LA GIORNATA DI UNA SIGNORA
Abiti della Collezione Roberto Devalle 1895-1925
19 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018
Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto

L’esposizione, curata da Silvia Mira, storica della moda, conduce il visitatore all’interno di un mondo che, per essere capito appieno, va decodificato: gli abiti rappresentano una sorta di linguaggio non scritto, che rimanda a realtà sociali e politiche specifiche, che parla di differenze e di uguaglianze, di appartenenze e di esclusioni. Gli abiti sono parole che continuano a raccontare, anche dopo molti anni, il contesto, all’interno del quale e per il quale, sono stati concepiti. In questo modo, il percorso museale si trasforma nella perfetta scenografia per ambientare capi significativi, alcuni firmati da note Maison torinesi, come Sacerdote o De Gasperi e Rosa, altri da sartorie sconosciute, ma tutti in grado di trasportare i visitatori in una realtà e in una ritualità lontana e, ormai, dimenticata.
L’occasione è offerta dalla mostra Giacomo Grosso. Una stagione tra pittura e Accademia , grazie alla quale gli abiti esposti nelle sale del museo dialogano idealmente con quelli dei dipinti in mostra, per sottolineare, come arte e moda, pittura e tessuti, siano uniti, tra loro, a un preciso momento storico e all’evoluzione della moda e del costume.
L’avventura della sartoria Devalle inizia a Torino nel 1925: Giovanni Devalle, attore, nonché sarto e costumista, acquista i costumi e le attrezzerie delle case di produzione torinesi che, dopo i successi cinematografici di Cabiria e la saga di Maciste, stanno progressivamente chiudendo e li affitta alle compagnie di prosa e di lirica che si esibiscono nei teatri torinesi.
È però con il figlio Roberto che la sartoria acquista la sua funzione più importante: non solo quella del noleggio, ma anche quella della creazione di fantasia e di ricostruzione filologica dei costumi per lo spettacolo.
Il giovane Devalle, dopo aver frequentato i corsi di figurino e storia del costume tenuti da Golia e lavorato presso note sartorie torinesi, nel 1948 viene nominato capo della sartoria del Teatro Regio di Torino; nel 1951 viene assunto alla Sartoria teatrale della Scala a Milano, dove resta fino al 1956, anno in cui fa ritorno a Torino per assumere la direzione della ditta paterna. Nel 1968 la sartoria si trasferisce nella sede attuale di Via degli Artisti. Sono gli anni del boom della televisione con programmi di rilievo e sceneggiati di successo e molti dei costumi che vanno in onda sulla Rai provengono dalla sartoria Devalle e sono per lo più confezionati ex novo.
Il lavoro di Roberto Devalle si fa sempre più meticoloso, grazie a una ricerca filologica non solo sugli stili, ma anche sulle tecniche sartoriali del passato: gli abiti antichi vengono catalogati e studiati, per comprenderne i segreti di costruzione e carpirne i trucchi di manifattura. Ancora oggi, accanto alla sua attività sartoriale e di noleggio, Roberto Devalle, affiancato dalla preziosa presenza del figlio Andrea, va alla ricerca di abiti e costumi d’epoca, restaurandoli e studiandoli, rendendo, così, la sua collezione fonte importante per mostre, esposizioni, spettacoli teatrali, sceneggiati televisivi e film.
I capi che Roberto Devalle ha raccolto nel corso del tempo ci portano all’interno di un mondo che, per essere capito appieno, va decodificato: gli abiti, infatti, anche dopo molti anni, continuano a raccontare il contesto, all’interno del quale e per il quale, sono stati concepiti.
Il guardaroba di una signora della buona società, per esempio, doveva comporsi di diversi capi adatti a rispondere alle esigenze sociali che era chiamata a rispettare nel corso della giornata. Il cambiarsi d’abito, come minimo quattro volte, non era un vezzo, ma un dovere sociale.
La visita in mostra comincia con due abiti femminili, uno da giorno del 1897 circa, e uno da pomeriggio del 1900-1903. Ogni signora della buona società apriva la propria casa un giorno fisso della settimana a un orario prestabilito, per ricevere le visite della propria cerchia di amicizie. Chi si recava in visita indossava un abito da pomeriggio sempre accollato, completato da cappello e guanti, mentre la signora che riceveva adottava una toilette sobria ma elegante.
In sala della musica il visitatore è accolto da un abito da sera tempestato di paillettes nere del 1907 circa. I ricevimenti serali, le veglie, potevano avere carattere intimo o di gala: nel primo caso si adottava l’abito da visita, mentre nel secondo caso o in occasione dell’esibizione di un musicista o di un cantante, si doveva indossare un abito da sera. Alle veglie di gala le signore non portavano mai il cappello, ma usavano il ventaglio e lunghi guanti in pelle, bianca o avorio.
In sala Luigi XVI e in sala Piffetti sono esposti ancora degli abiti da sera e da passeggio, mentre in camera da letto Accorsi sono presenti una veste da camera (robe du matin), usata nell’intimità della propria camera e un “abito del tè” (tea gown). L’usanza anglosassone del tè cominciava a coinvolgere tutta l’Europa elegante. Anche la moda si adeguava proponendo, per la signora che ospitava il ricevimento, un abbigliamento più “libero” che permetteva maggior fantasia sia nella foggia sia nelle decorazioni.
Nella camera da letto Bandera due abiti, di inizio Novecento, dimostrano come la moda di questo periodo prediligesse i colori a tinta unita e il bianco avorio per le giornate estive e i trattenimenti all’aperto.
Nel salottino Luigi XV e nella camera da letto veneziana si trovano mantelli e abiti da giorno degli anni 1910- 1918 , a testimonianza del costante influsso della moda parigina a Torino.
Nella prima sala Cignaroli il frac evidenzia come l’eleganza maschile non subisse i capricci della moda: solo alla fine degli anni Venti, i gentiluomini cominciarono a preferirgli il meno compassato smoking.
L’abito da sera del 1925-1927 rappresenta una fra le più importanti rivoluzioni, che meglio interpreta l’emancipazione della donna dagli inizi del secolo: l’orlo delle gonne che comincia ad accorciarsi. Nella seconda sala Cignaroli concludono il percorso due elegantissimi abiti da sera, del 1924-25. L’estrema semplicità strutturale dell’abito di chiffon o crêpe de Chine era integrata da sontuose decorazioni, ricamate con perline vitree iridescenti, paillettes, perle, fili d’oro e d’argento. La linea dritta e tubolare del vestito creava una nuova architettura accentuando la verticalità e valorizzando la silhouette.
Questi meravigliosi abiti permettono, quindi, di fare un viaggio e di scoprire che l’abito e il contesto erano scanditi da regole precise delle quali i manuali di buone maniere dell’epoca davano una fondamentale chiave interpretativa.
Museo Accorsi-Ometto Via Po 55, Torino
Orario: da martedì a venerdì ore 10-13, 14-18; sabato, domenica e festivi 10-13, 14-19, lunedì chiuso
Biglietti: intero 8 euro, ridotto 6 euro. Possibilità di visite guidate
Info: www.fondazioneaccorsi-ometto.it

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