Dall’annessione del 1720 all’emigrazione degli anni Sessanta: storia del rapporto tra piemontesi e sardi

di Edoardo Broue

8 agosto 1720. Con l’entrata in vigore del Trattato dell’Aia, che pose ufficialmente fine alla Guerra della Quadruplice Alleanza, la Sardegna passò definitivamente sotto il controllo piemontese. In cambio Vittorio Amedeo II dovette cedere la corona di Sicilia agli austriaci.
Senza la benché minima partecipazione popolare, aveva così inizio il rapporto tra due popoli profondamente diversi. Lo Stato sabaudo percepiva la perdita della Sicilia come una grande sconfitta: il prestigio della corona siciliana non poteva di certo essere sostituto dall’annessione della Sardegna, un’isola povera e decisamente arretrata. Gli stessi funzionari piemontesi, appena giunti sul territorio, erano abbastanza sorpresi nel vedere tanto disordine. La popolazione sarda, invece, non prestava particolare attenzione alle vicende politiche. “Che ci governi l’Imperatore d’Austria o il re piemontese a noi poco importa”: così recitava un famoso canto dell’epoca.
Il re sabaudo nominò, nel ruolo di viceré in terra sarda, il barone di Saint Remy Filippo-Guglielmo Pallavicini. Le prime considerazioni del nuovo arrivato non furono certo confortanti: “La nobiltà è povera, i paesi sono miserabili e spopolati, la gente pigra e senza alcun lavoro, e l’aria è cattiva, senza che nessuno sia in grado di porre rimedio”. Il successore del barone, l’abate Doria del Maro, rincarò la dose nel 1724: “La causa di questo male è da ricercarsi nella natura stessa di questi popoli, poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio”.
Il commento negativo dell’abate era influenzato anche dal fenomeno del banditismo, una realtà che si stava diffondendo soprattutto nella parte settentrionale della Sardegna. I disordini interni destavano non poche preoccupazioni: alcuni paesi risultavano ingovernabili e rendevano complessa l’amministrazione dell’isola. La stessa popolazione proteggeva le bande armate, soprattutto per motivi economici: coltivatori e allevatori si guadagnavano da vivere attraverso il contrabbando dei propri prodotti verso la Corsica, dove si rifugiavano i banditi in caso di pericolo.
La lotta al banditismo non portò risultati concreti. Il marchese di Rivarolo, viceré dell’isola a partire dal 1735, inviava lettere a Torino che lasciavano poche speranze. I banditi sfruttavano il territorio impervio per sfuggire alle truppe regie, riuscendo a creare piccoli gruppi difficili da individuare e catturare. A differenza dei cagliaritani, gli abitanti della zona di Sassari erano riottosi e dediti al saccheggio: gli omicidi erano all’ordine del giorno.
I rappresentanti sabaudi, durante il periodo di dominazione, non compresero mai fino a fondo l’organizzazione economica e sociale dell’isola. La progettazione di riforme di marca “piemontese”, sostanzialmente estranee agli usi e costumi della Sardegna, non contribuì a un reale miglioramento della condizione degli isolani. I funzionari presenti sull’isola non riuscirono a creare un vero legame con la popolazione e permasero problemi d’integrazione.
Il conflitto esplose nel 1793. Dopo essersi difesi dall’attacco della flotta francese, senza l’ausilio delle truppe piemontesi, la classe dirigente sarda chiese al re una maggiore partecipazione dei propri rappresentanti all’interno dell’organizzazione statale: preludio a una futura, seppur minima, autonomia. Vittorio Amedeo III rifiutò tutte le rivendicazioni degli isolani: la politica accentratrice sabauda non doveva subire modifiche. A questo affronto si aggiungeva il diffuso malcontento popolare per il regime fiscale in vigore.
Nei primi mesi del 1794 i funzionari regi contribuirono a surriscaldare gli animi attraverso insulti ritmati: “Crepino i sardi, noi piemontesi restiamo qui. Crepino i sardi, noi piemontesi restiamo qui”. La ribellione avvenne nel maggio del medesimo anno. Quasi seicento piemontesi, accerchiati e disarmati, furono costretti ad abbandonare l’isola. In piazza a Cagliari si diffusero i primi richiami all’indipendenza: “Lasciateli andare, che i sardi benchè poveri non hanno bisogno dei piemontesi”.
Nel 1796 il re riuscì a riprendere possesso dei territori. Il rapporto tra i due popoli si trascinò stancamente fino all’Unità d’Italia, basandosi principalmente sulla reciproca diffidenza. Un’affermazione del primo viceré in terra sarda, il già citato barone di Saint Remy, riassumeva adeguatamente il giudizio dei piemontesi sugli isolani: “Conosco bene a fondo questa nazione, che non dice mai il vero. Come regola certa occorre non fidarsi dei Sardi, i quali promettono meraviglie e non mantengono mai la parola”.
Nel secondo dopoguerra, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta e fino al 1970, avvenne il processo inverso. Circa un terzo della popolazione sarda (i numeri ufficiali parlano di 400.000 persone, ma in realtà il fenomeno era ben più vasto) decise di emigrare dalla propria terra in cerca di fortuna.
 Oltre 300.000 isolani scelsero di rimanere sul suolo italiano: tra questi, quasi il 30% optò per il Piemonte (di gran lunga la regione con il maggior numero di immigrati provenienti dall’isola). A Torino giunsero oltre 70.000 persone: nella provincia vennero a crearsi piccole comunità abitate interamente da sardi.
Rosanna, nata nel 1948 nel Medio Campidano, si trasferì nell’ottobre del 1964 in Piemonte. Assieme alla sorella decise di intraprendere un viaggio alla ricerca di speranza e lavoro: “Partimmo da Porto Torres in direzione Genova. La nave era piena di emigranti come noi, quasi tutti minorenni. Non sapevamo a cosa andavamo incontro. Mio fratello ci aveva assicurato che avremmo trovato lavoro e così ci fidammo”. L’impatto con il territorio piemontese non fu dei migliori: “Non ero abituata alla nebbia. Il clima era freddo e nei primi mesi sentivo la mancanza della mia famiglia. Dopo essere stata assunta all’Indesit, tutto cambiò”. L’inserimento nel tessuto sociale non incontrò ostacoli: “Mi sono trovata bene fin da subito, non ho mai subito nessun tipo di discriminazione”.
Rosanna, nel 2004, ha deciso di seguire il marito e di tornare in Sardegna: “Una scelta totalmente subita e mai realmente accettata. Il Piemonte ormai era la mia casa: riabituarsi allo stile di vita dell’isola fu traumatico”.
La scelta del luogo d’approdo era legata esclusivamente a motivazioni economiche e a dinamiche occupazionali? Oppure, nei decenni a venire, era stato tramandato il legame storico tra i due popoli? Difficile dare una risposta esaustiva. Indubbiamente il rapporto tra piemontesi e sardi, durante gli ultimi tre secoli, ha conosciuto alti e bassi. La condivisione di oltre un secolo di storia, però, ha sicuramente avuto un effetto positivo, almeno nel lungo termine. L’unione tra i due popoli ha contribuito alla conoscenza reciproca e alla creazione di un legame forte e, in alcuni casi, indissolubile.

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla X edizione del premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.