Il mistero del generale
Johann Stengel comandava la cavalleria di Napoleone durante la campagna d’Italia e morì nei pressi di Carrù. Ma nessuno sa dove siano finiti i suoi resti…

di Paolo Roggero

Nella collezione dell’Armeria Reale di Torino, tra imponenti armature, antiche armi da fuoco dai meccanismi stravaganti e tra le tante meravigliose spade forgiate nei secoli da abili artigiani, c’è un reperto che forse non viene nemmeno notato dalla maggioranza dei visitatori, eppure ha una storia molto affascinante. Si tratta di una sciabola di pregevolissima fattura, un’arma per ufficiali di alto rango, come ce ne sono tante in quelle sale, del resto. Osservandola, il particolare che salta immediatamente all’occhio è un medaglione scuro con alcune scritte in arabo, posto poco al di sopra dell’elsa. La lama infatti fu forgiata nelle fucine di Damasco da esperti armaioli di scuola turca del XV secolo. Fu nuovamente lavorata nel Settecento, per acquisire l’aspetto che ha ancora oggi. Fu il marchese Lascaris a donarla all’Armeria, dopo averla ricevuta a sua volta in dono dal luogotenente di cavalleria Carlo Vittorio Cacherano della Rocca, un ufficiale dei dragoni che sveva raccolto quella spada direttamente dalle mani del suo proprietario morente, nel tardo pomeriggio del 21 ottobre 1796. Il proprietario di quell’arma era il generale Johann Heinrich Von Stengel, braccio destro di Napoleone Bonaparte nella prima campagna d’Italia.
Negli anni successivi alla rivoluzione francese gran parte della classe dirigente militare dell’Ancien Régime fu spazzata via e l’esercito francese difettava di uomini d’esperienza al comando. Stengel conosceva a fondo il mestiere delle armi: era nato a Neustadt Weinstrasse alla fine degli anni Quaranta del Settecento (non si conosce con certezza l’anno di nascita) ed aveva fatto una brillante carriera nell’esercito francese, raggiungendone i massimi gradi. Dopo aver trascorso un breve periodo in carcere durante il Terrore, per via delle sue origini aristocratiche, fu reimpiegato come generale di divisione. Gli fu affidata la cavalleria dell’Armata d’Italia e si distinse come uno dei più capaci uomini al servizio del futuro imperatore. Tra i suoi subordinati c’era un giovane Gioacchino Murat, che avrebbe in seguito preso il posto, al comando della cavalleria dell’imperatore. Sull’Arco di Trionfo di Parigi, che celebra le vittorie e i protagonisti dell’epoca di Napoleone, è inciso anche il suo nome. Quella incisione, la sua spada, il suo nome nei libri di storia sono tutto quello che è rimasto di lui.
Ad oggi, nessuno sa di preciso dove si trovino le spoglie del generale.
Quel 21 ottobre l’esercito napoleonico giunse alle mura della città di Mondovì, dove si combatté l’ultima battaglia contro l’esercito di Colli. La resa dei piemontesi condusse, una settimana dopo, all’armistizio di Cherasco. La fanteria francese e l’artiglieria attaccarono nella zona a sud della città. Stengel, alla testa di alcuni reparti di cavalleria, la aggirò e si mosse lungo le pianure a nord, nel tentativo di tagliare la via di fuga all’esercito piemontese, che altrimenti avrebbe potuto scegliere di ripiegare su Carrù. I suoi movimenti però vennero notati dalle sentinelle appostate in cima al campanile della chiesa di San Giovanni in Lupazzanio, nel rione di Carassone. Alcuni dragoni piemontesi uscirono dalle mura e si mossero parallelamente ai francesi, per poi caricare alla prima occasione utile. In autunno il sole tramonta presto e in quel momento, verso le quattro, era basso sull’orizzonte, così Stengel e i suoi non poterono scorgere i piemontesi fino a quando non li ebbero addosso. L’urto fu violento e il generale francese rimase sul terreno, con il braccio spezzato da un colpo di pistola e numerose ferite riportate nel combattimento col maresciallo piemontese Giuseppe Bertea. I piemontesi incalzarono i cavalieri nemici ancora per molti metri: l’accerchiamento progettato dai francesi era definitivamente andato a monte. Stengel fu portato presso una cappelletta nelle vicinanze, e da lì all’ospedale più vicino, quello di Carassone, dove subì l’amputazione del braccio. Dopo sette giorni di agonia il generale spirò.
E qui comincia un piccolo mistero della storia.
Secondo le fonti storiche il generale fu sepolto nella chiesa di San Giovanni in Lupazzanio, proprio quella da cui le sentinelle piemontesi avevano scorto il passaggio dei cavalieri francesi, e i registri parrocchiali confermano questa informazione precisando che fu sepolto “accanto all’altare di San Giacinto, dal lato destro”. Un primo elemento anomalo di questa vicenda sta proprio nel fatto che un generale dell’esercito francese rivoluzionario, ferocemente antireligioso, trovasse sepoltura in una chiesa e per di più accanto all’altare, posto riservato normalmente a fedeli particolarmente devoti o a benefattori. La spiegazione più plausibile è una conversione in punto di morte, che i frati domenicani vollero probabilmente celebrare come un exemplum della misericordia divina.
Oggi di quella tomba non c’è più nessuna traccia. Non solo: come scrive lo storico Attilio Lerda in un articolo del 1980, “per quante ricerche abbiamo fatto non siamo riusciti a trovare nulla, lapide o altro segno che ricordasse quel fatto d’arme”. Lerda ricorda che la zona della chiesa in cui doveva trovarsi la tomba fu oggetto di lavori quando vi fu installato l’impianto di riscaldamento. In quell’occasione furono effettivamente ritrovati dei resti umani, ma senza alcuna iscrizione o altri segni che potessero far pensare che davvero si trattasse del corpo del generale.
Le indagini degli storici hanno dovuto fermarsi qui. Abbiamo provato a cercare qualche spunto in più nella memoria tramandata dei carassonesi e in particolare in una chiacchierata con Don Bartolomeo Bessone, per tanti anni parroco di Carassone e ora vicario generale della diocesi di Mondovì.
L’ex parroco ci informa che la tomba di Stengel con ogni probabilità era scomparsa molto tempo prima, cioè nel corso della ristrutturazione compiuta nella seconda metà dell’Ottocento. Non è da escludere che in quella circostanza i resti siano stati traslati direttamente nella fossa comune del cimitero centrale di Mondovì, ma è più plausibile pensare che siano stati seppelliti nel piccolo camposanto che si trovava dietro alla chiesa. Ma quel camposanto fu smantellato nel secondo dopoguerra, quando venne costruito l’edificio che ancora oggi è addossato all’abside della chiesa e al campanile. Sempre in questa fase scomparve anche l’unica iscrizione che ricordava gli eventi e il generale: una lapide di marmo che era posta sul lato del campanile oggetto dei lavori. Tutte le spoglie presenti nel piccolo cimitero furono inumate in una fossa comune su cui poi fu costruito il complesso. A chiudere quella fossa, secondo le testimonianze raccolte, fu usata proprio la lapide del campanile.
Con ogni probabilità dunque l’ultima dimora delle spoglie del generale è nell’area della chiesa di Carassone, assieme a quelle di tanti abitanti del rione. Da questi nuovi spunti è necessario ripartire per cercare, se ci sono, nuove conferme nei documenti e nelle fonti.
Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.