Ottocento in collezione
La mostra al castello di Novara fa dialogare passato e presente
di Emanuela Morganti

Fino al 24 febbraio 2019 il castello Visconteo Sforzesco di Novara ospita l’esposizione Ottocento in collezione. Dai Macchiaioli a Segantini,curata da Sergio Rebora e Elisabetta Staudacher, affiancati in comitato scientifico da Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca e Aurora Scotti. Le otto sezioni di cui la mostra si compone tratteggiano con precisione e sintesi le sfumature della storia dell’arte italiana tra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primi del XX, restituendo ai visitatori parallelismi, discordanze, sperimentazioni, debiti e amicizie di un complesso universo artistico e umano.
Studenti, ricercatori, ma anche famiglie, appassionati e semplici curiosi passeggiando tra le sale sono catturati ciascuno dal particolare che ammicca loro con una familiarità inaspettata. Per gli appassionati di storia ecco le uniformi dell’esercito, indosso a personaggi che, come soldatini di stagno, richiamano al rigore e alla disciplina. Gli amanti della natura, i viaggiatori, gli escursionisti respirano a pieni polmoni le arie di montagna, smarriscono lo sguardo tra le cime fiorite, i riflessi cristallini dei laghi e le campagne assolate e pianificano una nuova partenza verso le mete esotiche che furono. I bambini si specchiano nei loro coetanei di cento e più anni fa, immaginano le loro vite, le corse nei campi di grano e di papaveri e si domandano quali magie riserbino le danze delle ninfe alpine. Lo scienziato ritrova Alessandro Volta, il lettore le OdiBarbaredi Giosuè Carducci, il musicista l’AveMariadi Gounod e le ambientazioni dell’Aidadi Verdi. Fashionbloggere influencerriscoprono materiali, tessuti, cromie, effetti di luce, meditano, creano, assimilano ma soprattutto invidiano alle protagoniste dei quadri, nobildonne, borghesi o giovani apprendiste, l’eternità alla quale gli artisti le hanno consacrate, contro la quale nulla può l’effimero mezzo tecnologico odierno.
Spiazzante è la contemporaneità delle tematiche affrontate che colpiscono per l’effettiva aderenza al presente, vicino e lontano, condiviso o estraneo, individuale o collettivo, compreso o inafferrabile.
La sezione d’esordio, dedicata alla tematica risorgimentale, pone l’accento sulle sue sfumature meno auliche e gloriose, tratteggiando la quotidianità di militari, accampamenti, reduci e reclute, ed entrando in punta di piedi in vite sconvolte, segnate, dirottate o semplicemente affascinate dalla guerra. Gli echi delle battaglie che portarono all’unità d’Italia sono ormai lontani, inseriti in un passato che appare più antico di quanto sia in realtà, scavalcati storicamente per vicinanza, drammaticità e ricorrenze dalle due guerre mondiali e altri conflitti contemporanei. Ma qui le vite appaiono improvvisamente vicine, accessibili e normali, tanto quanto le esistenze dilaniate dalle guerre odierne sono simili alle nostre; quella stessa normalità ci lega ai combattenti e alle vittime di ieri e di oggi.
Le denunce della situazione italiana all’approssimarsi del nuovo secolo colpiscono, talvolta, come un pugno nello stomaco, per la loro incredibile attualità: le morti sul lavoro, la prostituzione, la mancanza di previdenza sociale, la sicurezza, il lavoro minorile, lo sfruttamento, tutto parla di qui ed ora. I paesaggi e gli scorci di vita quotidiana immortalati evidenziano peculiarità regionali, usi e costumi, tradizioni popolari, aree naturali differenti ma ugualmente affascinanti. I panorami e le situazioni fermati oggi in uno scatto perfezionato e subito condiviso non sono altro che eredi di una tradizione pittorica votata alla ricerca del particolare, sublimato e reso eterno. Le stesse tecniche di moltiplicazione dell’immagine che quotidianamente bombardano il consumatore possono essere considerate in qualche modo discendenti delle sperimentazioni stilistiche che allora disorientavano l’osservatore. Forse inconsapevole oggi come allora.
Ascoltando le riflessioni genuine dei visitatori, qualcuno ritrova una questione ben nota persino nell’esperienza degli artisti italiani trasferitisi a Parigi, come Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi. C’è chi, intono a noi, rivede cervelli in fuga, professionalità non riconosciute, tentativi di fortuna e persino svolte esistenziali alla ricerca di sé stessi. Ma poco più in là, un piccolo gruppo di esperti d’arte traccia un parallelo tra le prime sperimentazioni simboliste di artisti fino ad allora legati al reale con le contemporanee performance, un mix di arte, danza e musica.
Il bersaglio è centrato. Indubbiamente. Che si tratti di studenti, ricercatori, famiglie, appassionati, esperti o curiosi, ognuno trova un’analogia diversa, stimolato dalla propria esperienza personale, dagli interessi, dagli studi, o più semplicemente da una propensione innata.
Da ultimo le opere testimoniano e ci tramandano un legame intrecciato con il territorio piemontese, fondato inprimissui luoghi di origine, di adozione e di lavoro degli autori, dal borgo di Volpedo alla Val Vigezzo, da Pavia alle sponde del Lago Maggiore, dal Vercellese all’Isola dei Pescatori. Inoltre, i soggetti indagati trattengono nelle proprie maglie i paesaggi alpini, le risaie, i profili delle campagne punteggiati da alberi e le geometrie di paesi assolati o innevati, vedute che strappano un sorriso ai visitatori che, inaspettatamente, ci si riconoscono. Infine, i nomi dei collezionisti, come Paolo e Adele Giannoni, e delle istituzioni, come il Museo Borgogna di Vercelli, si intrufolano in punta di piedi, ma dirompente è il loro vincolo con la cittadinanza, nella speranza di un sodalizio transgenerazionale.
Questo articolo ha ricevuto una menzione alla XII edizione del Premio Piemonte Mese, Sezione Cultura

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