L’odore della tragedia: Pierette Simpson, sopravvissuta dell’Andrea Doria – di Alberto Tessa

L’odore della tragedia
La storia di Pierette Simpson, sopravvissuta al naufragio dell’Andrea Doria

di Alberto Tessa

Nei momenti di straordinaria gioia che la vita talvolta ci offre, i cinque sensi paiono potenziarsi, come a volere archiviare con lieto affanno ogni singolo istante piacevole nella memoria. Visioni, suoni, tocchi, gusti e odori gradevoli che, all’occorrenza, potranno essere richiamati e usati come balsamo sulle ferite dell’esistenza si cristallizzano in ricordi preziosi dalle mille sfaccettature luminose.
Anche nelle tragedie, però, spesso la memoria registra con meticolosa lucidità ogni
singolo attimo, per poi magari seppellirlo per decenni in fondo a qualche antro sconosciuto della mente. Sepolto ma non morto, il lucido ricordo può saltare fuori all’improvviso, come un pupazzo a molla, e costringere chi ne è il custode a fare i conti con il suo passato. Se poi quei ricordi sono stati registrati da una bambina di nove anni, nell’oscurità e nel freddo pungente dell’oceano Atlantico, durante il naufragio dell’Andrea Doria, si capisce come quell’enorme fantasma, serbato nel cuore per quasi mezzo secolo, dovesse prima o poi manifestarsi in tutta la sua forza dirompente.
Una forza che è stata seconda soltanto a quella dimostrata nel dominarlo da Pierette Domenica Simpson, insegnante in pensione di origini piemontesi (esattamente Pranzalito, piccola frazione di San Martino Canavese, paesino di nemmeno novecento anime in provincia di Torino) che ha trascorso l’ultimo decennio a ricostruire la verità su quella tragedia che l’ha vista protagonista nella notte fra il 25 e il 26 luglio 1956 (il fatto avvenne alle 3:31 del 26 luglio, ora di Greenwich a cui convenzionalmente si fa riferimento anche in Marina) a qualche centinaio di miglia al largo della costa di New York. “Il ricordo più nitido che conservo di quella notte sono le urla dei naufraghi, il mare nero come la pece e l’odore di nafta e vomito che infestava l’aria e impregnava i vestiti” ha spiegato la signora Simpson, durante una sua recente visita in Italia.
A Torino, Pierette ha incontrato il prefetto per sondare l’eventualità di riottenere, dopo molti decenni, la cittadinanza italiana e ha conosciuto Claudio Cantore, il reanese autore del libro Clandestino sull’oceano. Andrea Doria, otto giorni di navigazione prima del disastro (Echos Edizioni).
La collisione con la nave rompighiaccio svedese Stockholm è avvenuta mentre si stava tenendo la tradizionale festa che celebrava l’imminente arrivo a New York, previsto per il mattino successivo”, ha spiegato ancora Pierette. “Il boato fu tremendo e ben presto tutti realizzammo cosa stesse accadendo, tanto che qualcuno si mise a urlare: ‘È come il Titanic! È come il Titanic!’. Fu terribile”. Era la prima volta che Pierette metteva piede su una nave. La madre, di cui Pierette non aveva alcun ricordo, aveva raggiunto la “Merica” molti anni prima in cerca di fortuna, lasciando la sua primogenita alle cure dei nonni e abbandonando per sempre Pranzalito.
Una volta sistematasi e dopo avere raggiunto una certa tranquillità economica, la mamma di Pierette, che si era nel frattempo stabilita a Detroit, inviò alla figlia e ai genitori tre biglietti in classe turistica per la tratta Genova-New York a bordo di quello che, all’epoca, era considerato il transatlantico più bello del mondo. Non il più grande e nemmeno il più veloce, ma il più lussuoso, un vero museo galleggiante, vanto della marineria e del buon gusto dell’Italia che, a undici anni dalla fine dell’ultima guerra, non era ancora troppo ben vista dalle potenze vincitrici. Il biglietto in classe turistica (che aveva preso il posto della vecchia terza classe e, rispetto a essa, era decisamente più confortevole) costava 250 dollari, quello in prima 1000. Con il cambio fissato a 625 lire per un dollaro, il viaggio in prima classe richiedeva 625.000 lire, ovvero più o meno quanto, l’anno dopo, sarebbe costata la neonata Fiat 500.
I membri dell’equipaggio furono fantastici e ancor di più lo fu il comandante, Piero Calamai, che venne ingiustamente infamato, ma la cui perizia permise di salvare centinaia di vite, tanto che nessuno morì durante l’affondamento, ma i 52 morti che si registrarono sul Doria furono quelli colpiti direttamente dalla prua rompighiaccio dello Stockholm” ha ricordato Pierette, che nel 2006 ha pubblicato in Italia un libro-memoria intitolato L’ultima notte dell’Andrea Doria (Sperling & Kupfer), ristampato proprio quest’anno.
Dal libro un paio di anni fa è stato tratto anche un docu-film diretto dal regista Luca Guardabascio, intitolato Andrea Doria. “I passeggeri sono in salvo?” che riprende le ultime parole, dette sul letto di morte, nel 1972, dal comandante Calamai che avrebbe voluto andarsene colando a picco con il suo transatlantico, ma fu caricato quasi di peso dai suoi ufficiali su una scialuppa di salvataggio dopo che fu chiaro che tutti i sopravvissuti erano stati messi in salvo sulle navi accorse in risposta ai messaggi radio di sos lanciati dall’Andrea Doria colpito a morte.
Non potrò mai dimenticare la generosità dell’equipaggio francese della nave Île de France che invertì la rotta subito dopo avere ricevuto il messaggio del Doria. In un paio d’ore ci raggiunse e, nella più totale oscurità, vedere illuminato il nome ‘Île de France’ fu per me una gioia indescrivibile. Il comandante francese ordinò di illuminare a giorno la nave, in modo da
cancellare il mare nero sotto di noi. I marinai ci accolsero a bordo con gentilezza, dissero ‘Bonjour et bienvenu’ a tutti, ci avvolsero in coperte pesanti e ci diedero da bere qualcosa di caldo e persino da mangiare. Forse è stata tutta questa gentilezza a spingermi a diventare un’insegnante di francese”
ha detto ancora la signora Simpson, i cui nonni si salvarono, ma giurarono che non sarebbero mai più saliti a bordo di una nave: “Ricordo che mia nonna aveva un brutto presentimento a Genova, prima di salire sul Doria. E pure mio nonno non era troppo sereno, al contrario di me che ero impaziente di provare una nuova esperienza”. Al porto di New York, Pierette e i nonni furono raggiunti dalla mamma che, riabbracciati i propri cari, dopo circa otto anni di lontananza forzata, li aiutò a liberarsi dai vestiti imbevuti dell’odore tragico del naufragio. “Non eravamo certamente ricchi, ma mia madre volle a tutti i costi che gettassimo via quei vestiti, penso per tentare di cancellare più un orrendo ricordo che il terribile odore di cui essi erano intrisi”.
Per decenni, l’Andrea Doria è stato soltanto un brutto ricordo da ricacciare nell’oscurità ogni qualvolta riaffiorasse alla mente, ma alla fine Pierette nel periodo della sua maturità ha deciso di affrontarlo, anche per confermare che sì, Calamai fu un grande comandante e si comportò con profondo senso del dovere e dignità e sarebbe dovuto essere premiato, non “messo in disparte” per quello che fece.
Ancora oggi, a distanza di sessantun anni, il Doria, appoggiato a circa 75 metri di profondità su un fondale sabbioso alla mercé delle correnti atlantiche, esige il suo tributo di sangue” ha concluso la signora Simpson. “È infatti notizia di pochi giorni fa (fine luglio 2017, ndr) la morte di un sub che si era immerso per vedere il relitto. Non è stato il primo e temo che non sarà nemmeno l’ultimo”.
Il fascino immortale del Doria continua a uccidere, come una sirena dalla voce melodiosa e mortifera.

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