L’Associazione Ornitologica Torinese

di Roberta Arias

Se ne vedono di tutti i colori, rossi, gialli, corallo, bianchi, con la cresta e senza, vivaci e timidi, sudamericani e inglesi. Calarsi nel mondo dell’ornitologia è tanto affascinante quanto contagioso. Per saperne di più siamo andati in città, nella zona di Santa Rita a Torino.
L’Associazione Ornitologica Torinese, iscritta alla Foi  (Federazione Ornitologica Italiana) ha sede a Torino in Via Castelgomberto 11: un ambiente sobrio, una targa all’ingresso con la scritta A.O.T. Sede sociale, Domenica ore 9, Martedì ore 21. All’interno, lungo le pareti, poster raffiguranti tutte le specie di canarini e, in alto, targhe e coppe dei trofei conquistati; nella nicchia, invece, dietro al banco, ordinate in file orizzontali, si susseguono scatole di mangime di tutte le varietà.
Componenti dell'AssociazioneL’Associazione non ha scopi di lucro ed è costituita dagli anni Cinquanta da appassionati che si prefiggono di promuovere la conoscenza e i sistemi per un corretto allevamento di canarini a fini espositivi e amatoriali.  L’Associazione, il cui Presidente è Bruno Malnato, vanta 260 soci torinesi: è un luogo, oltre che istituzionale, di contatto tra allevatori che passano del tempo insieme condividendo una grande passione. La Foi onlus, ente riconosciuto dallo Stato dal 1949, raggruppa tutti gli appassionati e gli allevatori di uccelli, per promuovere lo studio, il miglioramento, lo sviluppo e la conservazione del patrimonio ornitologico, l’amore e la conoscenza degli uccelli, il rispetto e la salvaguardia del loro habitat, riproducendo in cattività soggetti in via di estinzione.
Alle obiezioni per cui si tende spesso a pensare che l’animale in gabbia sia il frutto di un atto egoistico dell’uomo, il presidente risponde così: “Il concetto dell’uccellino inteso come vittima è un pregiudizio. Molti non sanno che queste creature, se lasciate libere, morirebbero, sarebbero facilmente predate e difficilmente resisterebbero all’inquinamento ambientale. Noi vogliamo proteggere, non rinchiudere!”.
L’ornitofilia è un hobby, quasi una malattia: “Io sono nato con la gabbietta in mano, non potrei vivere senza”, commenta uno di loro, mentre un suo “collega” aggiunge: “Ce l’hai nel sangue, ci nasci con questa passione”.
Così scopriamo che l’amore per gli uccellini è tramandato per tradizione familiare, o talmente contagioso da prenderti e non mollarti più: “Se inizi, non smetti. Chiedetelo alle nostre mogli”, ci racconta un allevatore. “Passiamo la maggior parte della giornata dietro ai canarini. È un affare di famiglia, le nostre donne brontolano, ma è più forte di noi, la cosa più bella è che le crei tu queste creature, le vedi crescere, le accudisci, è la vita che nasce e continua”.
Allora ci rendiamo conto che non si tratta solo di un hobby, ma di una filosofia di vita che pulsa nelle vene degli allevatori. Il costo medio per mantenere dieci coppie di canarini equivale a quello di un gatto domestico, più le eventuali spese veterinarie, la luce a tempo, le pulizie e le mille cure di cui necessitano, seppur onerose, agli appassionati non sembrano pesare. Anzi, un socio afferma: “I miei canarini non li lascio mai da soli, hanno bisogno di cure continue, di cibo e di attenzioni. Se stanno due giorni senz’acqua muoiono, non posso trascurarli. Devo seguirli io, perché mi riconoscono dalla voce e quando me ne vado lascio la radio accesa, a loro piace”. Il più anziano allevatore dell’Associazione, Armando Celso, un novantenne il cui aspetto tradisce la carta d’identità, alleva canarini padovani arricciati: “Ho iniziato da bambino, è un hobby che riempie la vita, io mi sento in simbiosi con i miei uccellini, da sempre”.
Le manifestazioni regionali e mondiali vantano ogni anno migliaia di specie di canarini, stimolando la competizione tra allevatori: la mostra di Piacenza nel 2009 ha visto la partecipazione di 27.000 esemplari e il campione mondiale per la categoria Sassone avorio rosa è stato un socio di Torino, Agostino Santomauro.
Tuttavia, a questo entusiasmo degli associati non sembra corrispondere la considerazione concessa all’esterno: ad eccezione del Comune di Carmagnola che ogni anno ospita la fiera ornitologica regionale, gli enti e altri comuni piemontesi sono tiepidi all’idea di appoggiare le iniziative dell’Associazione, una realtà che rischia di scomparire. “È un peccato! Io sto cercando di trasmettere il valore di ciò che facciamo!”, commenta Malnato.
Per vedere all’opera un allevatore, siamo ospitati da Nino Fogli che gentilmente ci apre le porte del suo “nido”, un ex-garage attrezzato di tutto punto per l’allevamento di canarini. Il cinguettio ci accompagna nella chiacchierata: sui quattro lati notiamo gabbie a perdita d’occhio, sul piano d’appoggio accanto al lavandino almeno tre ciotole di mangime e, a lato, la luce tramonto-alba per ricreare l’ambiente naturale. “Questo è il mio regno”, esordisce Fogli. “Allevo ciuffolati messicani, cardinarini del Venezuela, Gloster, arricciati padovani e Luchini testa nera: sono tutti nati qui!”
Fogli ci racconta la storia di ogni ospite alato: “Il corteggiamento è un momento magnifico: il maschio danza attorno alla femmina, sembra una banana che si dondola, ci spiega, e se a lei non va bene il compagno bisogna cambiarlo. Loro parlano con i gesti, il difficile è interpretarli, stare attenti che non litighino e che siano in salute: se stanno appollaiati su una zampa, per esempio, vuol dire che hanno qualcosa che non va”.
Fogli ha iniziato l’avventura nel 2003 con una coppia di mosaici rossi e dopo aver colonizzato due stanze della casa ha trasferito i suoi volatili in un luogo adibito e sonorizzato. “Per me è un vanto allevare canarini, farli nascere, osservarli. I cuccioli “guasti” la femmina li lascia cadere a terra ed esamina se sono sani quando rompono il guscio con il becco”. Prima di salutarci, Fogli ci regala un’emozione: prende da un nido un piccolo che ha gli occhi ancora chiusi, è cartilaginoso e fragilissimo. L’allevatore lo accoglie sul palmo della mano per mostrarcelo più da vicino: “Guardate qui, è nato stamattina, non è una piccola opera d’arte?”.

NOTA
Questo giornale è aperto e curioso nei confronti di tutto quanto il Piemonte è e fa. Non esistono argomenti di cui non si può o non si deve parlare, purché riguardino la nostra regione.
È in coerenza con questo principio che è stato pubblicato l’articolo che avete appena letto.
Tuttavia, documentare una realtà non significa farsene promotori, e per questo motivo non pubblicheremo immagini di uccelli in gabbia. Lucilla Cremoni

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