Il Beth – di Elena Piacentini

Da tragedia del lavoro a itinerario naturalistico

di Elena Piacentini

Sembra un’inquadratura del film Mary Poppins periodo Belle Époque, invece la fotografia sbiadita affissa sull’edicola del percorso numero 5 della Val Troncea ad altitudine 1730 metri, rivela un documento storico come istantanea della famiglia dell’ingegner Francesco Rodríguez, ultimo direttore tecnico responsabile della Società Mineraria Italiana.
La foto ritrae il nucleo familiare presso la Fonderia La Tuccia al fondo della val Troncea e documenta una classe sociale ma soprattutto una florida e spensierata stagione. Lo scatto fu compiuto nell’estate del 1903, prima della tragedia del Beth, la valanga del 19 aprile 1904, che travolse e uccise 81 minatori. La Società Mineraria cadde in disgrazia per le difficoltà economiche causate dal tragico evento che oscurò il breve periodo di benessere della valle. N e sono testimonianza alcuni ruderi della palazzina a due piani che fiancheggia la parte di fabbrica vera e propria; la parete intonacata a più colori fu impreziosita da filettature giallo ocra ben visibili e diversi piani di colore contrastante, curioso particolare che fa presupporre all’escursionista montano una condizione di prosperità.
Sin dai tempi più remoti il colle del Beth aveva acceso la fantasia dei valligiani che abitavano i due versanti di Pragelato e di Massello: si favoleggiava di straordinari tesori nascosti nella montagna, alla portata di chiunque fosse stato abbastanza tenace nella loro ricerca. Nella seconda parte dell’Ottocento, periodo di cieca fiducia nella tecnica e di altrettanto assoluta ignoranza o disprezzo dei pericoli e della sicurezza sul lavoro, si volle trasformare la Val Chisone, da sempre basata sull’agricoltura, in un bacino minerario e industriale.
L’interesse crescente per il filone di calcopirite presente sullo spartiacque tra la val Germanasca e la Val Troncea spinse la Società Mineraria Italiana a investire nella ristrutturazione della fonderia La Tuccia, smantellando i forni atti a trasformare i metalli estratti sul fondo della valle. La calcopirite, considerata economicamente più redditizia per la produzione di acido solforico, fece decadere la produzione del minerale “a metallina” ricca di rame e poi metallo (rame “rosetta”), pertanto l’edificio industriale denominato impropriamente “fonderia” tra il 1899 e il 1900 venne convertito in centrale idroelettrica.
La vita quotidiana degli abitanti era legata alle tradizioni agricole montane, i valligiani abituati a secoli di miseria e vita dura. Per questo motivo le nuove prospettive economiche avevano fomentato un’illusione di ricchezza, ma l’attività lavorativa in miniera si rivelò un’esperienza drammatica.  Gli operai, uomini e adolescenti, lavoravano tutto l’anno, inverno compreso, a 2700 metri di altezza, nelle gallerie sopra il colle del Beth, con temperature di oltre 20 gradi sotto lo zero. I turni lavorativi erano di 12-13 ore al giorno per una misera paga settimanale: per dormire si sdraiavano per terra su bracciate di rami di larici e felci, o in giacigli di paglia riportata dalla valle all’inizio della stagione e sostituita una volta l’anno. Ottenevano l’acqua potabile facendo sciogliere la neve. Il cibo, portato dagli stessi operai una volta alla settimana (condizioni atmosferiche permettendo), consisteva in secchi di polenta e salame, ed era cucinato a turno sull’unica stufa disponibile.
Il lavoro era massacrante ed estremamente pericoloso: lo scavo e l’estrazione del minerale si effettuavano servendosi di mazze, picconi e dinamite. L’unica illuminazione era fornita da lampade a olioche annerivano mani e viso; soltanto dopo il 1906 la Direzione fece rimpiazzare l’antico sistema di illuminazione con le prime lampade ad acetilene. Il minerale estratto era portato alla stazione di monte e da qui i carrelli venivano calati, agganciati ad una fune di discesa, alla grossa stazione d’angolo posta a 2435 metri. Il materiale dalla funivia era trasportato su carriole anche da donne e bambini sino alla Fonderia La Tuccia posta a fondovalle.
A queste condizioni agghiaccianti si univa l’isolamento dei mesi invernali. Tutti questi fattori, e la paura di rimanere bloccati anche in occasione delle festività pasquali del 1904 a causa delle forti nevicate del 17 e 18 aprile, spinsero i minatori a commettere un’imprudenza fatale. Così, il 19 aprile decisero di tentare la discesa a valle. Come ricordano le testimonianze, “a nulla valsero gli avvertimenti del geometra capocantiere che ottenne soltanto di far dividere in squadre per la discesa. La tragedia accadde alle 12.30. Un colpo di tuono, fortissimo, sconquassò la vallata e prima ancora che i minatori si fossero riavuti e pensato alla difesa, furono trasportati nel vallone da una massa enorme di neve che sembrava una montagna, pare che l’enorme valanga si fosse staccata dal versante settentrionale del Ghinivert… La ricerca ed il recupero delle vittime fu estenuante: si protrasse fino alla fine di giugno. La conta finale dei corpi recuperati fu di 74 persone. Allora fu chiusa la fossa comune, al cimitero di Laval all’inizio della val Troncea” (Vite nere. Storia delle miniere del Beth e della grande valanga del 1904”. Pinerolo, ed. L’Altro Modo 1997).
Dal 16 maggio 1980 la Val Troncea è diventata Parco Naturale della Val Troncea, sorto  per incentivare e valorizzare le attività agro-silvo-pastorali e per promuovere la qualificazione delle condizioni di vita delle popolazioni locali; in seguito le amministrazioni dell’ente hanno promosso progetti ed iniziative istituendo anche un piccolo museo dedicato alle vicende del Beth. A 110 anni dal tragico avvenimento i ruderi della fonderia la Tuccia e le miniere sono divenuti siti archeologici, i percorsi dei minatori sono ora sentieri turistici. 

 

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