Franco Martinengo – di Federico Carle

Al designer e pittore “genio e bogianen” è dedicato l’articolo vincitore, per la Sezione Cultura, della IX edizione del Premio Piemonte Mese

di Federico Carle


cover-feb16Scuote la testa l’architetto Dino Barrera: “Ah certo, nemmeno Franco l’avrebbe vista bene questa vendita”. Barrera è scettico sulla manovra che ha portato il controllo della Pininfarina nelle mani del gruppo indiano Mahindra:“Bisogna capire se sapranno fare carrozzeria e design artigianale di alto livello e indipendente come è sempre stato fatto, o meglio come si è fatto finché non è iniziata la stagione difficile degli ultimi anni. Quando del resto si è cominciato a fare progettazione anche per le cucine, gli accendini, gli scarponi… tutte cose che hanno logorato una storia decennale fatta di auto”. L’architetto ha lavorato alla Pininfarina negli anni del boom economico alle dipendenze dell’allora direttore del Centro stile Franco Martinengo:“Volete sapere che tipo era Franco? (ride, ndr) Beh, un bel tipo, ce ne sarebbero di cose da raccontare. Certamente da quanto è mancato, nel 2001, ha lasciato un vuoto”.
E allora proviamo a raccontarla questa storia di lavoro e genialità italiana. Spaccato di un Piemonte che ha saputo con le sue auto e la sua arte fare scuola nel Paese, e nel resto del mondo.

Il designer: genio e bogianen

Franco Martinengo nasce a Torino nel 1910 da un famiglia operaia che con grandi sacrifici gli permette di diplomarsi all’Accademia Albertina e di frequentare la Facoltà di Architettura. Studi tuttavia che è costretto ad abbandonare per cercare lavoro. È il 1928, Martinengo inizia da apprendista agli Stabilimenti Farina, fianco a fianco col fondatore Battista Farina detto Pinin (che nel 1961 cambierà cognome ufficialmente in Pininfarina), e al fratello Giovanni che subito lo nota. A partire dal 1934 viene assunto come designer, dal 1952 al 1972 è responsabile del Centro stile e poi direttore del Reparto qualità fino al 1976. Sono questi gli anni d’oro del design italiano, dal suo ufficio passano progetti importanti: la Fiat Dino spider, la Ferrari 365 Daytona, l’Alfa Romeo Giulietta spider, la Lancia Flaminia… Martinengo, pur non avendo mai avuto figli, si può dire sia il papà di molte dream car, come la Lancia Aurelia, famosa per essere protagonista del film “Il Sorpasso” di Dino Risi, vera metafora di un’epoca. Realizza anche il figurinolavorando sul mascherone in scala 1:1 dell’Alfa Romeo Duetto, la celebre cabriolet che accompagna Dustin Hoffman in giro per le strade d’America ne “Il Laureato”.“Franco era burbero, ma anche molto buono” confessa Barrera. “Come quando mi riprese per aver fatto storie sui premi di produzione, che allora erano di 48.000 lire sullo stipendio base di 62.000. Per la Duetto me ne sarebbero spettati tre; me ne arrivò uno solo. Era un atteggiamento che l’azienda aveva verso i neoassunti: se “incassavi”, significava che eri pronto per fare carriera. Franco prima mi biasimò, ma dopo alcuni giorni si scusò”. Martinengo era un genio e un bogianen, dice l’amica Lia Laterza, testardo e radicato nella sua Torino”.
Come Emilio Salgari, ha saputo immaginare mondi e raggiungerli grazie alle sue opere, quasi sempre senza muoversi da quello studiolo in un condominio di via Pier Carlo Boggio. Una stanzetta ricavata nella sua stessa abitazione, quasi a dire: “Sono un artista, sì, ma esageruma nen”.

Il pittore: guardando al “Poli”, immaginando mondi
A volte Franco dipingeva anche al lavoro”,racconta ancora Barrera. “Massì, allora si faceva tutto apertamente, ma senza esaltarlo. Si provava, ci si buttava. E la Pininfarina era l’emblema dello spirito del tempo, di un tempo che non tornava ad essere libero ma liberato. Oggi vedo una società che si guarda, voyeuristica, mentre quella era una comunità che faceva, che aveva fame. Producevamo qualcosa di artigianale e artistico non solo per il gusto di farlo, ma per il bene nostro e degli altri”.Infatti Martinengo era solito andare in giro per Torino con una Fiat 500, non è così?“Sì, mica una delle sue supercar! Lui diceva: Siamo io e mia moglie Pina, un’utilitaria ci basta e avanza! Le auto sportive le disegno e sono contento se si vendono perché vuol dire che c’è lavoro, va bene così”.
Già, Giuseppina “Pina” Ravedone, compagna di vita dell’artista, che oggi vive da sola coi suoi 84 anni in quell’appartamento signorile in quartiere San Paolo: “Ecco, è qui che dipingeva Franco”, dice mostrandoci la stanza-studio che dà su via Boggio e domina il Politecnico dall’alto. “Lui che se n’era andato dall’università per lavorare, si è ritrovato il Poli sotto casa: ce l’hanno costruito intorno negli anni”. Lì infatti è sorta la Cittadella Politecnica: chissà cosa avrà pensato Martinengo guardandola dalla finestra, forse qualche rimpianto? “Non credo, quando pitturava era assorto. A volte a Riva presso Chieri (paese natale della signora, ndr) si metteva nella neve d’inverno e ci stava per ore; a fine giornata preoccupati si andava a vedere. E lui era ancora lì a cercare la pennellata giusta, l’attimo”.
Nell’atélier il tempo sembra essersi fermato: sul cavalletto un quadro non finito, un cappello di paglia appeso a un angolo, una tavolozza sporca. Colori e quadri ovunque. “In lui il segno è sempre agitato e in movimento come un’automobile in corsa”, dice l’amico e storico dell’arte Angelo Mistrangelo. Una lirica del quotidiano che inizia coi cloisonné dei primi anni Cinquanta per diventare sempre più espressione macchiaiola.“Era un creatore d’auto e di sogni, per questo la sua pittura è sempre stata costruttiva e mai distruttiva. Il nuovo assumeva la forma di un antico rivisitato nell’intento di recuperare valori senza volerli tradire”, scrive Odette De Bernardi. Ha esposto e vinto premi in Italia e in Europa, finanche là, in Argentina, in quel Paese “quasi alla fine del mondo”.

Giorgio: il cugino diventato Papa
Penso siano ancora a Buenos Aires i quadri”, dice la signora Ravedone.“Giorgio (come hanno sempre chiamato il cugino Jorge Mario Bergoglio, ndr)prima del conclave di due anni fa mi chiamò e mi disse: Pina, comunque vada, io a fine settimana riparto. Ho già comprato il biglietto di ritorno, poi scade! Anche perché ho lasciato tutto là, compresi i quadri di Franco… Beh, mi sa che alla fine quel biglietto l’ha fatto scadere però!”. Scappa un sorriso alla signora Ravedone che ricorda volentieri questo aneddoto sul cugino Papa, parente acquisito perché era suo marito, da parte di madre, ad essere cugino di primo grado di Bergoglio.
Sorride ma è triste, molto, perché da un mese se n’è andata anche la sorella Rosanna: “Giorgio mi ha fatto le condoglianze. Erano molto legati, venivano spesso a pranzo da me”. L’allora arcivescovo di Buenos Aires infatti era frequentemente chiamato per i suoi uffici a Roma, e durante questi viaggi era solito fare scalo a Torino. Immancabile la visita a casa Martinengo: “Non parlavano mai di lavoro lui e Franco. Scherzavano molto e ridevano. Si assomigliavano”. E si sentivano spesso:“Mi aveva dato il suo numero privato, là in Argentina. I suoi superiori non volevano che avesse un telefono in camera, ma a lui non importava. C’era sempre per noi”.
Prende fiato la signora Ravedone, la voce si rompe: “Adesso è tutto cambiato… ecco, sono appena andata a ritirare il pacco che la Pininfarina regala per le feste agli ex dipendenti, oltre a Franco anch’io e mia sorella siamo state impiegate lì. Ci hanno detto che probabilmente questo sarà l’ultimo. L’ultimo, poi chissà. Chissà che prospettive ci porterà questo nuovo anno…”, dice guardando la tela di un paesaggio mai finito dal marito. “Un nuovo anno che inizia, pieno di ricordi. Ma senza il mio Franco”.

Articolo pubblicato su Piemonte Mese anno XII n. 1, febbraio 2016

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