Pionieri dell’aria nel Vercellese

di “Emilia Cannata” e “Rolanda Anna Salvadori”

L’atmosfera è una fabbrica di meraviglie
(J. Tyndall)

A volte è questione di punti di vista: che il Piemonte sia terra di re, santi e spiriti magni è notorio; che invece il Piemonte possa essere considerato anche cielo di eroi e pionieri sfugge verosimilmente alla maggior parte dei cultori di cose pedemontane. Ma se davvero, oltre al paesaggio del territorio, dobbiamo allargare lo sguardo dell’anima anche al paesaggio del cielo, in che cosa consiste la specificità dei cieli piemontesi? Basterà ricordare a questo proposito che è stato il cielo vercellese a battezzare le prime evoluzioni aeronautiche di uno dei più eroici aviatori di tutti i tempi: Leonida Robbiano.
La sua vicenda partecipa dell’ambigua e contraddittoria sorte di chi è leggendario all’estero mentre è un perfetto carneade entro i suoi confini nazionali. Il nome di Robbiano, infatti, echeggia nelle memoria dei primati inglesi per avere tentato di compiere per la prima volta a livello mondiale, nel 1933, la trasvolata da Londra a Sidney. Poche fonti ricordano tuttavia che la prima tappa di quell’impresa audacissima aveva scalo proprio a Vercelli e nessuna ricorda che, navigando a vista, gli furono sufficienti le sagome di cinque nuvole familiari per esclamare: Qui c’è più nebbia che a Londra: siamo proprio

Francis Lombardi

arrivati a Vercelli!”.
Il cielo di Vercelli fu anche l’ultimo a salutarne la ripartenza perché, una volta decollato verso oriente, l’aviere piemontese si sarebbe inabissato per ragioni ignote il 15 aprile dello stesso anno a ridosso del Golfo del Bengala (“verso la cuna del mondo”, come Gozzano), portando trapunte sul petto le medaglie che aveva meritato nei raid aerei della Grande Guerra: tre di bronzo e una d’argento che effigiavano vicendevolmente abbracciati la terra vercellese che lo aveva generato e il cielo cui nasceva per l’eternità in orizzonti lontani. Il suo velivolo precipitò nell’oceano ma il corpo di Robbiano non venne mai ritrovato – perché, come per Saint-Exupéry, chi muore navigando nei cieli è subito rapito in cielo, in spirito e corpo.
Ma la pagina dei cieli piemontesi si illustra di essere stata anche il teatro dell’epopea di Francis Lombardi, che di Robbiano era maestro e mentore. Con il suo nome la cronaca si fa storia e, di qui, vira a farsi leggenda: a bordo di un minuscolo aereo da turismo dell’Aviazione Fiat, Lombardi vola da Vercelli a Tokyo nel luglio 1930, anticipando la rotta transiberiana che Alitalia avrebbe inaugurata solo nel 1973. La sua caravella dei cieli sorvola il deserto del Gobi, supera i ghiacci della Siberia, quando – per l’inagibilità dello scalo di Seul (la pista in erba, come allora usava, era stata ridotta a un pantano dal collega coreano del nostrano Giove pluvio) – ormai non ha più una goccia di benzina. Il fido Campanini, motorista di tante avventure, è paralizzato da un attacco di panico. Il vortice del vuoto non ha tuttavia il tempo di drenare a sé l’aviatore di adozione piemontese: all’orizzonte si staglia un campo di calcio a Hiroshima e la meta è raggiunta, dopo 9 giorni di volo (13-22 luglio) per 12210 km, collegando cieli del tutto estranei tra loro come quelli di Vienna e della Mongolia.
Non era questo l’unico assalto al cielo con cui Lombardi onorava il Piemonte (esempio fulgido della generosità onomastica delle nostre terre: quando mai infatti – sia detto tangenzialmente – la Lombardia ha illustrato il Piemonte con un Piemontesi?) perché già nel 1934 la sua carriera si sarebbe allungata di un nuovo anello quale il primo collegamento Roma-Mogadiscio, due giorni per oltre 6000 km al timone di un vetusto Ala Littoria, allora compagnia di bandiera. Ma ancor prima, nel 1920, Lombardi era anche stato tra i non molti intrepidi al fianco di Gabriele d’Annunzio nel corso di quel famigerato Natale (24-29 dicembre) dell’avventura fiumana.

Natale Palli e D’Annunzio

E proprio al vate è legata una delle pagine più commendevoli della storia dei cieli piemontesi. Erano ormai trascorsi tre mesi dalla partenza di quel 20 marzo 1919 quando, a 4000 metri di altitudine sulle cime savoiarde del Monte Pourri, non lontano da Sainte-Foy, venne rinvenuto dal cantoniere Albert Martin un cadavere assiderato, insieme con quello che restava di uno SVA di legno e tela. L’identificazione non fu difficile: era il capitano Natale Palli, casalese con brevetto di pilota conseguito a Cameri nel 1915, precipitato e dato per disperso durante il raid Padova-Parigi.
Popolo di Casale, il suo feretro per noi non è oggi nel mezzo della città dolorosa ma è nel centro dell’antica cittadella fedele. Intorno a lui oggi si ricementa la cittadella dei Gonzaga […] Questo fanciullo bianco, dai capelli ondeggianti e dagli occhi di zaffíro, era l’ideal tipo latino del combattente, era l’esemplare perfetto della nuova giovinezza italiana in armi […] Roma lo dava ai suoi eroi raggianti. Era senza colpa, era senza macchia, senza ombra. Era tutto come la gemma del suo sguardo, era tutto tagliato in quel cristallo perspicace […] Chi può chiudere tra quattro assi la freschezza della primavera? Chi può seppellire la forza della primavera nascente?”: così d’Annunzio pronunciava l’orazione funebre di Palli, con voce imbrunita di commozione, in una sera di tregenda a Casale, tessendo l’elogio di chi, già al suo seguito durante il volo su Vienna, “era un Icaro e non poteva cadere: era un Icaro senza precipizio”. Palli trova in d’Annunzio il suo Omero, capace di renderlo un eroe degno di una Iliade piemontese, in un epicedio per certi aspetti turgido e retorico ma che solo in questo modo poteva scolpire nella memoria del tempo l’effigie di uno spirito libero che, già durante la vita, trovava la sua patria solo nei cieli.
La reminiscenza cromatica dell’Azzurro tenebra del romanzo di un altro piemontese insigne – tutta la vita di Giovanni Arpino, pur nato a Pola, si è dipanata tra Bra e Torino – dimostra che il Piemonte e il cielo si legano in un nodo gordiano, iridescente di luce e di ombre; non possono che ridestare evocativamente questo pensiero le risaie del Vercellese, terre d’acqua che nella loro distesa riflettono i colori del cielo. Questa associazione di idee doveva aver sollecitato il balenio dei sentimenti del poeta Clemente Rebora quando, nel 1915 – trasferendosi quotidianamente in treno da Milano a Novara per coprire l’incarico di professore straordinario di italiano presso l’istituto tecnico Galileo Ferraris – avvistò con l’occhio del cuore che la fuga scintillante delle risaie non era solo un mare a quadretti bensì qualcosa di più e di più lirico: era un cielo a quadretti, ché il sole nel mare non si specchia mentre nelle risaie può fare il narciso.
Non solo il territorio ma anche gli spazî del cielo, quindi, entrano nella gloria piemontese a pieno diritto (anzi, toto cælo verrebbe voglia di dire…), contribuendo nella loro complementarità a scriverne la secolare storia. Del resto, può forse sfuggire a qualcuno che identicamente azzurro è sia il colore del cielo sia il colore di casa Savoia?

Questo articolo ha ricevuto una menzione alla XI edizione del Premio Piemonte Mese, sezione Cultura

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