Oscar Barile
La contemporaneità del teatro dialettale
di Edoardo Galliano

Cultura che esprime storie di vita vissuta, attenta ai sogni e alle speranze della gente comune in Piemonte”. È un po’ che digito questa frase o simili sul motore di ricerca ma non trovo mai quello che voglio e mi tocca litigare con il computer. Forse è obsoleto, forse, come molti mi diranno, non scrivo le parole giuste e allora finisco per confondere Google. Una domenica mattina mi viene l’illuminazione: mentre soo in auto la radio trasmette e mi fa vivere le vicende di Orlando, Gano e gli altri protagonisti di Roncisvalle, quella della letteratura; a volte sento uno strano accento calabrese che mi fa sorridere. In fondo il dialetto, la lingua sono i nostri primi strumenti per la comprensione della realtà e parlarne uno vuol dire entrare in un’altra modalità di pensiero, come sa molto bene chi si trova a dover svolgere l’utile, ma allo stesso tempo ingrato lavoro di traduttore.
Giorni dopo decido di far visita a Oscar Barile. In passato fu concorrente di un gioco a premi di Mike Bongiorno e a una domanda del conduttore sul tifo ricevuto da casa, secondo quanto mi dice un testimone, avrebbe risposto che anche le galline erano davanti al televisore. Lavora in Comune a Sinio, paesino lungo quella che alcuni hanno definito la Strada Romantica delle Langhe e del Roero; nel tempo libero è attore e regista teatrale.
Percorro intimorito una breve scala, attendo che qualcuno apra la porta ed entro, mi salutano due vigili, chiedo informazioni ad un impiegato sul teatro di Sinio. So di sembrare quel tale descritto da Nietzche che cercava Dio in una piazza, ma in fondo anche le commedie di cui voglio parlare sono piene di personaggi stravaganti. Poi esce da una porta lo stesso Barile e dopo qualche chiarimento capisce che vorrei effettuare una specie di intervista.
Mi dice che nel lontano 1981, quando aveva all’incirca la mia età, decise di provare a passare dalla parte dello spettatore a quella dell’attore, dalla parte di chi impara l’arte a quella di chi la mette da parte e cerca di fare qualcosa di nuovo, un passaggio che i media suggeriscono molto spesso a noi che veniamo definiti i millennials.
Nei primi dieci anni usa testi di altri autori, passando da ambientazioni prima ottocentesche per poi avvicinarsi sempre di più alla realtà contemporanea, fino a quando nel 1994-95 prende la penna in mano: racconta fatti concreti ispirati a storie di gente normale, che vive nel suo territorio. Gli faccio notare che questa cosa mi piace moltissimo, soprattutto in un contesto come quello attuale in cui personaggi televisivi parlano tra loro di argomenti che spesso non interessano a nessuno o di gruppi di persone, etichettandole e conteggiandole senza alcun rispetto per le loro vite, attuando una sorta di violenza psicologica nei loro confronti.
A volte Barile prende ispirazione dalla signora che viene a parlare, preoccupata per la vita e il futuro di qualche famigliare o per qualcosa che sta succedendo a lei, a volte dal racconto di qualche nonna tramandato di generazione in generazione – quello della sposa bambina era frequente in molti racconti dei vecchi. Se nel secolo precedente i suoi protagonisti erano quasi tutti contadini, nel nostro lo spettro si amplia.
Vuol far sorridere, ma anche riflettere, soprattutto quelle persone del luogo che spesso finiscono per immedesimarsi e alla fine i loro occhi vengono irrorati da qualche lacrima.
C’è Catlinin, c’è La Fiera di san Martino – tratta da un libro di Andrea Monchiero, un professore ed ex preside di un liceo, che narra la storia di una donna vissuta in un tempo di miseria e malora che aveva perso il primo marito, un cercatore di tartufi che era stato ammazzato – ma c’è anche Tant o r’è fòl in cui un ragazzo che non ha ancora trovato una sistemazione suscita preoccupazioni in famiglia e le “simpatiche” critiche di alcune donne. Tutti gli danno dello scemo ed egli non esita a definirsi così; sicuramente è comico: una ragazza gli dice in piemontese di andarsi a comprare un mestolo, il che corrisponde al nostro mandare a quel paese e quello la prende in parola e si compra proprio quel mestolo. Ma uno che dice di essere scemo, sarà per davvero scemo?
In Carvé c’è un giovane, diventato ingegnere, che parla con il nonno e che sente ancora un forte legame con la terra natale e in Strì c’è uno zio assediato dalle richieste dei parenti, costretto a fuggire da loro – chi vuole un determinato bene materiale, chi vuole chiedergli di convincere il suo moroso a fare determinate cose. Questi sono alcuni esempi delle storie che vengono rappresentate a teatro.
Facendo riferimento ai Malavoglia di Verga, romanzo in cui ci si da fare per migliorare la propria condizione socioeconomica e alla fine ci si ritrova con un pugno di mosche e si deve ripartire da capo, chiedo al mio interlocutore di parlarmi dei suoi finali. Mi spiega che in effetti la vita è così, se uno ci pensa, ma che per quanto riguarda le sue storie il finale spesso non è né tragico né felice. Barile gioca con chi ascolta, invitandolo in qualche modo a immaginarselo. Non è solo questione di ottimismo e di pessimismo, dipende molto dal momento che stanno vivendo gli spettatori. Spesso, alla fine dello spettacolo si avvicinano e propongono soluzioni.
Di un ciclo comunque si può parlare ed è quello della nostalgia, del ritorno alle origini, ai luoghi degli antenati e a quelli in cui si sono passati gli anni più belli dell’infanzia.
Il tema del lavoro non fa parte solo del palcoscenico – di Scapàtravaj, ad esempio – ma condiziona moltissimo la possibilità che un attore ha di partecipare ad uno spettacolo in un determinato giorno, in una determinata ora. Infatti succede spesso che uno sia impegnato negli orari più diversi ed imprevedibili e per questo preferirebbe avere un sostituto. Comunque chi vuole provare a diventare attore o tecnico è sempre ben accetto dalla Compagnia del Nostro Teatro di Sinio.
La lingua, credo si sia capito, è quasi sempre il piemontese. Ognuno parla con il suo accento, perché l’espressione dev’essere il più possibile libera e spontanea, e forse questo può essere uno scoglio non indifferente per chi non conoscesse il dialetto ma volesse provare quest’esperienza; ma basta immergersi in quelle scene e lasciarsi trasportare in questo nostro mondo. Penso che cercare di modificare le nostre parole a seconda dell’interlocutore sia segno di un profondo rispetto verso chi mi sta di fronte, in questo caso dei langhetti più o meno giovani.
Se dovessi pensare un finale ad un storia in cui principe cerca di diventare buono, penserei che per prima cosa dovrebbe ascoltare, cercare di capire e rispettare chi vive nel suo regno, per questo ho deciso di parlare del teatro di Oscar Barile, se qualcuno vuole capire, capirà.

Questo articolo ha ricevuto una menzione all’undicesima edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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