Oltre il Quarto Stato. Volpedo e Pellizza – di Federica Liparoti

Volpedo, città-museo pellizziano

di Federica Liparoti

Era il 28 luglio 1868 quando a Volpedo, provincia di Alessandria, nasceva Giuseppe Pelizza. Sono passati centocinquant’anni eppure, nello studio del pittore, il tempo sembra essersi fermato ai primi del ‘900.
Composto da un unico ampio locale illuminato da un grande lucernario zenitale, Pellizza nel 1990 fece costruire l’atélier di fianco alla propria abitazione. Nel 1966 le figlie Maria e Nerina lo donarono al Comune di Volpedo perché venisse aperto agli studiosi e al pubblico. Vi sono conservati gli strumenti di lavoro, gli oggetti di uso quotidiano, i libri, l’epistolario e alcune opere del pittore di Volpedo, tra cui il ritratto del padre e della madre, un autoritratto a olio giovanile e un altro della maturità a carboncino e i disegni preparatori delle sue opere più celebri.
Lo studio si inserisce in un itinerario che Volpedo dedica ai “luoghi pellizziani”. Riproduzioni in grande formato di opere del pittore sono state collocate nelle vie del paese, in punti selezionati, a diretto confronto con gli scorci di paesaggio che le hanno ispirate. Altri itinerari ad anello, spiega Pierluigi Pernigotti, direttore tecnico del Museo, sono stati realizzati tra le campagne e sulle colline che circondano Volpedo. Il Sentiero della montà di Bogino prende nome dall’opera più significativa tra quelle evocate lungo il percorso, La montà di Bogino, tela modernissima dipinta da Pellizza nel 1905. Il Sentiero del sole va alla ricerca dei luoghi frequentati dal pittore per dipingere l’astro nascente. In tutto il paese, incluso nell’elencodei “Borghi più belli d’Italia”, vi sono echi del tempo in cui visse Pelizza.
Lostudio, continua Pernigotti, è un raro esempio di atélier ottocentesco aperto al pubblico. Non è soltanto un contenitore prezioso delle memorie, bensì è un ambiente vivo, in cui ogni visitatore può entrare profondamente in contatto con la sensibilità, i toni e la cultura del pittore di Volpedo.
Secondo di tre figli, Giuseppe era nato in un’agiata famiglia di agricoltori. Il padre, convinto garibaldino di idee radicali e anticlericali, partigiano della causa risorgimentale, era molto attivo nella locale Società di Mutuo Soccorso. Nella grande casa di Porta Sottana, alla periferia di Volpedo, circolavano giornali politici e periodici illustrati sulle cui pagine Giuseppe, ancora bambino, si esercitava a copiare vignette e riproduzioni, rivelando un precoce talento per il disegno. Fu così che i genitori decisero di dare al loro unico figlio maschio una formazione artistica.
A soli sedici anni Pelizza venne ammesso all’Accademia di Brera. Gli anni trascorsi a Milano furono felici e ricchi di premi e segnalazioni e dalle partecipazioni alle mostre degli allievi dell’Accademia. Terminati gli studi meneghini, Pelizza decise di proseguire la propria formazione a Roma, Firenze, Parigi e Genova.
Alla fine del 1890, l’artista considerò conclusa la propria formazione e decise di tornare a Volpedo. La decisione lo tagliò per certi versi fuori dai circuiti commerciali, ma gli consentì di sviluppare quella sensibilità, quell’empatia per i suoi luoghi e la sua gente che lo contraddistinse sempre.

Volpedo sposò una giovane contadina, che era già stata sua modella per la figura femminile ritratta in Pensieri. E iniziò ad allestire quello studio, accanto alla casa paterna, chevidenascere i suoi capolavori. Tra i primi, i grandi ritratti dei suoigenitori, con i quali nel 1981 partecipò alla I Triennale di Brera, ma che oggi sono tornati tra le mura dell’atélier. Proprio illegame fortissimo coi suoiluoghi spinge Pelizza ad aggiungere “da Volpedo”.
Nei primi anni Novanta iniziò gli studi sul dipinto che sarebbe diventato celebre come Il quarto stato, il suo dipinto più noto, frutto di una decennale elaborazione teorica e concettuale. Per approcciarsi ai temi di quello che provvisoriamente intitolò “Ambasciatori della fame” e poi “Fiumana”, Pellizza si abbonò alla rivista “Critica sociale” e leggendo tutti gli opuscoli della “Biblioteca popolare”.
Non era una riflessione puramente teorica. Pelizza aveva ereditato dal padre l’impegno e la passione per la questione operaia e contadina, tanto che venne eletto vicepresidente della Società Agricolo-operaia di MutuoSoccorso di Volpedo. Nel biennio a cavallo fra i due secoli, scandito dalla nascita delle figlie Maria e Nerina, il pittore completò l’ambizioso dipinto, ora ribattezzato “Il cammino dei lavoratori”. Solo alla vigilia della sua presentazione ufficiale alla Quadriennale torinese del 1902 Pelizza gli diede il titolo definitivo, “Il quarto stato”, ispirato dagli scritti di Jean Jaurès sulla rivoluzione francese discussi con l’amico tortonese Aristide Arzano. L’opera riscosse un immediato e unanime consenso “di partito”, tanto che al pittore giunse una proposta di candidatura, subito declinata, nelle fila socialiste.
Ben presto il quadro divenne un’icona rivoluzionaria universale, il manifesto del socialismo umanitario schierato accanto alle lotte dei lavoratori. Al contrario, critici e collezionisti accolsero la grande tela tiepidamente. L’artista aveva sperato inutilmente in un acquisto pubblico o almeno in un riconoscimento, che non ci fu, da parte della giuria dell’Esposizione.
Scoramento e delusione spinsero Pelizza a dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura di paesaggio. I suoi lavori ebbero una certa fortuna nelle Esposizioni internazionali d’arte di Monaco, Berlino e Hannover, ma lui stentava a essere riconosciuto in Italia.
Pelizza venne però rinfrancato dai primi acquisti, soprattutto di ritratti, da parte di collezionisti privati e istituzioni pubbliche. Così programmò una nuova apparizione pubblica de “Il quarto stato”, in mostra nel 1907 a Roma alla LXXVII Esposizione della Società amatori e cultori di belle arti. I primi mesi di quell’anno furono però segnati da due tragici lutti: la perdita del primo figlio maschio, Pietro, appena nato, e subito dopo della moglie Teresa.
Sopraffatto dalla disperazione l’artista pose fine alla propria vita impiccandosi nello studio di Volpedo il 14 giugno 1907.
Oggi quello studio, aperto al pubblico nel 1994, è una realtà museale. L’atélier si presenta come un ambiente nel quale le tele, i disegni, i colori, i libri, le tavolozze, gli oggetti – recuperati e disposti sulla base di fotografie degli anni Trenta – si inseriscono senza alcuna forzatura e in cui il visitatore può rivivere con pienezza, più che in qualsiasi altro luogo, le memorie e le suggestioni del mondo e della sensibilità pelizziana.
I Musei di Pellizza – Studio del pittore (Via Rosano 1/A) e il Museo didattico con installazioni multimediali (Palazzo del Torragio, in Piazza Quarto Stato) sono aperti il sabato, domenica e festivi dalle 16 alle 19 da maggio a settembre; da ottobre ad aprile in orario 15-17
Domenica 3 giugno 2018, in occasione della Giornata Nazionale dei Piccoli Musei, apertura straordinaria ore 10-12, 15-19
Info: www.pellizza.it

Si ringrazia Pierluigi Pernigotti, direttore del Museo, per la concessione delle immagini

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