiglie nella loro situazione, e per di più la lingua italiana è di moda: non è difficile sentire i negozianti cantare Morandi. Per far quadrare il bilancio Edda insegna per un periodo italiano all’Istituto di Cultura di San Paolo.
Il figlio Armando trova lavoro alla Fiat come tecnico per la produzione della Ritmo e tra i colleghi si sparge la voce che sua madre sia una maestra. Molti vogliono tornare al più presto in Italia perché i figli rischiano di perdere anni scolastici: per tecnici che devono rimanere qualche mese, infatti, è assurdo buttare i bambini nella mischia delle scuole brasiliane. Il dottor Garneri della Fiat si presenta da Edda un dopocena e le propone di seguire sei bambini, figli di suoi dipendenti, preparandoli all’ingresso nella scuola italiana parificata di Belo Horizonte. “Mi sono fatta pregare un po’”, ricorda lei, “ma in realtà non vedevo l’ora di tornare tra i ragazzi”.
L’avventura inizia con una pluriclasse in un’aula dell’Istituto di Cultura: dopo la promozione all’esame di giugno la voce si sparge ancora. L’anno successivo si aggiungono figli di dipendenti dell’Italimpianti e di Ansaldo do Brasil. Italimpianti concede due stanze: un vetro le divide dalla fabbrica. Una vigilia di Natale entrano in aula i tecnici, ciascuno con uno strumento musicale, e cantano le lodi di Natale locali. L’emozione si legge ancora negli occhi di Edda.
Ben presto verrà acquistata una villetta dove nasce la scuola “Eugenio Montale”, di cui Edda Beltrami sarà la prima direttrice. Oggi l’istituto comprende scuola materna, elementare, media e superiore e Edda lo guarda da lontano, nelle fotografie che trova in internet.
Sulla parete campeggia il riconoscimento del Cavalierato al merito della Repubblica Italiana. Le domando come è arrivata quell’onorificenza e lei racconta che Franca Ciampi, in visita alla scuola, chiese chi l’aveva fondata. Edda si fece avanti mentre i suoi ragazzi cantavano in coro le canzoni dei migranti. Qualche mese dopo arrivò la sorpresa della nomina e la premiazione al consolato italiano. Il giusto finale per la storia di una Maestra che in quei vent’anni non percepì stipendi, ma insegnò solo per amore.
Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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