Il nido della comunità Arbëresh. La chiesa di San Michela Arcangelo a Torino – di Gloria Guerinoni

Il nido della comunità Arbëresh
La chiesa di San Michele Arcangelo a Torino

di Gloria Guerinoni

Tra il quindicesimo e il diciannovesimo secolo si verificò, verso l’Italia, un flusso migratorio proveniente dall’Albania: erano soldati di ventura, profughi, interi villaggi che fuggivano dal dominio ottomano. Il punto di arrivo furono le regioni centro-meridionali affacciate sull’Adriatico, fino alla Puglia anche nel lato ionico e addirittura alla Sicilia.
Queste popolazioni erano cattoliche di rito orientale, un ramo dei cristiano ortodossi che si era riavvicinato ai cristiani romani, ottenendo però di mantenere la liturgia in greco antico e conservare alcune caratteristiche del rito originario. La messa è cantata, i canti sono tutti di origine bizantina e le chiese sono adornate da icone con precisi significati. Nell’Italia meridionale vi erano già comunità cattoliche di rito orientale, quindi l’integrazione delle popolazioni immigrate fu più semplice anche se negli anni furono spesso oggetto di tentativi di latinizzazione forzata.
I gruppi di immigrati comprendevano quasi sempre un sacerdote, e la fede religiosa fu un collante importante: per lungo tempo anche i matrimoni si svolsero sempre solo fra appartenenti alla stessa etnia e anche la lingua, l’albanese arcaico, fu mantenuta (attualmente è ancora parlata, come dialetto, in alcune zone dell’Abruzzo, della Puglia e della Calabria). Dalla denominazione della lingua proviene il nome di queste comunità: Arbëresh.
Furono proprio le diocesi (eparchie) a costituire un punto di riferimento e di coesione per queste popolazioni. Le più importanti, e ancora in essere, sono quella di Lungro in Calabria e della Piana degli Albanesi in Sicilia. Possono contare su circa settantamila fedeli.
Nel dopoguerra ci fu un nuovo flusso di migrazione e numerosi nuclei familiari si spostarono nel nord Italia, in particolare in Lombardia e in Piemonte.
Torino, Crescentino, Poirino, Santena e molte altre città piemontesi hanno accolto circa diecimila Arbëreshë di rito bizantino. Gli immigrati si impiegavano per lo più come operai nelle fabbriche dell’industria meccanica e automobilistica che nel periodo post bellico ebbe un’enorme sviluppo; pochi riuscivano a raggiungere un livello di studio tale da permettere loro di diventare liberi professionisti.
Col passare degli anni e il miglioramento della situazione economica la seconda generazione di italo-albanesi raggiunse posizioni importanti, come nel caso di Giorgio La Valle che fu dirigente della casa editrice SEI e direttore della rivista Arbëresh, con cui promosse la cultura e le tradizioni italo-albanesi.
A Torino il centro di culto per gli Arbëreshë è la Chiesa di San Michele Arcangelo che dipende dalla diocesi di Lungro.
Questa chiesa, progettata nel 1785 da Buonvicino, è un esempio della transizione artistica tra il barocco e il neoclassicismo. Inizialmente era di proprietà dell’Ordine dei Trinitari Scalzi, missionari nei paesi islamici; in seguito fu trasformata in Ospedale ginecologico diventando il luogo in cui molti cittadini, torinesi e non, sono venuti alla luce fino al 1938, quando l’ospedale fu dismesso e al suo posto fu creato un deposito di armi. Durante la seconda guerra mondiale l’edificio fu bombardato e, dopo la ricostruzione, adibito a deposito di rifiuti.
Nel 1959 la chiesa fu affidata dal Comune di Torino ai cattolici di rito orientale di cui gli Arbëreshë rappresentano la grande maggioranza.
Osservando la chiesa dal lato di Via delle Rosine si apprezza la facciata principale dalle forme architettoniche classiche: il frontone sopra l’ingresso, il timpano sorretto da quattro colonne e le nicchie decorative. Voltandoci sul lato di Piazza Cavour invece l’impronta barocca è ben visibile nelle forme curve e ondeggianti.
La chiesa di San Michele Arcangelo ben si presta per struttura e dimensioni al rito orientale: a navata unica, è priva di elementi scultorei e può accogliere le icone, elementi fondamentali in questa liturgia. I fedeli hanno dovuto però rinunciare alla classica disposizione dei sedili appoggiati alle pareti poiché la struttura è ricca di nicchie e absidiole laterali; perciò hanno accettato i banchi centrali donati dalle chiese cattoliche.
Entrando nella navata possiamo osservare due particolarità: il ciborio (baldacchino che, sorretto da colonne, sovrasta e circonda l’altare) e l’artoforio (tabernacolo), custodia eucaristica a forma di colomba tipica delle chiese italo-albanesi.
Adrian Viorel Hancu, attuale rettore della chiesa, trasmette una forte energia quando parla dei suoi fedeli e del ruolo che questa parrocchia ha assunto anche al di fuori della comunità italo-albanese. Alle funzioni, che si tengono la domenica mattina alle 10, partecipano, oltre agli Arbëreshë anche fedeli rumeni e di altre etnie; si celebrano matrimoni, battesimi e funerali. Padre Hancu ci dice che la sua chiesa è il principale e unico punto di riferimento religioso per tutti gli italo-albanesi del Piemonte e che le famiglie cercano di mantenere un collegamento più stretto possibile con il loro rito. Ciononostante, le nuove generazioni – spesso figli di matrimoni misti – vengono frequentemente integrati in parrocchie latine. L’opinione del rettore è che questa sia un’evoluzione naturale, in linea con la fusione della comunità col resto della società.
Padre Hancu con viva soddisfazione racconta che la chiesa è diventata negli anni anche punto di riferimento per universitari provenienti dal sud Italia e che, trovandosi fuori sede, hanno potuto conoscersi e aiutarsi reciprocamente proprio frequentando la parrocchia di San Michele Arcangelo. In particolare, le ragazze in trasferta alla ricerca di un alloggio vengono indirizzate dal sacerdote al convitto delle suore di San Giuseppe.
Accompagnandoci a visitare l’interno della chiesa, Padre Hancu ci illustra le icone e ci racconta che la maggior parte di esse sono state dipinte dai fedeli della parrocchia usando l’antica tecnica della tempera all’uovo.
Come la tradizione cristiano-greca prescrive, le icone devono essere almeno cinque e raffigurare rigorosamente l’ultima cena, Cristo, la Madonna e gli angeli protettori della chiesa e della città.
L’insieme delle icone (iconostasi) qui come in tutte le chiese ortodosse, separa il presbiterio (lo spazio riservato alla liturgia) dai fedeli; durante la consacrazione il sacerdote, nel presbiterio, chiude le tende poste tra le icone per celebrare il mistero. Il sacerdote infine ci spiega che il ruolo dell’incenso nel rito è quello di allontanare il male (Satana) e facilitare l’ascensione delle preghiere a Dio, poi ci accompagna all’uscita e ci confida il suo desiderio segreto di abbellire ulteriormente la chiesa con ulteriori icone di grandi dimensioni, invitandoci a presenziare a una messa per ascoltare gli immaginifici canti bizantini.

Sull'Autore

I commenti sono chiusi.