Il Museo dell’Aerospazio non poteva che essere tra Collegno e Torino, dove si concentrano luoghi storici e aziende d’avanguardia dell’ingegneria aerospaziale

di Federica Vivarelli

All’improvviso un aereo parcheggiato nel bel mezzo della strada. Una manciata di chilometri più avanti, e resti col dubbio di aver visto per davvero un astronauta salutarti. Finché non vedi qualcosa muoversi nel mezzo di un terreno rosso: grazie a qualche film di fantascienza, ne sai qualcosa. E si, quella è una sonda spaziale. Su Marte, il pianeta rosso.
E dire che qualche curva prima credevi di aver letto Collegno.
Il MUA – il Museo dell’Aerospazio – si presenta così: all’improvviso, tra una rotonda e l’altra del viale Certosa. Inaugurato nel giugno 2016, non ha teche per cimeli o guide turistiche di accompagnamento. “È stato pensato come un percorso di racconto di ciò che c’è intorno”, racconta l’architetto Valentina Rinarelli del Comune di Collegno, che ha seguito il progetto sin dall’inizio. “L’idea è nata per caso. Quando l’attuale sindaco Francesco Casciano ha visitato le imprese della zona è rimasto sorpreso di cosa capitasse all’interno. Così è nata l’idea di un percorso che raccontasse quanto lo spazio sia vicino a Collegno”. Il MUA, appunto.
Perché, da quando finisce il capoluogo, effettivamente il panorama sembra uguale al resto: soliti casermoni alti, solito traffico del corso Francia. “E invece pochi sanno che qui vivono le più grandi imprese italiane in materia di cielo e aerospazio”, sottolinea Rinarelli. Primo fra tutti l’Aero Club Torino. Vicino di casa, Thales Alenia Space, la casa delle astronavi. E infine Altec, la scuola degli astronauti.
Un concentrato di ingegneria e stratosfera. E così il Museo dell’Aerospazio prende forma “direttamente grazie all’aiuto delle aziende. Quando è stato proposto loro il progetto ci siamo stupiti noi in prima persona del loro entusiasmo”, continua l’architetto. C’è chi ha prestato i modelli dai prototipi originali inviati nello spazio, chi ha dato il proprio tempo, chi il proprio lavoro”. Naturalmente i pezzi presenti nel percorso del museo non sono originali: “Sono le copie che vengono realizzate prima della costruzione vera e propria. E anche se non hanno conosciuto direttamente lo spazio al momento dell’installazione hanno creato un bel tafferuglio sin da quando sono state installate. C’era chi si fermava in macchina, chi ci chiedeva spaventato cosa stesse succedendo. Ancora adesso creano molto scompiglio a chi è in macchina o a piedi”, racconta Rinarelli.
Un museo a cielo aperto. Con pezzi che hanno fatto la storia dell’infinito e oltre. Visitabile a piedi o in macchina, senza chiusura né giorni festivi. Di giorno come di notte. C’è chi corre o passeggia nella via pedonale che costeggia tutto il percorso, e chi invece percorre il viale in macchina.
Il percorso del MUA nasce infatti dalla fermata della metropolitana di Marche componendo un totale di nove tappe. Si inizia con un’opera di Ugo Nespolo, artista biellese adottato da Torino, dalle contaminazioni Pop art. La sua opera del 2004 racconta proprio di razzi, aerei e astronavi. Un preludio a quanto accadrà fuori terra.
Seguono poi le due tappe dedicate alle sedi di Altec e Thales Alenia. Altec (acronimo di Aerospace Logistics Technology Engineering Company) in corso Marche 79 è il centro di eccellenza italiano in servizi ingegneristici e logistici a supporto
delle operazioni e dell’utilizzo della Stazione Spaziale Internazionale, e dello sviluppo e realizzazione delle missioni di esplorazione planetaria. Raccontano dal loro sito che si tratta di “una società pubblico-privata partecipata dalla maggiore azienda spaziale europea, Thales Alenia Space e dall’Agenzia Spaziale Italiana, ASI”. Altec ha sede a Torino e ha proprio personale distaccato alla Nasa e all’Esa, ovvero la European Space Agency. In quella struttura tra Collegno e Torino succede di tutto: dall’addestramento degli astronauti al supporto ingegneristico e logistico, dall’elaborazione di dati scientifici allo sviluppo e alla gestione del segmento di terra di programmi spaziali e alla promozione della cultura spaziale.

Proprio di fronte, sempre lungo il cammino del MUA compaiono i cancelli bianchi di Thales Alenia Space,
presente in Italia dal 1988 e ora con 2800 dipendenti nel Paese. Sul loro sito si legge: “Thales opera nei mercati della sicurezza, dei trasporti, della difesa, dell’aerospazio e dello spazio”. In quest’ultimo settore hanno “competenze nei sistemi di telecomunicazione spaziale, navigazione, osservazione della Terra e della sua esplorazione”.
In entrambe le strutture è possibile “approfittare delle visite guidate all’interno delle aziende, ricorda Valentina Rinarelli, in eventi organizzati più o meno una volta l’anno. Permettono di vedere da vicino cose che noi sogniamo solo nei film di fantascienza. Anche se i pezzi di storia più affascinanti sono proprio nel percorso del MUA”.
Si arriva poi all’Aero Club Torino. Fondata nel 1908, è un’associazione di promozione all’aviazione, dai voli promozionali su voli a motori alle acrobazie. È qui che alle 11:15 del 23 maggio 1917 avvenne il decollo del primo aereo postale italiano. Sempre qui oggi con i piloti è possibile sorvolare i cieli di queste parti, partire per un volo nazionale o internazionale. Intraprendere la carriera di aviatore. O semplicemente ammirare gli atterraggi sulla grande distesa verde del campo volo. È una distesa di oltre un milione e mezzo di metri quadri con due piste di atterraggio per gli aerei, una in asfalto e una in erba riservata agli alianti. Si aggiunge poi una pista illuminata dedicata all’atterraggio degli elicotteri in emergenza.
E così, con il naso all’insù, tra un atterraggio e l’altro si arriva alla rotonda “Manlio Quarantelli” con l’esposizione di un Amx, un areo leggero pronto a planare parcheggiato nel bel mezzo della strada. Quarantelli, aviatore e collaudatore dell’Aeronautica militare, nasce a Velletri nel 1926. Nel 1984 porta in volo il primo prototipo di Amx A-1, ma in prossimità dell’atterraggio a Caselle durante un volo di collaudo l’aereo perde improvvisamente quota a causa di un’avaria al motore. Quarantelli a quel punto potrebbe azionare l’espulsore del proprio sedile e lasciare andare l’aereo al suo destino, salvandosi la vita. Invece pensa alle persone che in quel momento si trovano nell’area di un probabile impatto dell’aereo, se fosse lasciato a sé stesso. Decide allora di restare ai comandi dell’aereo e riesce a dirigerlo in una zona dove non mette a rischio la vita altrui. Tenta un atterraggio di fortuna in un prato, ma l’impatto a terra è violento. Il prototipo striscia sul terreno per duecento metri prima di fermarsi e solo allora Quarantelli aziona il seggiolino eiettabile. Viene soccorso e portato in ospedale in condizioni ritenute serie, con gravi lesioni alla colonna vertebrale. Tra i medici c’è speranza, ma le sue condizioni peggiorano progressivamente e il 19 agosto 1984, giorno del suo cinquantottesimo compleanno, Quarantelli muore.
La tappa successiva è dedicata alla stazione spaziale, con tanto di cella e astronauta in tuta e casco che osserva i passanti: è la rotatoria “Columbus Experience”. “In molti ci chiedono se il vestito di quell’astronauta sia davvero andato nello spazio, spiega l’architetto di Collegno, ma come il resto del repertorio è una copia fedele all’originale. È stata realizzata da un’associazione del territorio, la Ca.pa.ci, che si occupa di allestimenti per presepi e carri di Carnevale. Ha ricevuto le indicazioni originali e realizzato il manichino”.
Naturalmente anche la stazione spaziale è una riproduzione, ma anche questa molto fedele: si tratta sempre dei modelli di prototipi delle aziende. Questa misura 6,5 metri di lunghezza per 4,5 metri di diametro e si tratta del progetto più ambizioso dell’uomo dopo la conquista della Luna. La stazione è il risultato dello sforzo congiunto di Stati Uniti, Russia, Canada, Giappone e delle agenzie spaziali di undici Paesi membri della Comunità Europea. Progettata e avviata a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, divenne un progetto internazionale nel 1988.
Raccontano i tecnici: “L’assemblaggio in orbita iniziò nel 1998 con il lancio del blocco funzionale cargo russo Zarya (“alba”). La stazione orbita a un’altitudine media di 340 km dal nostro pianeta e viaggia a una velocità media di 27.700 km/h, completando ben 15 orbite al giorno. Ad oggi la stazione ha un peso di oltre 400 tonnellate e occupa un’area pari a quella di un campo da calcio e, con un volume abitabile superiore ai 1.200 metri cubi rappresenta l’oggetto più complesso progettato a oggi. Più di 50 voli con diversi vettori (Shuttle, Soyuz, etc.) sono stati necessari per assemblare le numerose parti (più di 100) che la compongono”.
Grazie ai sofisticati strumenti messi a punto, e ad altri in fase di sviluppo, la stazione spaziale consente agli scienziati di operare in condizioni di microgravità per condurre ricerche mediche, fisiche, biologiche, mettere a punto nuovi materiali e collaudare tecnologie. Ma l’esperimento più importante cui sta contribuendo è “la sua stessa esistenza: una testimonianza delle possibilità di sviluppo della vita umana in ambienti orbitanti. La costruzione di questo innovativo “avamposto tra le stelle” dimostra le straordinarie potenzialità del comparto spaziale quando istituzioni e industrie cooperano insieme ai massimi livelli”.
Nel viaggio del MUA prosegue poi con la rotonda “Exomars”, realizzata su un terreno rosso capace di illuminare dello stesso colore il circondario. “Ovviamente la terra rossa non viene davvero da Marte, anche se è di un colore così intenso da far venire il dubbio a molti”, spiega Rinarelli. “Vuol dire che la ricerca pedestre che abbiamo fatto della cava ha dato i suoi frutti. Invece la sonda è una fedele riproduzione del macchinario inviato nello spazio e la cui prima fase di lancio è fallita nei mesi scorsi. L’atterraggio della seconda fase si aspetta nel 2020”. Il veicolo che sta viaggiando in perfetta salute verso il Pianeta Rosso è composto da un modulo orbitante, chiamato TGO (Trace Gas Orbiter) integrato presso lo stabilimento Thales Alenia Space di Cannes e da un modulo di discesa chiamato EDM (Entry Descent Landing Demonstrator Module), realizzato proprio nello stabilimento Thales Alenia Space di corso Francia.
Spiegano i tecnici: “L’Europa si appresta a tornare sul pianeta Marte con ExoMars, il significativo programma di esplorazione fortemente sostenuto anche dall’Agenzia Spaziale Italiana. Gli ambiziosi obiettivi tecnologici e scientifici previsti richiedono due missioni. Nella prima missione il veicolo inviato verso il Pianeta Rosso è composto da un modulo orbitante, chiamato TGO “Trace Gas Orbiter” e da un modulo di discesa chiamato EDM “Entry Descend and Landing Demostrator Module”. La seconda missione di Exo – Mars prevista nel 2020 sarà composta da un veicolo spaziale costituito da un carrier module e da un modulo di discesa, sulla cui piattaforma di atterraggio sarà alloggiato un rover per una esplorazione della superficie per 218 giorni marziani (ossia circa 230 giorni terrestri)”.
Ultima tappa, l’inizio del parco della Dora: “L’idea era quella di lasciarci con il cielo. Qui il panorama si apre, nessuna costruzione alta nelle vicinanze, spiega l’architetto Rinarelli, un invito ad alzare gli occhi al cielo”.

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.